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ITALIA

La storia

Tobia e i Giusti di Volterra

A Roma, a Milano, a Trieste, a Torino gli ebrei erano migliaia. A Volterra ce n'era uno solo. Era stimato e persino amato. Era l'unico dentista della città. Lorenzo Lorenzini e sua moglie Antonia non ci pensarono due volte e lo nascosero a casa loro

il dottor Emerico Lukacs, 'Tobia'
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di Roberto Olla Primo buio di una notte fredda del 1944. Due giovani lungo le stradine di Volterra, abbracciati, le teste incastonate nei respiri caldi. Camminano stretti stretti come solo gli innamorati sanno fare. Leggeri, quasi un corpo solo, sembrano scivolare sui muri dei palazzi. Invisibili nella nicchia dei loro corpi, superano l'ingresso della stazione dei carabinieri. Poi passano davanti alla farmacia del noto fascista. È ora di chiusura. Alle loro spalle si spengono le ultime luci fioche. In fondo alla lunga discesa li attende un calessino tirato da un cavallo. Lui, Tobia, si siede al fianco del conduttore e subito il calessino sparisce nel buio della campagna. Lei, Ilia, con la testa china e le braccia conserte, risale veloce verso la porta della città. Si lasciano senza un bacio, senza una parola. Anche perché non sono affatto innamorati. Rischiando il tutto per tutto, la loro stessa vita, hanno recitato bene.

Certo, chiamarlo proprio Tobia! Quei volterrani potevano anche trovare un nome in codice un po' meno ebraico per un ebreo da nascondere. Ma non ci hanno pensato su tanto al momento. Hanno deciso di salvargli la vita ed il primo nome che gli è venuto è stato Tobia. Poi hanno sfruttato al meglio la magia della loro città. Forse Volterra è misteriosa per via delle balze, quei precipizi che la collocano ai confini di un altro pianeta. Forse perché se ne sta avvolta su una cima, isolata nella sua antica nobiltà. Ma procediamo con ordine e torniamo indietro, di almeno un anno.

Settembre, armistizio. Ottobre, deportazione. Il 1943 ha macchiato la storia d'Italia con due date indelebili. Solo noi Italiani continuiamo a chiamare armistizio quel foglio con i 12 punti firmato a nome del  nostro paese dal generale Giuseppe Castellano sul tavolaccio di legno di una fattoria di Cassibile. Era il 3 agosto. Cinque giorni dopo, quella firma venne annunciata al mondo via radio e tutti la chiamarono per quel che era: resa incondizionata. Era l'8 settembre. I nazisti ci misero poco ad occupare città e paesi, campagne, caserme e porti. Fall Achse, il piano Asse, era stato preparato da tempo su precise direttive di Hitler. Ad ottobre l'occupazione era completata e cominciava anche in Italia quella guerra dentro la guerra a cui il cosiddetto Terzo Reich dedicò tante risorse: la deportazione degli ebrei verso i campi della soluzione finale. Ma prima i nazisti avevano bisogno di spianarsi la strada eliminando ogni possibile opposizione. Così il 7 ottobre deportarono migliaia di carabinieri. Troppo fedeli al re e allo stato. Molti riuscirono a nascondersi ed organizzarono la resistenza. Il 16 ottobre scattò, come una trappola, la razzia nel ghetto di Roma. Cominciarono le deportazioni da tutte le altre città italiane. I fascisti ci avevano messo del loro e avevano reso il lavoro facile: da tempo tutti gli ebrei italiani erano stati schedati. Si conoscevano nomi e indirizzi. Spesso erano i militi che si presentavano alla porta per la cattura e poi consegnavano alle Ss i loro prigionieri. Chi collaborava riceveva cinquemila lire per ogni ebreo catturato. Riuscendo a far catturare una famiglia con padre, madre, tre figli e due nonni, ci si faceva un bel gruzzolo per i tempi. Quante "cinquemila lire" sono state pagate? Nessuno ha mai fatto questi conti. Strano. Si, perché sulla base delle ricevute si potrebbe fare l'elenco degli infami che hanno incassato i denari della morte.

A Roma, a Milano, a Trieste, a Torino gli ebrei erano migliaia. A Volterra ce n'era uno solo. Era stimato e persino amato. Era l'unico dentista della città. Non era neppure nato in Italia. Aveva sposato una cattolica. Niente, tutto ciò non importava niente. A nessuno. In quell'autunno nero del '43 il dottor Emerico Lukacs si ritrovò al primo posto tra i catturandi. Gli altri nella lista erano partigiani e noti antifascisti.

Se manca l'elenco degli infami, esiste però l'elenco dei giusti. Anzi, Giusti con l'iniziale maiuscola. Chasidei Umot HaOlam. Giusti tra le Nazioni. Chi salva una vita, salva il mondo intero. Bello. Nobile. Ma Lorenzo Lorenzini e sua moglie Antonia non ci pensarono. Presero con naturalezza la decisione. Come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Andarono ad avvertire il dottor Lukacs e lo nascosero a casa loro. Chi veniva sorpreso con un ebreo nascosto faceva la sua stessa fine. Partiva per i campi assieme a lui. Pur con tutta la magia di Volterra rendere invisibile il giovane dentista, originario dell'Ungheria, e impedire la sua cattura non era affatto facile. Dovettero trasferirlo più volte, aiutati dai nonni e dalla cognata Ilia che interpretò perfettamente la parte dell'innamorata per coprire uno spostamento piuttosto pericoloso. Si, nessuno si pose il problema. Nonostante i rischi, si trattava di salvare una vita.

Non si posero il problema neppure dopo la guerra quei volterrani. S'era salvato un uomo. E allora? Era ovvio che lo si salvasse, o no? Mica c'era tanto da parlarne. E infatti non ne parlarono. Per decenni per tutta la loro vita. Solo dopo la loro scomparsa si è messa in moto la macchina del centro di Yad Vashem che assegna il titolo di Giusti tra le Nazioni ai non ebrei che hanno salvato un ebreo durante la Shoah. Un'indagine storica accuratissima nella sua scientificità. Vengono raccolti documenti inconfutabili, testimonianze dirette dei salvati, prove sicure del fatto che i Giusti hanno messo a rischio la loro stessa vita. Un procedimento lungo, una ricerca articolata. Chissà cosa ne avrebbe detto Lorenzo Lorenzini se avesse potuto assistervi. Ovvia, che s'è fatto?! Siamo solo persone qualsiasi che hanno salvato un amico. Mica siamo eroi. 
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