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MONDO

Non solo Uganda

Le peggiori dittature nel 2014: dall'Africa all'ex Urss ecco dove i regimi soffocano la libertà

L'organizzazione non governativa Freedom House aggiorna annualmente la lista dei regimi più severi e brutali: una top ten dei luoghi dove la popolazione soffre di più la negazione dei diritti umani

La mappa dei regimi nel 2014
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di Giancarlo Usai Non c'è solo l'Uganda a preoccupare l'opinione pubblica internazionale con la sua legge anti-gay che stabilisce pene durissime fino all'ergastolo. Freedom House, un'organizzazione non governativa con sede a Washington, aggiorna ogni anno la sua particolare top ten dei peggiori luoghi al mondo quanto a rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Fra qualche sorpresa e drammatiche conferme, ecco i dieci Stati più a rischio in questo inizio di 2014.

Repubblica Centrafricana
Tra i Paesi più poveri del mondo, afflitto da malaria e lebbra, con tasso di analfabetismo che supera la metà della popolazione, lo Stato africano ha visto andare in scena un colpo di stato nel 2003 per mano del generale Francois Bozizé, che poi formalizzò la sua elezione con le consultazioni del 2005. Ma gli oppositori accusarono il generale di brogli e irregolarità e cominciò una serie di sanguinosi scontri nelle zone “periferiche” del Paese. Dietro un’apparente stabilità, per dieci anni Bozizé ha schiacciato le opposizioni con un regime caratterizzato da corruzione, nepotismo e autoritarismo. Dopo una serie di tentativi di normalizzazione, a gennaio è stata eletta presidente di transizione dal parlamento centrafricano Catherine Samba-Panza, sulle cui spalle pesa il compito di portare fuori il Paese dalla situazione di drammatica indigenza.  
 
Guinea Equatoriale
Piccolo Stato dell’Africa centrale, è dominato dal 1979 da Teodoro Obiang Nguema, comandante delle Forze armate arrivato al potere con un golpe. Fino a metà degli anni 90, fare opposizione al suo unico partito era illegale. Ma anche se formalmente è stato poi introdotto il multipartitismo, gli altri movimenti non si sono presentati alle elezioni per protesta e Nguema è stato sempre rieletto essendo l’unico partecipante alle consultazioni. Falliti i tentativi di destituirlo, il presidente è ora uno degli uomini più ricchi del mondo, grazie alla scoperta delle risorse petrolifere la cui ricchezza è finora appannaggio del solo presidente.
 
Eritrea
Diventata indipendente nel 1993, l’assemblea nazionale ha eletto presidente Iasaias Afewerki, che avrebbe dovuto guidare un governo di transizione. In realtà, da allora, il partito-esercito di Afewerki, Il Fronte popolare per la democrazia e la giustizia, è l’unico soggetto politico ammesso dalle leggi straordinarie del Paese. Motivando con lo stato di emergenza dell’economia il momento di "transitorietà" della situazione politica, il presidente ha prolungato la durata del suo mandato fino a data da destinarsi. Nel 2001 le elezioni sono state rinviate e tuttora si aspetta la fissazione di una consultazione. L’Eritrea figura nel 2013 all’ultimo posto della libertà di espressione nel mondo: non esiste stampa privata e gli oppositori e i critici al regime vengono perseguiti e imprigionati.
 
Corea del nord
Retta da una dittatura totalitaria che si ispira ai principi dello stalinismo, è da generazioni dominata dalla stessa famiglia. Il titolo presidenziale, infatti, viene tramandato di padre in figlio. Alla morte di Kim Il-sung, nel 1994, Kim Jong-il ne ha preso il posto nominando il leader defunto “Presidente eterno”. Dal dicembre 2011 la guida del paese è Kim Jong-un, il più giovane capo di stato al mondo con i suoi 31 anni. Ma la durezza del regime non ha visto cedimenti. Stretto controllo sui media e sulla libertà di opinione, il governo ha sancito che il servizio militare è permanente: tutti i cittadini sono "reclutabili" in qualsiasi momento per ogni tipo di attività militare. Impenetrabile per l’opinione pubblica internazionale, le associazioni non governative accusano la Corea del nord di praticare la schiavitù nei campi di prigionia: chi viene arrestato e condannato sconta in condizioni bestiali la pena in questi lager.
 
Arabia Saudita
Monarchia assoluta basata su due certezze: la religione islamica che fonda i principi dello Stato e il petrolio, di cui il Paese è il più importante estrattore ed esportatore al mondo. Paese caratterizzato dalle contraddizioni estreme: con delle potenzialità economiche eccezionali e con sacche di povertà estese. Una piccola classe borghese che gode di privilegi e leggi severissime sulle libertà civili che schiacciano la maggioranza della collettività: l’Arabia Saudita è l’unico luogo al mondo dove le donne non possono nemmeno guidare. Anche se il re Abdullah ha annunciato che dal 2015 la parità di sessi comincerà gradualmente ad essere introdotta anche nella politica, con il riconoscimento universale del diritto di voto, attualmente negato.
 
Somalia
Lo hanno definito uno “Stato fallito”, ovvero un’entità nazionale solo sulla carta che, nel corso dei decenni, non è mai riuscita ad affermarsi come un vero Paese sovrano. Nessun governo, più o meno legittimato, è riuscito mai a imporre la sua autorità su tutto il territorio. A parte i confini geografici, la Somalia è uno Stato in mano a gruppi tribali o di criminali locali, suddivisa in regioni e dilaniata da scontri etnici. La popolazione è tenuta sotto il giogo del potere violento dei "signori della guerra" che negano persino i beni di prima necessità alla popolazione. Al termine di vent’anni di violenti scontri, viene istituita una repubblica federale che, nel 2012, porta alla guida dello Stato il moderato Hassan Sheik Mohamud che, dopo essere sfuggito a un attentato dopo pochi giorni dal suo insediamento, sta tentando un faticoso percorso di pacificazione.
 
Sudan
Il Paese islamico più grande del continente africano ha affrontato due guerre civili negli ultimi cinquant’anni. Dal 1989 è comandato da Omar Hasan Ahmad al-Bashir, il primo capo di Stato ad essere raggiunto da un mandato di cattura della Corte penale internazionale. Su di lui pende infatti l’accusa di aver favorito il genocidio del Darfur, appoggiando le milizie islamiche che hanno sterminato le minoranze nell’ovest del Paese. Nel 2010 ha vinto le prime elezioni aperte ad altri partiti, prima non ammessi alle competizioni elettorali.
 
Siria
E’ il Paese più discusso degli ultimi mesi. Dal 2011 la guerra civile che contrappone i ribelli alle forze rimaste fedeli al presidente Assad ha finora provocato 5.800 morti. La Siria è un Paese senza petrolio e con un’economia fondamentalmente povera, che fa della sua posizione strategica in chiave anti-israeliana il suo punto di forza nel Medio Oriente. La forma di Stato è una repubblica semipresidenziale che, di fatto, si riduce a una dittatura assoluta. Il partito Bath, al potere dagli anni '60, è guidato in modo ereditario dai discendenti della famiglia Assad. Bashar, al potere dal 2000, è un dittatore "moderno": parla fluentemente inglese, ama viaggiare e ha tentato di concedere un po’ di libertà in campo civile e politico alle minoranze. Situazione però cambiata radicalmente con l’arrivo delle proteste di piazza sull’onda lunga della Primavera araba: la repressione voluta da Assad e praticata dall’esercito è stata finora spietata.
 
Turkmenistan
Repubblica asiatica nata dall’ex Urss, è una dittatura monopartitica fondata su un rigido culto della personalità. Il capo di Stato accentra in sé il potere legislativo, esecutivo e giudiziario e a lui devono essere dedicate statue e monumenti d’oro nelle principali città. Persino il calendario viene rivisto modificando alcuni giorni con i nomi della famiglia presidenziale. Alla morte del suo predecessore, l’attuale presidente Gurbanguly Berdimuhammedow ha cercato di moderare, di fronte al malcontento crescente, gli estremismi del regime. Il suo predecessore Nyyazov aveva tagliato arbitrariamente le pensioni a circa centomila persone perché la crisi economica aveva lasciato a secco le casse dello Stato. E mentre lui restava rinchiuso nel suo lussuosissimo palazzo, era sulle fasce più deboli della popolazione che cadeva la tagliola dei sacrifici.
 
Uzbekistan
La storia dell’Uzbekistan è strettamente legata alla figura del suo leader carismatico, Islom Karimov, al potere fin dal 1990. La sua iniziale spinta per il recupero delle tradizioni uzbeke dopo la caduta dell’Unione Sovietica si è ben presto trasformata in un estremismo nella gestione assolutista del potere. Con ben due referendum "pilotati" ha prorogato la durata del suo mandato presidenziale, fino a sfidare apertamente la Costituzione presentandosi una terza volta alle elezioni. Alle urne, nel 2000, uscì vincitore con percentuale superiore al 90% e il suo sfidante, a votazioni chiuse, ammise di essersi candidato solo per dare un’apparenza di regolarità alla competizione, ma lui stesso, in realtà, aveva votato per Karimov. Protetto dalla Russia di Putin e anche dagli Usa di Bush ai tempi della caccia ai talebani in Afghanistan per il suo strenuo rigore contro il terrorismo islamico, è accusato di praticare la tortura abitualmente nei confronti degli oppositori e, per alcuni condannati colpevoli di reati particolarmente gravi, si dice che sia in vigore la pena della "bollitura a morte". 
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