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SALUTE

Il libro

Tutte le fortune di Taverna

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C'è il badante ultradevoto con le mani di pastafrolla che attribuisce i danni che causa al demonio. C'è l'ex bodyguard zoppo che si veste di nero con gli occhiali scuri e prima di aiutare il suo assistito controlla anche sui tetti che non ci siano cecchini. C'è il cingalese educato nelle scuole del
britannico impero che lo chiama sir e l'ex ufficiale dell'Armata Rossa rigigo come l'acciaio. A Riccardo la sorte non ha fatto mancare niente. A 23 anni la Cidp, una malattia neurologica degenerativa grave, anni dopo il Parkinson e per finire un infarto. Eppure a volte il problema più grosso della sua vita è gestire i badanti. Persino trovare la donna giusta sembra più facile che imbattersi in un uomo serio e affidabile, e che non abbia bisogno lui stesso di un controllore. Per fortuna, la stessa sorte ha dotato Riccardo di tenacia, forza e senso dell'umorismo che lo hanno aiutato ad affrontare la sua difficile malattia. Non ha mai smesso di lottare per mantenere la sua indipendenza, sperimentando su se stesso cure inedite, e riuscendo a realizzarsi sul lavoro e ad avere una vita piena. E quando gli capitano momenti di sconforto, Riccardo pensa alla moglie Nelly, una guerriera che combatte al suo fianco giorno dopo giorno, e considera che quella sola fortuna basta a compensare tutte le sfortune del mondo.

Riccardo Taverna è nato nel 1963 a Milano, a 23 anni comincia a combattere con la Cidp, una grave malattia neurologica degenerativa, vivendo una vita quasi normale. Il Parkinson lo colpisce a 48 anni. E' un esperto di sostenibilità aziendale, gestione della reputazione e comunicazione d'azienda.
E' autore dei blog badavoaibadanti.org, basato sulla sua esperienza, e sustainabilitysentiment.org e di numerosi articoli sulla sostenibilità. Cura la rubrica 'in responsibility' su 'iN', la rivista di Siracusa. 'Tutte le fortune' è il suo primo libro, edito da Piemme, di cui pubblichiamo il prologo

Che esegua ciò che dico, sia onesto, puntuale e affidabile:
non voglio altro.
Il fatto che, da quanto ha raccontato, sia stato per tanti
anni un bodyguard e, come ultimo lavoro, abbia fatto il
gorilla in una discoteca non rappresenta un problema:
nella vita, si sa, si cambia.
Non sto cercando un conversatore brillante o un
amico, ma un sostegno fisico e materiale, qualcuno che
mi ridia una parvenza di indipendenza, niente di più e,
soprattutto, niente di meno.
Certo, Maurizio non è perfetto. Ieri, al termine del
colloquio, ho notato un difetto sul quale, anche volendo,
non avrei potuto non inciampare: quando cammina e alza
il ginocchio destro, la gamba scatta tesa e ruota verso l’esterno
e, prima di stabilizzarsi, sembra sempre sul punto
di cadere. Tuttavia, mi sono detto, se Messner ha scalato
tutte le montagne del pianeta senza sette dita dei piedi
non c’è ragione per cui Maurizio non possa darmi una
mano con i vestiti o guidare al mio posto.
«Poi» ha commentato mamma Tina, che era presente
al colloquio «sembra una brava persona» e il suo giudizio,
che conta parecchio, mi ha convinto che sì, proviamo
a capire se così, con un badante al fianco, la mia
vita diventa più facile.
Maurizio passa a prendermi all’orario concordato e
quando sbuca dall’ascensore quasi non lo riconosco: indossa
un doppiopetto grigio, camicia bianca, cravatta
nera, ha i capelli tirati indietro col gel e un paio di Ray-Ban
con le lenti a specchio. Manca l’auricolare e sarebbe la
copia sputata di Kevin Kostner.
«Sei pronto?» chiede, come dovesse accompagnarmi
alla notte degli Oscar. «Allora andiamo.»
Ci siamo, già, è il momento. Dopo anni di cadute e
risalite, dopo battaglie vinte e perse, mi sono arreso all’idea
di avere un badante. Nessuna resa o sconfitta, solo
una presa d’atto. La consapevolezza che ho bisogno di
qualcuno che compia gesti banali, che, per me, sono
diventati un impaccio. Allacciare un bottone. Scrivere.
Prendere il portafogli dalla tasca. Tirare su la cerniera
dei pantaloni. Versare l’acqua.
Non ho bisogno di un complice né di un amico, ma
di un professionista, uno che, con le sue mani e le sue
gambe, mi permetta di riprendere le redini delle mie.
Prendiamo l’ascensore, percorriamo il vialetto e raggiungiamo
l’auto. Maurizio al mio fianco, vigile, preciso,
efficiente. Alla guida, lo stesso: io sul sedile del passeggero,
lui con le mani sul volante e i Ray-Ban fissi sulla
strada, silenzioso e attento.
«Bella giornata, eh?» la butto lì, giusto per un minimo
di conversazione.
Niente, nessuna risposta. È concentrato. Meglio così.
Arriviamo all’appuntamento in via Santa Maria Fulcorina,
una strada piccola e stretta con l’acciottolato al posto
dell’asfalto, in centro città e, dopo avere parcheggiato
rasente al muro, mi slaccia veloce la cintura di sicurezza.
Al resto, ad aprire la portiera e uscire dall’abitacolo, ci
penso io. In teoria, visto che, appena faccio per spin11
gere la portiera, mi blocca con uno scatto felino, quasi
uno schiaffo sulla mano, e un ordine secco: «Aspetta!».
«Cosa?» chiedo sorpreso.
Dopodiché appoggia il braccio sullo schienale del
mio sedile e si volta, le lenti a specchio puntate sulla
strada, lo sguardo attento al minimo segnale. Lancio
un’occhiata di sottecchi nello specchietto retrovisore:
siamo l’unica auto parcheggiata nella via, anche perché
sarebbe vietato, e non c’è anima viva, eccetto un gruppetto
di piccioni che, a essere sinceri, in questa Milano
assolata e semideserta mi pare del tutto disinteressato
al nostro arrivo.
Maurizio pianta di nuovo i Ray-Ban nei miei occhi e
mi comanda di nuovo di stare al mio posto.
Obbedisco.
Lui apre la portiera, esce circospetto, si guarda intorno,
poi infila la testa nel finestrino ma, prima che
apra bocca, lo anticipo: «Va bene, va bene, aspetto…».
Si muove zoppicando. Fa il giro dell’auto, sempre
zoppicando. E, dopo un’attesa che mi pare infinita, mi
raggiunge. Uno sguardo in avanti, uno indietro, uno in
alto, per scorgere la presenza di eventuali cecchini suppongo,
e grazie al cielo, apre la portiera. Mi preparo a
scendere ma non faccio in tempo a muovermi che purtroppo
sentiamo un rumore, niente di che, una macchina
che proviene dal fondo della via.
Maurizio mi guarda, stavolta è più veloce: «Ok,
aspetto».
Lui lancia la gamba destra, la ruota e pianta l’altra a
pochi passi dal centro della strada.
La macchina si avvicina e lui resta lì, zoppo e indifferente,
con la mano a fare “stop” e il sole che si riflette
nelle lenti degli occhiali. L’auto rallenta, infine si ferma:
l’alternativa, d’altronde, sarebbe investirlo.
«Forza, veloce» mi intima.
Che, su di me, non suona molto bene, specie oggi
che le gambe sono in una giornata storta e, se possibile,
mi fanno zoppicare più di lui. Maurizio tiene la portiera
aperta. Io ruoto sul sedile, appoggio le mie lunghe
gambe sul marciapiede e scendo. Cammino verso il portone,
barcollando. Maurizio mi scorta, zoppicando. Il
conducente dell’auto aggrotta le sopracciglia perplesso.
Trattiene una risata. Mi immedesimo in lui e scoppio a
ridere. Un disabile, assistito da un badante zoppo che si
atteggia a guardia del corpo. Ridicolo. Comico. O tutte
e due. Continuo a ridere. Maurizio non fa una piega.
Continua a scortarmi.
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