Cultura

Morte Enzo Lippolis, il ricordo di Luca Mercalli

Un archeologo dal presente al passato  

tappo Pillole di Mercalli - I Bitcoin consumano in un anno tanta elettricità quanto il Portogallo

Sabato tre marzo Enzo Lippolis era seduto a fianco a me nello studio Rai di Via Mecenate a Milano, mentre Massimo Gramellini celebrava la meritata vittoria internazionale ottenuta dal suo Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università Sapienza di Roma. Non ci eravamo mai incontrati prima. Ci siamo scambiati un’occhiata d’intesa dopo che ha terminato una pacata  spiegazione di come abbia portato in pochi anni la sua unità di ricerca al podio mondiale.

La cosa mi aveva rallegrato, perché ovviamente Roma è l’icona dell’archeologia universale e ti aspetti che debba essere per forza così anche se in Italia spesso non lo è. Ma avevo anche messo in quello sguardo empatico due altri ingredienti: la consapevolezza del lavoro duro che c’è dietro la ricerca scientifica ben fatta, e lo era di certo se il giudizio giungeva da una giuria mondiale, e poi un po’ di solidarietà per i vincoli burocratici, amministrativi e fiscali di cui tutti noi che ci occupiamo di trasmissione del sapere siamo sempre più vittime frustrate. Ho osservato il suo viso bonario, il suo abito per nulla formale. Niente di più, in quei pochi minuti, applausi – sinceri – , e ancora un paio di sguardi complici quando si è parlato del ruolo della scienza nella società. Era bello veder festeggiare un bravo docente e ricercatore in televisione, uno che aveva dedicato la vita all’archeologia e non alle canzonette o al pallone. Le luci facevano brillare la verde corona d’alloro simpaticamente consegnatagli da Cristiana Capotondi, ma lasciavano un’ombra scura alle sue spalle. In quell’ombra nessuno si era accorto che aleggiava la sua fine. La misteriosa presenza che decide di tutti noi si stava avvicinando e poco dopo l’uscita dagli studi l’avrebbe fulminato, mentre stava per salire sul treno in una sera di pioggia. Nulla posso dire della sua carriera, dei suoi meriti, lo può fare chi ci aveva vissuto e lavorato a fianco. Ma siccome ogni morte credo debba insegnare qualcosa ai vivi, l’impressione che mi ha lasciato questa inattesa e subitanea scomparsa è proprio quella dell’importanza di vivere nella pienezza ogni nostro attimo, perché ogni progetto, ogni gesto potrebbe esserci negato da un momento all’altro.

Enzo ancora non sapeva che di lì a poco il suo cammino si sarebbe bruscamente arrestato per sempre. E ancora non sapevamo noi, che festeggiavamo un bel traguardo per lui e per il Paese. E’ il riavvolgere il nastro del tempo che mi  turba: la tranquilla normalità che precede un evento enorme e irreversibile di cui non vi è alcuna traccia nell’aria, non vi è indizio alcuno.  Deformazione professionale di chi fa previsioni! Non era in un pericoloso teatro di guerra mediorientale a scavare reperti, era appena uscito da un salotto di persone amiche che immaginavano la sua professione ricca di attese e di gioie della scoperta del passato. Ora è anche lui passato. E queste parole assolutamente banali, già mille volte dette meglio dai filosofi e dai poeti, servono solo a rendere quei pochi minuti di incontro casuale un momento di riflessione sulla nostra esistenza. Per non sprecarla in futili motivi (troppo spesso imposti anche da un mondo pieno di complicazioni inutili, che dovremmo tutti combattere con forza). E per ricordarsi che nell’ombra c’è sempre quella presenza che cronometra i nostri secondi di vita. Enzo Lippolis, gli ultimi che gli son stati concessi, li avrà almeno trascorsi felice con la sua lucida coroncina d’alloro e una meritata festa in televisione.
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