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MONDO

Tre lettere per la Brexit, l'ultima trovata di BoJo

Boris Johnson continua a perdere battaglie parlamentari. Ieri un emendamento approvato dalla Camera gli impone un rinvio del voto sul nuovo accordo tra Regno Unito e Unione Europa per la Brexit. La sua reazione, mandare Bruxelles una lettera non firmata per chiedere il rinvio e un firmata per dire che è inutile, lo espone anche a rischi giudiziari

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Il premier britannico, Boris Johnson, ha inviato, ma non firmato la lettera con cui il governo britannico chiede all'Ue il rinvio della Brexit come imponeva il Benn Act: la legge anti-no deal approvata a settembre dai suoi oppositori in parlamento per obbligarlo a farlo qualora un accordo di divorzio non fosse stato ratificato entro le 23 di ieri. Il premier britannico ha ceduto dopo essere stato costretto a posticipare da un emendamento il voto sul suo deal.

La richiesta di rinvio è stata però accompagnata da una seconda lettera, questa sì firmata dal premier, in cui egli scrive che ritiene il rinvio un errore. A Bruxelles è stata recapitata anche una terza lettera, dell'ambasciatore britannico all'Ue Tim Barrow, in cui si precisa che la richiesta di rinvio è legata a un obbligo di legge. La soluzione trovata rischia di esporre comunque Johnson al rischio di ricorsi in tribunale da parte delle opposizioni e di attivisti pro remain, poiché il Benn Act prevede che la proroga venga chiesta in buona fede e senza tentativi di boicottarne gli scopi o di spingere l'Ue a rigettare l'istanza.  

Boris Johnson va avanti per la sua strada: già domani cercherà di mettere ai voti di nuovo il suo accordo. Johnson ha scritto a tutti i deputati e colleghi, dopo il voto dei Comuni, che "non negozierà il rinvio con l'Ue". Il premier ha anche avvertito che l'Ue potrebbe "respingere" la richiesta di Londra o "non prendere rapidamente una decisione". Oggi gli ambasciatori dei 27 faranno il punto della situazione. Domani sarà il il gruppo direttivo sulla Brexit del Parlamento europeo ad analizzare il dossier.
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