ITALIA

"Ucciso da professionisti della tortura"

Giulio Regeni, delitto legato alle sue ricerche. Pm chiedono password a social network

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Mentre dal Cairo continuano ad arrivare ipotesi poco verosimili sul movente dell'omicidio di Giulio Regeni, la procura di Roma ha pochi dubbi sul fatto che il giovane sia stato ucciso per motivi legati al suo lavoro di ricerca. Inoltre "le sevizie e la crudeltà" cui è stato sottoposto Giulio prima di morire, secondo chi indaga, fanno pensare che non sia stato ucciso da 'criminali comuni', ma da professinisti della tortura.

Dall'esame del computer di Regeni, e anche dal resto dell'attività istruttoria, non emergono comunque legami di Giulio Regeni con servizi segreti. L'inchiesta, secondo quanto si è appreso, avrebbe inoltre evidenziato che Regeni non aveva avuto contatti con persone equivoche e tantomeno che i dati raccolti nell'ambito delle sue ricerche siano uscite fuori dall'ambito universitario.  

I pm romani che indagano sulla morte del ricercatore hanno anche avanzato una richiesta alle società che gestiscono i maggiori social network per ottenere le password utilizzate da Regeni in modo da poter ricostruire gli spostamenti effettuati dal ricercatore con la geolocalizzazione. ​

La procura ha attivato da tempo una richiesta di informazioni, e password, ma finora non sono arrivate risposte ufficiali. Attraverso gli accessi gli inquirenti potrebbero avere ulteriori notizie sulla vita di Giulio e le relazioni che intratteneva in Egitto e altrove. In particolare l'interesse di chi indaga è acquisire i dati relativi ai dispositivi gps collegati al telefono cellulare (mai trovato dopo la scomparsa del giovane ndr) attraverso i social.

Secondo quanto si apprende, inoltre, non risultano schedature fatte in Egitto, anche se l'episodio di una foto scattata da uno sconosciuto durante l'assemblea di un sindacato indipendente aveva turbato il ricercatore universitario.

In base agli elementi raccolti fino ad ora, spiegano le fonti della procura, è possibile affermare che Regeni facesse una vita piuttosto ritirata al Cairo, e che le sue conoscenze e frequentazioni fossero limitate all'ambiente universitario. Inoltre, dai primi esiti degli esami tossicologici sarebbe emerso che Regeni non faceva uso di droghe.

Ma se Giulio è stato torturato e ucciso per ciò che studiava perché chi l'ha preso non ha fatto sparire, né manomesso il suo computer? Nessun elemento, dai primi accertamenti sul pc del giovane, fa pensare che lui raccogliesse informazioni se non per il dottorato, né che queste informazioni venissero usate altrove.

Il pm Sergio Colaiocco chiede da tre settimane, e per ora senza risultati, i verbali delle testimonianze, il referto dell'autopsia effettuata al Cairo, i dati delle celle telefoniche, i filmati delle telecamere di sorveglianza della zona nella quale si è mosso Giulio il 25 gennaio prima della scomparsa e gli altri atti del fascicolo aperto dalla procura egiziana. Per ora nulla di tutto ciò è stato trasmesso a Roma e gli unici documenti certi in mano agli inquirenti italiani sul caso restano l'autopsia effettuata all'Istituto di medicina legale de La Sapienza, il cui referto arriverà sul tavolo del pm la prossima settimana, e il pc sul quale continuano gli accertamenti.
 
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