MONDO

La frattura Stati-Uniti-Messico

Vaticano: il muro tra Stati Uniti e Messico è un segnale preoccupante

Ma Trump rilancia: in un nuovo tweet accusa il Messico "di essersi per troppo tempo approfittato degli Stati Uniti" e afferma che questa situazione deve finire "adesso". Lunga telefonata fra il presidente Usa e il collega messicano Peña Nieto 

Condividi

Il muro di Trump non piace al Vaticano, La Santa Sede è preoccupata per "il segnale che si dà al mondo" con la costruzione del muro tra Usa e Messico, voluto dal presidente statunitense per frenare le migrazioni. E si augura che gli altri Paesi, anche in Europa, "non seguano il suo esempio". Così il cardinale Peter Turkson, presidente del Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale.

"Un presidente può costruire un muro, un altro può abbatterlo"
"Noi ci auguriamo che il muro non sia costruito ma conoscendo Trump forse si farà - ha detto Turkson -. La Santa Sede è preoccupata perché non riguarda solo la situazione con il Messico ma il segnale che si dà al mondo. Non sono solo gli Usa che vogliono costruire i muri contro i migranti, accade anche in Europa. Mi auguro che non seguano il suo esempio. Un presidente può anche costruire un muro ma può arrivare un altro presidente che l'abbatterà".

Cancellato il vertice con Peña Nieto. Lunga telefonata tra i due presidenti
La polemica sul muro scatenata da Trump fa saltare intanto il vertice a Washington con il presidente messicano Peña Nieto. In un tweet il tycoon aveva scritto: se il Messico non è disposto a pagare per il muro, meglio cancellare l'incontro".  E il presidente messicano aveva allora informato la Casa Bianca che non sarebbe volato a Washington. Donald Trump e il presidente messicano hanno comunque avuto una telefonata di un'ora.

Il presidente messicano chiede rispetto
Peña Nieto, con cui Trump voleva iniziare a rinegoziare l'accordo commerciale nord americano (Nafta), aveva reagito subito al suo annuncio sulla nuova barriera, chiedendo "rispetto" per la sovranità nazionale e ribadendo che il suo Paese "non crede nei muri" e "non pagherà alcun muro". Sean Spicer, portavoce della Casa Bianca, ha tentato di gettare acqua sul fuoco: "Cercheremo una data per fissare qualcosa in futuro. Manterremo aperte le linee di comunicazione".

Trump ha provato a far passare la cosa come una decisione "congiunta" perché altrimenti l'incontro sarebbe stato "infruttuoso" , poi ha minacciato tramite lo stesso Spicer dazi al 20% sull'export messicano (316 miliardi di dollari nel 2015) che permetterebbero di raccogliere 10 miliardi di dollari l'anno. E non molla la presa: in un nuovo tweet accusa il Messico "di avere per troppo tempo approfittato degli Stati Uniti" e dichiara che "l'enorme deficit commerciale e lo scarso aiuto nella difesa del debole confine devono finire immediatamente".



Il muro rinsalda la protesta
Il muro e la stretta sugli immigrati stanno mobilitando la protesta nel Paese. Da un lato sono scesi in campo i vescovi Usa criticando una politica che aumenterà le sofferenze e lo sfruttamento. Dall'altro è tornato in strada il popolo anti Trump, con una inedita alleanza tra musulmani e latinos: ieri con una veglia di alcune centinaia di persone vicino alla Casa Bianca e con una marcia a Manhattan di migliaia di manifestanti, oggi con oltre 3000 attivisti a Filadelfia all'arrivo del tycoon per il 'ritiro' dei repubblicani, omaggiato dalla premier britannica Teresa May. Spopolano intanto sul web gli hashtag #NoBanNoWall e #RefugeesWelcome. In rivolta anche le cosiddette 'città santuario', quelle che proteggono gli illegali e alle quali Trump ha deciso di tagliare i finanziamenti federali. Sono circa 300, tra cui Chicago, San Francisco, Newark (New Jersey), New Haven (Connecticut). New York, che potrebbe vedersi togliere 7 miliardi di dollari, guida la protesta con il sindaco Bill de Blasio: "Questo è il sogno americano davanti ai vostri occhi. Non permetteremo che ce lo tolgano", ha detto ai manifestanti, promettendo di difendere "tutti, a prescindere da dove vengono e dai loro documenti di identità".

L'incontro con Theresa May
Theresa May è la prima leader straniera a incontrare Donald Trump. Ha parlato ai membri repubblicani del Congresso a Filadelfia, gettando le basi per un asse con Londra-Washington. "La vittoria di Donald Trump - ha detto - vi dà l'opportunità di aprire una nuova era. Regno Unito e Stati Uniti - ha proseguito - hanno la responsbilità di essere leader, per difendere insieme i nostri valori di libertà e democrazia che sono minacciati: quando Regno Unito e Usa indietreggiano è un male per il mondo intero". La premier britannica ha poi assicurato che il Regno Unito non tornerà indietro sulla Unione europea". Prima di partire da Londra, May aveva detto che Gran Bretagna e Stati Uniti possono ancora una volta "guidare il mondo".




 

Condividi