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ITALIA

Il giallo

Una mozione per Chico. Il caso di Enrico Forti arriva in Parlamento

La Camera prende in esame la richiesta sottoscritta da una cinquantina di deputati di assistere l'italiano detenuto negli Usa da ormai 14 anni, da quando fu condannato per omicidio. Ma lui ha sempre urlato la sua innocenza

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di Giancarlo UsaiRoma C’è un italiano in carcere in Florida da ormai quattordici anni. Tanto è passato da quando Chico Forti, 55enne trentino con un passato da velista prima e da produttore televisivo poi, è stato condannato all’ergastolo negli Stati Uniti. L’accusa, durissima, è di omicidio “commesso durante l’esecuzione di un altro crimine” (il felony murder, per usare la terminologia penalista americana).

Nonostante gli anni del processo e poi della detenzione, Forti ha continuato a gridare fin da allora la sua totale innocenza, parlando di un clamoroso errore giudiziario che lo vedrebbe coinvolto in un tragico malinteso. Ora, il caso di Chico (come tutti gli amici lo chiamano) torna di attualità con due mozioni presentate alla Camera: una dal Movimento 5 Stelle e una da Mauro Ottobre del gruppo misto. Proprio Ottobre spiega i motivi di questa iniziativa parlamentare: “Chiediamo al governo di prendere ogni iniziativa possibile, in Italia e in sede internazionale, per sostenere Chico Forti, da quattordici anni ingiustamente detenuto a Miami, nella sua battaglia per la riapertura del processo”.

La sua mozione è stata sottoscritta da una cinquantina di colleghi, appartenenti a diversi gruppi parlamentari, e chiede formalmente che l’esecutivo si impegni ad affiancare Forti nella sua battaglia giudiziaria. Il caso ha già per altro sollecitato la nascita di un movimento di opinione, nel quale sono confluite anche diverse voci di personaggi della cultura e dello spettacolo. Da Fiorello a Jovanotti, in tanti hanno sposato la causa per chiedere la revisione del processo.

La storia di Chico ha dell’incredibile, si passa da un’avventura sportiva e umana senza precedenti alla drammatica svolta. Fin dagli anni 70 pratica il windsurfing con risultati di livello internazionale, partecipando a sei mondiali e a due europei. Nel 1985 è il primo italiano a competere nella sua categoria nella coppa del mondo. Nel 1990 partecipa al quiz di Mike Bongiorno, “Telemike”, e vince una somma importante rispondendo a domande sul suo sport. Poi, nel 1987, la sua carriera sportiva si interrompe per colpa di un incidente automobilistico. Lì si apre una nuova, inaspettata fase. Forti comincia a scrivere su riviste specializzate e a intervenire in trasmissioni televisive, fino alla creazione di una casa di produzione con la quale ideerà show basati sulla sua passione per il windsurf e in generale per gli sport estremi.  Chico è un uomo che sa reinventarsi e che a ogni difficoltà reagisce con nuove idee.

Fino al febbraio 1998. Dale Pike, figlio di Anthony, imprenditore dal quale Forti stava acquistando un hotel a Ibiza, viene trovato ucciso su una spiaggia di Miami. Gli investigatori convergono subito su Chico, ipotizzando che l’omicidio sia legato a una truffa che stava organizzando nei confronti del padre della vittima. Alla fine, due anni dopo, arriva la condanna all’ergastolo, anche se i complici di cui si è parlato nell’inchiesta non sono mai stati trovati. A nulla vale il grido d’innocenza di Forti, dei suoi sostenitori. Il suo legale, Ferdinando Imposimato, e la criminologa Roberta Bruzzone hanno presentato nel 2012 un rapporto all’allora ministro degli Esteri Giulio Terzi che contiene le motivazioni per una richiesta di revisione. Ma la giustizia americana ammette questo istituto solo nel caso di nuove prove che si riesce a dimostrare sarebbero state decisive al tempo del dibattimento.

Ora, il caso arriva in Parlamento con una presa di posizione formale di un gruppo di deputati. Il caso, dunque, resta aperto, almeno per chi crede nell’innocenza di Chico. Anche quattordici anni dopo.
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