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MONDO

Africa

Reportage. La battaglia del popolo Saharawi per non essere cancellato dalle carte geografiche

Da oltre quarant'anni vivono in una striscia di deserto algerino, in accampamenti di tende e casi di mattoni di sabbia. Il nodo dell'intesa tra Marocco e Fronte Polisario è il referendum di autodeterminazione sui cui ancora non esiste un accordo; intanto i giovani tornano qui per sostenere il "loro popolo" in una situazione di disagio molto forte

Accampamenti Saharawi
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di Benedetta Bidini Hanno abiti colorati e molta determinazione. Sono le donne del popolo Saharawi, composto da oltre 160mila rifugiati che vivono in una striscia di deserto algerino. Infermiere, insegnanti e deputate combattono contro un terreno inospitale, dove d’estate la temperatura è proibitiva e d’inverno il forte vento irrita occhi e gola. Le malattie qui sono dovute soprattutto al clima, come ci racconta Fatima, infermiera di un dispensario. In molti vanno in ambulatorio – dove ci sono solo donne, a conferma della vocazione femminile di questa “Repubblica" - per curare asme e problemi agli occhi.

Il territorio è diviso in wilaya (regioni) organizzate a loro volta in daira (province). Spesso manca l’acqua corrente e l’elettricità nelle tende – le abitazioni tradizionali – o nelle più moderne e costose case costruite con mattoni di sabbia, che però rischiano di crollare letteralmente nel periodo delle piogge. Non sono però questi i loro problemi, le loro priorità, perché – come precisa Lamina Afelut, una giovane parlamentare – lei nemmeno ha mai visto la sua terra, "non sono mai arrivata fino al mare”. La loro è una lotta politica e di riconoscimento spiega.

Questione Saharawi
Il popolo Saharawi considera come propria terra il Sahara Occidentale. La lasciarono quarant’anni fa dopo quella che chiamano l’occupazione del Marocco. I fermenti indipendentisti portano nel 1973 alla nascita del Fronte Polisario e all’inizio della lotta armata; gran parte dei Saharawi si rifugiano nel deserto algerino dove proclamano la Repubblica Araba saharawi democratica (Rasd). Dopo anni di scontri, nel 1990, con la mediazione della Nazioni Unite, si arriva ad un cessate il fuoco ma ad oggi l'intesa non è ancora stata raggiunta. Il nodo rimane il referendum di autodeterminazione (indipendenza o integrazione) previsto dagli accordi di pace su cui ancora però non esiste un punto di incontro tra Marocco e Fronte Polisario.

Un muro di oltre 2000 chilometri nel deserto
Mine - 5 milioni secondo i Saharawi-  filo spinato e un muro di oltre 2700 chilometri, una barriera che si confonde con il colore della sabbia, nel deserto algerino, al confine con il Sahara occidentale. È stato costruito dal Marocco durante gli anni degli scontri ed è ancora presidiato da migliaia di soldati marocchini. Il "muro della vergogna" lo chiamano i Saharawi, un muro di sicurezza dice il Marocco per proteggere quello che le risoluzioni Onu definiscono un territorio in conflitto. La posizione del Marocco è chiara: nessun territorio occupato. Interessi anche economici risponde la Rasd perché quella terra è ricca di fosfati e ha un mare molto pescoso. Oltre questa barriera, nel Sahara occidentale, vive l'altra parte del popolo saharawi, circa 400mila persone.

Spinta delle giovani generazioni
Al di là di referendum, rivendicazioni, occupazione o territorio in conflitto, il vero nodo oggi sono le nuove generazioni. Dopo aver studiato all’estero - in Spagna, a Cuba fino alla Russia - decidono di tornare qui perché si sentono parte di questo popolo e vogliono sostenere la causa Saharawi, di fronte a nessun spiraglio di accordo, in un momento di forte disagio in cui il lavoro non si trova e per la crisi diminuiscono gli aiuti internazionali – le uniche risorse di questi accampamenti. Come racconta il primo Ministro Abdelkar Taleb Omar “il 2015 potrebbe essere un anno cruciale perché sarà valutato il processo di accordi, ma se la soluzione non verrà trovata il rischio è di una nuova escalation di violenze”. Anche se la Rasd predilige la strada del dialogo. Sembrano pensarla così anche i tanti giovani che incontriamo, che più che di armi e guerra parlano delle lingue che stanno studiando per non chiudersi all’interno, per poter portare avanti la causa del popolo Saharawi, per non essere dimenticati e cancellati dalle carte geografiche.
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