SCIENZA

Menù spaziali

Sulla Iss gli astronauti mangiano italiano: lo chef padovano che cucina space food

Stefano Polato, 33enne di Monselice, ha curato per la Argotec di Torino la produzione del cibo portato sulla Stazione Spaziale Internazionale dal tedesco Alex Gerst e dall'italiana Samantha Cristoforetti. “Per lei abbiamo creato piatti ricchi di frutta e verdura, cereali integrali, pesce azzurro e carni bianche, in linea con la campagna alimentare di Michelle Obama”

Stefano Polato con alcune confezioni di space food (Foto Argotec - readytolunch.com)
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di Andrea BettiniMonselice (Padova) Nella dispensa della Stazione Spaziale Internazionale ci sono alimenti statunitensi e russi, ma anche  delle creazioni nate in Italia. Sono lontani i tempi in cui Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio, andava in orbita con dei tubetti simili a quelli del dentifricio e contenenti una purea di carne e una crema di cioccolato. A distanza di 53 anni lo space food è molto più appetitoso e alcuni alimenti speciali per gli astronauti dell'Agenzia Spaziale Europea vengono realizzati dalla Argotec, un'azienda con sede a Torino.
 
Lo chef è un 33enne di Monselice, in provincia di Padova: Stefano Polato. Da due anni e mezzo si occupa di cibo spaziale. Ha seguito la produzione dello space food per il tedesco Alexander Gerst, che è appena rientrato dalla Iss, e ha preparato una serie di alimenti richiesti dall'italiana Samantha Cristoforetti, che passerà i prossimi sei mesi a 400 chilometri dalla superficie terrestre.
 
Stefano Polato, cosa mangiano gli astronauti?
Hanno a disposizione la dispensa russa e americana. Da quando Luca Parmitano alcuni anni fa ha espresso il desiderio di portare qualcosa di extra, è nata l'idea del bonus food: ciascuno ha la possibilità di poter scegliere un determinato numero di alimenti a piacimento da portare con sé. Sono piatti preparati con due tecnologie: liofilizzazione o termostabizzazione. In pratica si tratta di prodotti senz'acqua che vanno reidratati o di cibi preparati con un metodo di cottura sotto vuoto ad un'alta pressione che abbatte la carica batterica e garantisce una conservazione molto lunga, di 18-24 mesi a temperatura ambiente.
 
Che menù ha preparato per Samantha Cristoforetti?
Samantha sarà in orbita in concomitanza come l'Expo 2015 e ha voluto un menù che possa usare anche come strumento di divulgazione. È molto ricco di frutta e verdura, cereali integrali e proteine sane derivanti soprattutto da pesce azzurro e carne bianca. È in linea con i concetti attuali di piatto unico che apporti il giusto fabbisogno giornaliero, un po' quello che sta promuovendo la campagna alimentare di Michelle Obama. Si tratta di un piatto diviso a metà: da una parte la verdura, dall'altra cereali integrali e proteine. 
 
Che caratteristiche deve avere lo space food?
Abbiamo una serie di paletti da seguire imposti dal laboratorio della Nasa che valuta l'idoneità del preparato. Innanzitutto di prodotti devono essere prodotti conservabili a temperatura ambiente per 18-24 mesi. Inoltre il packaging deve permettere di riscaldare l'alimento. Infine bisogna evitare il “rischio volatilità”: una volta presa la pietanza con la posata, questa deve rimanere attaccata perché eventuali briciole che si staccano potrebbero danneggiare gli strumenti o essere inalate inavvertitamente dagli astronauti.
 
Il gusto del cibo spaziale è diverso da quello degli alimenti "terrestri"?
Rendere un prodotto conservabile a temperatura ambiente per tutto questo periodo e conferirgli allo stesso tempo un gusto simile al piatto appena fatto è il problema più grosso. Ovviamente cerchiamo di avvicinarci il più possibile e per parecchie preparazioni ci siamo riusciti. Cerchiamo di fare piatti appaganti dal punto di vista del gusto, dell'olfatto e della vista e anche della salute.
 
Le tecniche sviluppate per lo space food possono essere usate anche sulla Terra?
Questo è uno degli scopi principali di tutto ciò che viene fatto e sviluppato per la Iss. Negli ultimi anni abbiamo già trovato diversi parametri e tecnologie nuove. Termostabilizzazione e liofilizzazione sono usate da tempo anche sulla Terra, ma sono tecnologie molto standardizzate. Abbiamo sviluppato dei modi per conservare al massimo i valori nutrizionali, in particolare per quanto riguarda i micronutrienti. Qualcuno ha già mangiato space food anche se non era in orbita: abbiamo rifornito un equipaggio durante due regate in Adriatico, con riscontri positivi. In questi casi durante la navigazione non ci si può fermare a mangiare: avere una busta con un prodotto che non fa briciole, non va scaldato ed è pronto è molto meglio dei panini o dei pochi prodotti che mangiavano prima.
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