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MONDO

Giappone

Tre anni fa il disastro di Fukushima, l'emergenza continua

Era l'11 marzo del 2011 quando un terremoto del nono grado della scala Richter, e la successiva onda di tsunami, devastarono il Giappone causando il più grave incidente nucleare dopo Chernobyl. A 36 mesi di distanza, a Fukushima, l'emergenza continua tra una ricostruzione che procede a singhiozzo e la bonifica che non parte

(foto archivio)
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di Emilio Fuccillo Sono passati 3 anni da quando un terremoto, e la successiva onda di tsunami, devastarono il Giappone. E a 36 mesi di distanza la ferita più profonda, quella della centrale nucleare di Fukushima, rimane aperta. Decine di migliaia le persone che ancora non possono rientrare nelle loro case e bonifica che procede a rilento.
 
Il Giappone si prepara così a ricordare i 15 mila 884 morti e i 2 mila 636 dispersi che il terremoto conosciuto col nome di “3.11” ha fatto sulle coste settentrionali dello stato del Sol Levante. E lo fa tra le polemiche generate da una ricostruzione che procede a passo di lumaca e una bonifica della zona di Fukushima che, di fatto, non è mai partita a causa del rimpallo di responsabilità tra società proprietaria della centrale nucleare devastata dallo tsunami e il governo di Tokyo. E polemiche che seguono anche la scelta della capitale nipponica di ospitare le Olimpiadi del 2020. Una decisione che incarna la voglia di rinascita del Giappone secondo alcuni, ma una decisione che toglierà lavoratori e materiali alla ricostruzione per altri.

A Fukushima, dove il disastro della centrale nucleare ha costretto più di 200.000 persone a lasciare le loro case a causa delle radiazioni rilasciate dai reattori danneggiati, la pianificazione di reinsediamento rimane in un limbo senza certezze  alcune per gli ex residenti. La centrale danneggiata, in una situazione ancora precaria visti i tre reattori con il nucleo parzialmente fuso, continua infatti a rilasciare radiazioni in aria e mare, mentre per il decommissariamento ci vorranno tra i 30 e i 40 anni.
 
In programma domani diverse manifestazioni per commemorare le vittime ma, nei giorni scorsi, altre manifestazioni hanno dato voce a quei giapponesi che vorrebbero un cambio di rotta sull’utilizzo dell’energia nucleare.
 
Ricostruzioni e Olimpiadi
Le Olimpiadi di Tokyo 2020 avranno un impatto negativo sulla ricostruzione post-Fukushima. E' quanto sostengono oltre la metà degli amministratori locali delle tre provincie di Fukushima, Miyagi e Iwate, che hanno espresso il loro parere a un sondaggio dello Asahi Shimbun, il secondo quotidiano nazionale giapponese. Il 60 per cento di loro, 25 su 42 tra sindaci e amministratori locali, ha risposto che i lavori infrastrutturali previsti per i giochi olimpici che si terranno nella capitale giapponese avranno un impatto negativo sul Nordest del paese, poiché sottrarranno materiali edili e lavoratori alle opere di bonifica e ricostruzione. E mentre a Tokyo già si pensa degli effetti benefici dei Giochi sull’economia nazionale, più di 250mila persone continuano a vivere lontano da casa propria, con gravi conseguenze sulla salute psico-fisica dei cittadini. E’ di pochi giorni fa la notizia secondo la quale le morti legate allo stress da post-terremoto e tsunami hanno superato nella prefettura di Fukushima quelle provocate direttamente dal disastro naturale.

La marcia contro il nucleare
Le associazioni e i movimenti di cittadini anti-atomo si sono dati appuntamento nel pomeriggio di sabato scorso a Tokyo, nel centralissimo parco di Hibiya, prima di dare vita al lungo corteo che ha finito il suo percorso alla Kantei, ufficio del primo ministro, e alla sede del Parlamento. Al rumore assordante di tamburi e al suono di chitarre e sassofoni, in migliaia, tra singolari travestimenti, slogan e tante bandiere "Sayonara Nucleare", hanno chiesto che "Fukushima non si ripeta ancora". E hanno promesso di bloccare i piani del premier conservatore Shinzo Abe, intenzionato a riavviare i reattori fermati nel dopo Fukushima, almeno quella parte dei 48 attualmente esistenti in Giappone che avranno superato i test "rafforzati" sulla sicurezza. Una mossa per contenere le importazioni di petrolio e gas che danneggiano la terza economia del pianeta. Il movimento "Sayonara Genpatsu", addio alle centrali e al nucleare, ha visto tra i promotori il Nobel per la Letteratura, Kenzaburo Oe e Ryuichi Sakamoto, attore e compositore, vincitore dell'Oscar con 'L'ultimo imperatore'. Quest'ultimo, poco prima dell'avvio del corteo, ha rimarcato che "l'incidente di Fukushima continua ancora oggi", con riferimento alla contaminazione e alle migliaia di persone ancora evacuate. Con un tablet in mano, Sakamoto ha lanciato le note di un brano "emotivo" composto, sulla scia alle disastrose immagini trasmesse dai media, circa un mese dopo il sisma/tsunami di magnitudo 9 sulla scala Richter dell'11 marzo 2011, in omaggio alle persone colpite. 
 
I dati
In vista del terzo anniversario dell’incidente nella centrale di Fukushima, dal Giappone arrivano i primi dati definitivi sull’esposizione alle radiazioni della popolazione locale, che sembrano confermare il ritorno verso la normalità almeno per la quantità di radiazioni presenti nell’aria. Nello studio però, come sottolineano i ricercatori stessi, mancano i dati riferiti alle prime settimane post incidente quelli forse più importanti. Sulla base di analisi e stime, la popolazione residente tra i 20 e 50 chilometri dalla centrale esplosa nel marzo del 2011 avrebbe ricevuto una dose di radiazioni, sommando quella naturale e quella prodotta dall’incidente, inferiore ai 2,5 millisievert l’anno, quantitativo in linea con le dosi di radiazione naturale cui sono esposti normalmente gli abitanti del Giappone, attraverso gli elementi naturalmente presenti nell’aria, nel terreno o nel cibo. Secondo le proiezioni poi, nei prossimi 10 e 50 anni le esposizioni dovute all’impianto saranno in ogni caso al disotto di 1 millisievert l’anno e il rischio di un aumento di tumori sarebbe limitato entro lo 0,28% in più per il tumore al seno e dell’1,06% per gli altri tipi di cancro. Nello studio mancano però, e lo evidenziano i ricercatori stessi, i dati relativi ai primi mesi, quelli subito dopo l’incidente. Non si hanno quindi informazioni sulla quantità di radiazioni cui sono state esposte le persone nelle prime settimane, forse quelle più pericolose. Una mancanza dovuta all’impossibilità oggettiva di poter monitorare la popolazione in maniera capillare e continua nei giorni successivi al terribile tsunami che devastò l’intera regione. 
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