ITALIA

Commissione parlamentare Moro

Br, Fioroni a Faranda: "Morucci nel 1990 era un collaboratore del Sisde"

L'ex postina delle Br del sequestro di Aldo Moro: "Imposimato mi fece incontrare due funzionari del Sisde, ma io rifiutai di proseguire il rapporto"

Adriana Faranda (LaPresse/archivio)
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Nel 1990 il brigatista Valerio Morucci era un collaboratore del Sisde. Lo rende noto il Presidente della Commissione Moro, Giuseppe Fioroni, che sostiene di avere carte del Sisde che comprovano questa tesi.

Fioroni, durante la terza audizione di Adriana Faranda, brigatista ed ex compagna di Morucci, afferma: "Al tempo del secondo ritrovamento di via Montenevoso, il Centro Sisde trasmise il 3 novembre 1990 alla direzione dei servizi del Sisde una serie di valutazioni di Valerio Morucci che all'epoca collaborava col servizio. Morucci collaborava col Sisde e il 3 novembre 1990 trasmisero una serie di valutazioni di Morucci sulla vicenda di Montenevoso".

Faranda si limita a replicare: "Detta così, mi sgomenta". Fioroni insiste: "Questo c'è scritto nelle carte. Se vuole gliele trasmetto...".  Faranda: "Sarà stato che qualcuno gli ha chiesto una consulenza. Non mi pongo la domanda...". Qualche minuto dopo Fioroni torna sull'argomento: "Scrivendo Morucci in qualità di collaboratore, consulente, persona informata sui fatti con il Sisde...". Faranda ribatte: "Non ne ho la minima idea...".  Adriana Faranda fu arrestata nel 1979 e, da dissociata, uscì dal carcere in libertà condizionale nel 1994. Alla domanda dei giornalisti su quando si interruppe il suo rapporto con Morucci, Faranda preferisce non rispondere: "Non me lo ricordo".


Faranda e Morucci (archivio Ansa)

Ad un parlamentare che afferma la tesi, secondo la quale anche il difensore di Faranda, l'avvocato Tommaso Mancini, fosse legato ai servizi segreti, l'ex brigatista risponde: "Allora rinuncio...". Ad un parlamentare che subito dopo sostiene la tesi, secondo la quale Adriana Faranda, da ricercata, mise la testa in una macchina della polizia, l'ex terrorista risponde: "No, assolutamente. Mi sento circondata... Posso dire che l'avvocato fu scelto da mia madre, disperata e convinta che fossi innocente. Chiese consiglio a mio padre, che era a sua volta avvocato. Mia madre non era dei servizi". "Io e Morucci - spiega Faranda - avevamo come avvocato difensore Tommaso Mancini. Cambiai difensore dopo l'arresto di Maccari, perché io confermai che Maccari era il quarto uomo e qui scattò l'incompatibilità perche' Mancini era anche il legale di Maccari". Successivamente Faranda afferma che, oltre alle indicazioni della madre, l'avvovato Mancini le fu comunque "assegnato d'ufficio".

Fioroni ha anche chiesto perché Faranda continuò ad avere rapporti con Lanfranco Pace, durante il sequestro Moro, nonostante gli articoli molto ben informati di Scialoja sull'Espresso apparsi il 26 marzo, il 2, 9 e 23 aprile 1978. "Scialoja aveva rapporti con Pace e Piperno" afferma Faranda, ma gli articoli pubblicati non influirono sulle scelte dei contatti Br con l'esterno durante il sequestro Moro. Faranda conferma che, da ricercata, abitò per tre giorni nella casa del dipendente del 'Messaggero' Aurelio Candido, che era "molto spaventato". Sui rapporti con il nucleo storico delle Br Faranda afferma: "La divisione delle Br in una prima e in una seconda fase è arbitraria e scorretta. Noi ci muovevamo soprattutto in relazione al problema dei prigionieri politici. Il sequestro Sossi aprì questo problema. Con il processo di Torino il nucleo storico si rifiutò di riconoscersi come un gruppo di imputati. Loro sostennero di essere prigionieri politici e invitarono i giudici a nominare loro un avvocato difensore. L'invito a chi stava fuori era quello di portare l'attacco al cuore dello Stato. Quando furono uccisi Coco e l'avvocato Croce, le rivendicazioni furono durissime. Franceschini rivendica di avere scritto in carcere il 75-80% della risoluzione strategica. Solo il 20% è stato scritto fuori. Gallinari (evaso dal carcere di Treviso nel gennaio 1977 ndr.) fu il filo fisico che legò il processo di Torino a Moro. Franceschini disse solo che non era d'accordo sull'impostazione che era stata data al sequestro Moro: per lui non era un processo alla Dc, la discussione fondamentale doveva essere sul compromesso storico. Questo l'ho sentito anche da Gallinari: il compromesso storico era la riprova dell'abilità politica di Moro di imbrigliare il conflitto sociale, ad esempio come avvenne con l'inglobamento del Psi nel centrosinistra".

Faranda conferma che ricevette 36 lettere di Moro. Era però l'esecutivo delle Br, tra cui Moretti, Bonisoli, Azzolini, Micaletto, che decideva cosa portare all'esterno e cosa no. Sugli originali del memoriale Moro Faranda afferma: "Mi sono sempre chiesta perché distruggere gli originali. Mi sembra improbabile che fosse rimasta solo una copia a via Montenevoso". Alla domanda sul perché, nonostante le promesse, il popolo non fosse stato informato dei contenuti delle deposizioni di Moro, Faranda ribatte: "Le Br non hanno mai divulgato nulla, neppure il materiale di Sogno. Dietro ci doveva sempre essere una decisione politica. Ci fu anche un certo caos nell'organizzazione per i colpi subiti, che creò problemi logistici gravissimi".

Alla domanda se i servizi segreti ebbero contatti anche con Adriana Faranda, la brigatista dissociata risponde: "Imposimato mi fece incontrare due funzionari del Sisde, ma io rifiutai di proseguire il rapporto. Uno di loro mi disse che aveva fatto perquisire casa mia". Nelle precedenti audizioni Faranda disse che, durante il sequestro Moro, Moretti viaggiò spesso tra Roma, Milano e Firenze. Fioroni ritiene che le carte di Moro non potessero seguire un uomo itinerante. "A chi vennero affidate? - domanda Fioroni - a Micaletto perché la Liguria veniva considerata un posto sicuro? Micaletto le mise in via Fracchia?". Faranda risponde: "Mi sono sempre chiesta perché distruggere gli originali, ma tutto veniva gestito dall'esecutivo". Sul suo ruolo in relazione all'agguato di via Fani, Faranda afferma: "Io ero in via Chiabrera e seguivo gli accadimenti tramite le radio della polizia e dei carabinieri. Avevo il compito di rimettere in piedi la colonna romana se i nostri compagni fossero rimasti uccisi. Avevo il compito di riallacciare i rapporti con appuntamenti strategici. Si fissava una data e un'ora: se nessuno si presentava, bisognava riprovare un'ora dopo, una settimana dopo oppure un mese dopo". Alla domanda su chi decise di lasciare la Renault 4 con il cadavere di Moro proprio in via Caetani 32, Faranda risponde: "Fu deciso di lasciarla in via Caetani ma non in un posto preciso. Il posto esatto fu determinato dall'auto che lasciammo parcheggiata in via Caetani il giorno prima. Si decise simbolicamente via Caetani perché era vicino alle sedi di Dc e Pci, i partiti della fermezza. Come dire: avete deciso che lo uccidessimo".
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