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SALUTE

"Le tecnologie non sono né buone né cattive"

Adolescenti e cultura, Morcellini: Ok al digitale, sapendolo usare

Ci sono ricerche contraddittorie sull’uso degli strumenti didattici digitali, dai tablet in classe alle lavagne elettroniche: mai demonizzare l’innovazione, ma bisogna saperla governare. Colloquio con Mario Morcellini, Prorettore alla Comunicazione,  Sapienza Università di Roma 

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Professore quanto i programmi scolastici riescono ad intercettare le aspirazioni e i nuovi modi di comunicare degli adolescenti?

Uno dei titoli più “fortunati” di un magazine per adolescenti è “Come sopravvivere alla scuola”. Appare dunque implicito il rapporto oppositivo che passa nell’immaginario degli adolescenti rispetto all’istituzione scolastica, prevalentemente associata – soprattutto nel compulsivo lessico della tribù di appartenenza – come obsoleta, autoritaria, poco aggiornata eccetera. Ma l’atteggiamento quasi “snobistico” e perfino conflittuale è uno degli elementi distintivi di quest’età di transizione. Scatta soprattutto nei confronti della scuola, lo spazio più “rigoroso” e regolamentato che i ragazzi frequentano. 

Tuttavia, andando ad analizzare quello che sta realmente accadendo nelle scuole italiane, ci rendiamo conto che i programmi, rispetto al passato, appaiono molto più vicini alle esperienze reali e mediali, alle caratteristiche e alla sensibilità degli adolescenti e perfino alle frequentazioni multipiattaforma che essi praticano. Molti dei testi scolastici, e perfino dei manuali, prevedono, ad esempio, un utilizzo integrato di supporti cartacei e multimediali, mentre gli studi di caso, le immagini, le narrazioni restituiscono più efficacemente le relazioni tra passato e presente, e le connessioni con la vita quotidiana dei ragazzi. 

Ovviamente, molto di tutto questo passa anche per la passione, la vocazione e la formazione dei docenti, come dimostrano le immagini suggestive di quella lunga serie di un programma proprio di RAI Scuola, intitolato “Scuola digitale”, che ha messo in scena chiaramente una straordinaria innovazione narrativa legata alla postura scelta da docenti e responsabili di istituto innovatori. L’importante è dunque non smettere mai di sperimentare nuovi metodi e linguaggi, interrogandosi costantemente su come migliorarsi, chiedendo, ovviamente, al Servizio Pubblico di raccontare i cambiamenti, magari riducendo la narrazione di cronaca nera a favore delle non poche buone pratiche che la scuola sa offrire.

Dopo il grande entusiasmo per le nuove tecnologie a scuola, si è visto che con lavagne elettroniche e tablet i ragazzi perdono la capacità di scrivere e ricordano meno quello che studiano. Sono meglio i vecchi metodi o i nuovi vanno calibrati in modo diverso?

Anzitutto, non bisogna dimenticare che l'introduzione di qualsiasi nuova tecnologia, dalla radio alla televisione a internet, è stata al suo inizio demonizzata come pericolosa per lo sviluppo dei bambini e dei ragazzi in formazione, ma l'idea di base che occorre ovviamente ribadire è che le tecnologie non sono né buone né cattive. È buono o cattivo l’uso che se ne fa, e soprattutto la diffusione di pregiudizi non supportati dai dati. 

E' vero che alcune ricerche evidenziano che un uso frequente di personal devices come il tablet può limitare le capacità comunicative, espressive e relazionali dei più giovani, a causa dell’isolamento che si "auto-infliggerebbero" i bambini, rapiti dal loro gadget tecnologico. Altri studi, invece, indicano che i cosiddetti screen media, soprattutto attraverso la dimensione del touch favoriscono lo sviluppo cognitivo, in anni in cui nel cervello del bambino avvengono importanti sviluppi neuronali e neurogenerativi. 

Come responsabile per Sapienza di una importante e pionieristica ricerca sull’utilizzo del tablet sui bambini fino a 6 anni, che si inserisce nel quadro delle politiche di innovazione supportate da fondi strutturali europei, ritengo che sia ancora troppo presto per tirare delle conclusioni sull'opportunità dell'inserimento delle tecnologie digitali a scuola, soprattutto nei termini di una piena integrazione tra questi ultimi e gli strumenti e i metodi d'insegnamento tradizionali. Aggiungo che dirigenti scolastici e soprattutto docenti sono molto più preparati e disponibili al cambiamento di quanto la vulgata giornalistica farebbe immaginare. 

Una posizione intermedia, che mi sento di sostenere, è quella di non frenare con cieca ostinazione l'introduzione delle nuove tecnologie digitali a scuola e finanche nelle scuole materne, ma di affiancare ad allievi e studenti una figura professionale, il media educator, che svolga un’attività educativa e didattica finalizzata alla comprensione delle potenzialità e dei pericoli connessi all'utilizzo delle nuove tecnologie della comunicazione nei contesti formativi, e alla realizzazione di adeguate strategie di educazione critica ai media.

In buona sostanza, cerchiamo di educare genitori e figli al loro corretto utilizzo. Staccare la spina delle tecnologie è una presunzione assolutamente irreale, così come pretendere di arginare i processi di innovazione, talvolta compulsivi, che hanno “rottamato” interi settori della tradizione culturale del nostro paese. 

Quanto resiste l’annoso problema della poca passione dei ragazzi italiani verso le materie scientifiche, soprattutto la matematica?

La questione è un po’ sopravvalutata da una finta retorica della modernità, anche perché dobbiamo registrare un miglioramento di 18 punti avvenuto tra il 2006 e il 2012, stando ai dati INVALSI “PISA 2012”. È vero però che in Italia il problema dello scarso interesse nei confronti delle materie scientifico-matematiche persiste, non solo tra i bambini. Tutto questo porta a un posizionamento al 24° posto (su 34) nella classifica dei “low achievers” dei paesi OCSE.

E’ chiaro che si tratta di discipline che per loro natura necessitano di un mix di metodi e di approcci che oscillino tra aspetti teorici e dimensioni applicative. Pertanto, avvicinare bambini, ragazzi e giovani alle materie scientifiche e matematiche non è un’impresa impossibile se si creano reti tra istituzioni scolastiche, musei della scienza, laboratori, parchi e oasi naturali e tutti quei soggetti che con la Scienza si confrontano quotidianamente. Solo così si potranno creare e migliorare le condizioni di apprendimento (e prima ancora di insegnamento), innovando le strategie e gli strumenti, in modo da far emergere anche i risvolti pratici per sviluppare l’interesse dei bambini nei confronti delle materie scientifiche. Un aiuto rilevante in questo senso potrebbe arrivare anche dai media che, attraverso documentari e prodotti di comunicazione della scienza, permetterebbero un diverso avvicinamento dei bambini e dei ragazzi a contenuti generalmente ritenuti ostili. 

Come immagina il percorso di studi per le prossime generazioni? Quali materie si imporranno, e quali metodologie didattiche si affermeranno?

La scuola, più delle altre istituzioni è sollecitata a stare al passo con il cambiamento e, persino ad anticiparlo. Monitorare il “sentiment” e l’evoluzione dei comportamenti comunicativi e sociali dei propri studenti diventa, dunque, uno dei punti di partenza e di arrivo della mission formativa.  

Non sono le materie scolastiche il problema. Piuttosto, tutto, a partire dalla cultura classica, va mantenuto nella sostanza, ma innovato nella forma e nell’appeal. Bisogna stimolare docenti e studenti a ridare vita ai saperi tradizionali, reinterpretandoli e attualizzandoli, tenendo conto anche delle caratteristiche della società contemporanea: glocal, multimediale, connessa, multiculturale

Vorrei però anche segnalare la pazzesca incoerenza delle culture pubbliche del nostro paese: sono consolidate, almeno nella maggior parte dei casi, la musica, l’arte, c’è una pressione per introdurre il cinema e si sottovaluta drammaticamente l’attività più importante che i ragazzi fanno e cioè lo studio della comunicazione e delle reti digitali. Resta ancora attuale il monito che scaturiva da una ricerca-azione del 2007, da me condotta e contenuta in un volume che si intitola Provaci ancora, scuola: se non cambiamo strada, i media finiranno per apparire più attrattivi della scuola, mentre solo portando queste realtà dento il curriculum si costruiscono le premesse per un uso critico delle tecnologie. Anche di quelle social.
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