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SALUTE

Riforma sanità

Titolo V, è ora di cambiare

Prosegue il suo iter parlamentare la riforma costituzionale per eliminare il bicameralismo perfetto e ridurre numero e competenze dei senatori. Un aspetto del disegno Boschi riguarda anche il servizio sanitario nazionale, che con la passata riforma del Titolo V della Costituzione è passato nella totale gestione delle Regioni, con il Ministero che ha conservato un ruolo di coordinamento e indirizzo.

Da più parti si chiede di rivedere questa strutturazione che ha prodotto 20 sanità diverse nel Paese e grossi problemi di bilancio ad alcune regioni. Sulla norma sono intervenute con una loro proposta la Fondazione Dossetti e la Fondazione Gimbe. Ecco cosa ne pensa il presidente, Nino Cartabellotta

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Chi tutela oggi la salute dei cittadini italiani?

Nino Cartabellotta

Presidente Fondazione GIMBE, Bologna

L'articolo 32 della Costituzione sancisce la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Nell’accezione del diritto sociale, prevede la responsabilità dello Stato di garantire la salute del cittadino e della collettività in condizioni di eguaglianza: per assolvere a questo compito con la Legge 833/78, è stato istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), una delle più grandi conquiste sociali del nostro tempo, che ha introdotto valori e princìpi fortemente innovativi rispetto al passato: 

 - generalità dei destinatari: tutti i cittadini indistintamente;

 - globalità delle prestazioni: prevenzione, cura e riabilitazione;

 - uguaglianza di trattamento: equità d’accesso.

La riforma del Titolo V della Costituzione - avvenuta con la legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 - ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, delineando un pluralismo di centri di potere e ampliando il ruolo e le competenze delle autonomie locali. Di conseguenza abbiamo assistito alla nascita di 21 sistemi sanitari differenti, incapaci di assicurare in modo omogeneo i livelli essenziali di assistenza (LEA), eludendo i princìpi di equità e universalità sui quali si fonda il nostro SSN. Oggi da un punto di vista sanitario l’Italia si caratterizza come il Paese più eterogeneo d’Europa, con sacche di inefficacia, inefficienza e ingiustizia sociale che in un federalismo disegnato male e gestito peggio sono destinate ad aumentare, di pari passo con le diseguaglianze. Inoltre, l’attuale crisi di sostenibilità del SSN rischia di peggiorare l'inadeguatezza dei sistemi sanitari regionali più deboli, incidendo soprattutto sulle fasce più fragili e bisognose della popolazione.

In questo contesto, le contraddizioni tra tutela dei diritti costituzionali, finanziamento pubblico della sanità e programmazione-organizzazione dei servizi sanitari e sociali dimostrano che i ruoli e le responsabilità istituzionali finiscono per diluirsi nelle stesse pieghe normative che alimentano il conflitto tra Stato e Regioni, erodono progressivamente i diritti dei cittadini e rendono evanescente il ruolo della Repubblica quale garante dell’articolo 32.

Il 10 marzo 2015 la Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura il testo della riforma della Carta Costituzionale, che ora tornerà al Senato. Con il fine di eliminare la cosiddetta legislazione concorrente, allo Stato vengono assegnate “la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale” e “le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute; per le politiche sociali; per la sicurezza alimentare”. Alle Regioni viene attribuita la competenza specifica in materia di “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali”. Inoltre, grazie alla clausola di salvaguardia, lo Stato può intervenire su proposta del Governo in materie non riservate alla legislazione esclusiva, qualora lo richieda la “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”.

Le modifiche apportate dal legislatore, seppure rilevanti, non sono ancora sufficienti per garantire l’uniforme attuazione dei LEA su tutto il territorio nazionale: infatti, con l’attuale formulazione dell’art. 117 del Titolo V, lo Stato non recupera il diritto a esercitare i poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni inadempienti nell'attuazione dei LEA, sia perché la legislazione esclusiva riguarda solo la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali - ma non quelli sanitari - che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, sia perché la clausola di salvaguardia non include la tutela della salute.

Oggi numerosi segnali indicano che è indispensabile potenziare il ruolo dello Stato nei confronti delle Regioni per assicurare una omogenea erogazione dei livelli essenziali di assistenza su tutto il territorio nazionale:

  - L'indagine conoscitiva sulla sostenibilità del SSN, condotta tra il 2013 e il 2014 dalle Commissioni Affari Sociali e Bilancio della Camera, ha       evidenziato la necessità di rafforzare il ruolo dello Stato nell’indirizzo e verifica dei sistemi sanitari regionali.

  - La recente “Revisione OCSE sulla qualità dell’assistenza sanitaria in Italia” ha ribadito che il nostro SSN si trova ad affrontare due sfide
    principali: la prima è garantire che gli sforzi in atto per contenere la spesa in campo sanitario non vadano a intaccare la qualità dei servizi         erogati; la seconda è quella di sostenere Regioni e Province Autonome che hanno una infrastruttura più debole, affinché possano erogare
    servizi di qualità pari alle regioni con le performance migliori.

  - Il Presidente Mattarella nel suo discorso di insediamento ha pronunciato a questo proposito parole rassicuranti, affermando di essere «il
    garante della Costituzione», che «la garanzia più forte della nostra Costituzione consiste nella sua applicazione» e che «garantire la
    Costituzione significa garantire i diritti dei malati».

Se è vero è che la dizione “diritti sociali” ricomprenderebbe di fatto anche quelli sanitari, per evitare ogni equivoco interpretativo nell’ambito della riforma costituzionale, la Fondazione GIMBE e l’Associazione G. Dossetti chiedono ai membri del Senato di rivedere l’articolo 117, così come proposto di seguito, al fine di assegnare in maniera inequivocabile allo Stato il ruolo di garante del diritto alla tutela della salute, assicurando una uniforme erogazione dei LEA in tutte le regioni e riallineando il SSN sui princìpi di equità e universalismo che lo contraddistinguono.

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