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CULTURA

"Internet e lo scemo del villaggio"

Eco: "Twitter e Facebook? La parola a legioni di imbecilli". E la rete si infiamma

L'intervento del filosofo all'Università di Torino, a margine della cerimonia per una laurea honoris causa in Comunicazione e cultura dei media, colpisce al cuore il popolo della rete che si divide

Umberto Eco
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di Bernardino Rinaldo "E' il luogo in cui nascono le più assurde teorie complottistiche: dalle accuse sui gesuiti sospettati di aver affondato il Titanic alla costruzione di coincidenze numeriche sull'attentato alle Torri Gemelle". All'Università di Torino, dopo aver ricevuto l'ennesima laurea honoris causa ("la numero 41", precisa), Umberto Eco attacca i social network in modo implacabile. "Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, e di solito venivano messi a tacere. Ora chi scrive ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel. Ma è normale: capita in tutte le comunità numerose. Nei gruppi con più di cinquanta persone quelli che si espongono di più sono sempre gli imbecilli".

La sindrome del complotto
La lectio magistralis è dedicata alla sindrome del complotto, analizzata anche nel suo ultimo libro, "Numero zero". "La televisione - rincara la dose - aveva promosso lo scemo del villaggio rispetto al quale lo spettatore si sentiva superiore. Il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità".

"Un futuro per la carta stampata"
Eco auspica che i giornali filtrino "con équipe di specialisti le informazioni di Internet perché nessuno è in grado di capire oggi se un sito sia attendibile o meno". Non basta: "I giornali dovrebbero dedicare almeno due pagine all'analisi critica dei siti, così come i professori dovrebbero insegnare ai ragazzi a utilizzare i siti per fare i temi. Saper copiare è una virtù ma bisogna paragonare le informazioni per capire se sono attendibili o meno". Secondo il filosofo, c'è un futuro per la carta stampata. "C'è un ritorno al cartaceo. Aziende degli Usa che hanno vissuto e trionfato su Internet hanno comprato giornali. Questo mi dice che c'è un avvenire, il giornale non scomparirà almeno per gli anni che mi è consentito di vivere. A maggior ragione nell'era di Internet in cui imperversa la sindrome del complotto e proliferano bufale".

La rete si infiamma
L'intervento, ed era prevedibile, ha provocato una grande reazione nei social, con numerosi interventi, non solo italiani, schierati a favore o contro la tesi avanzata. C'è chi si domanda perché "gli imbecilli non dovrebbero avere diritto di parola" e chi sottolinea che "anche le case editrici danno la parola a flotte di imbecilli". Alcuni si chiedono: "Cosa vuole Eco, un'oligarchia di inconcreti intellettuali?", mentre altri commentano: "E' il bello della democrazia e dei sistemi aperti... bellezza!", rendendo così omaggio all'Humphrey Bogart di "L'ultima minaccia". C'è anche chi legge politicamente l'intervento, liquidando il tutto con un sarcastico "M5S distrutto in poche parole".

A difesa di Eco
Ma non pochi scendono in campo a difesa della tesi di Eco: "Per una volta che dice una cosa giusta..." si legge, così come: "La cosa divertente dell'affermazione di Eco è che gli imbecilli non l'hanno capita" e "se criticate Eco, le cose sono due: o c'è coda di paglia o difendete chi augura morte in base alle idee politiche". Altri auspicano che l'intervento sia "da appendere nelle scuole, negli uffici e nelle redazioni". Alcune decine di commenti vengono dall'estero, in inglese, francese, spagnolo, olandese, polacco, portoghese, greco e turco.

Parole in libertà e Cassazione
Con una curiosa coincidenza, l'attacco di Eco avviene quasi in contemporanea con una sentenza della Corte di Cassazione, per la quale l'offesa sui social è da considerarsi come se fosse "a mezzo stampa". La Prima sezione penale è tornata ad esprimersi sul tema della natura penalistica dei social network, dopo alcune sentenze negli scorsi anni. Lo scontro era nato dalla denuncia/querela di un privato che aveva trovato un intervento ritenuto sgradevole sul proprio profilo Facebook, con tanto di generalità e foto del denigratore. Il Giudice di pace di Roma si era dichiarato incompetente. In seguito, anche il Tribunale aveva escluso la propria completenza a giudicare, contestando l'applicabilità dell'aggravante "giornalistica" per il mancato comportamento difensivo dell'offeso in merito alla gestione dei meccanismi di privacy sul suo profilo Fb.

L'offesa sui social è come quella "a mezzo stampa"
Ecco allora l'intervento della Suprema Corte che, attribuendo di nuovo la competenza al tribunale monocratico, afferma di fatto la similitudine tra l'offesa su Internet e la vecchia diffamazione sulla carta stampata. Ricordando che i reati di ingiuria e diffamazione possono essere commessi via Internet, la Corte spiega perché sia lecita l'estensione "giornalistica" alla responsabilità dei social. Infatti, se lo "strumento principale della fattispecie in esame" (la diffamazione) è la carta stampata, la norma prevede "qualsiasi altro mezzo di pubblicità" per poter applicare la pena. Il meccanismo delle amicizie su Fb "ha la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone" e, pertanto, di amplificare l'offesa in contesti sociali più ampi. 
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