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CULTURA

Intervista al fotoreporter Valerio Bispuri

Encerrados, rinchiusi: un pellegrinaggio fotografico nelle carceri del Sudamerica

Il lavoro di ricerca e di racconto della vita in 74 carceri del Sudamerica è durato quasi dieci anni. L'autore, Valerio Bispuri, ha saputo parlare con i detenuti e con le guardie, denunciare le condizioni disumane di alcuni penitenziari (il Padiglione 5 di Mendoza ha chiuso dopo la pubblicazione delle sue immagini) ed evocare una vita quotidiana inimmaginabile da fuori. A breve tornerà nelle stesse carceri per mostrare ai protagonisti il risultato del suo lavoro

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di Veronica Fernandes Ad un certo punto, mentre visitava il carcere argentino di Mendoza, Valerio Bispuri si è trovato davanti ad un bivio. Il direttore gli diceva che no, visitare il Padiglione 5, quello con i criminali più pericolosi del Paese, era troppo rischioso. I detenuti, invece, gli gridavano di andare, di guardare, di fotografare. E lui decide di entrare. Quella che si trova davanti è una succursale dell’inferno dove insieme agli uomini sono rinchiusi animali morti, 4 persone sono ammassate in cellule di 4 metri e camminare significa guadare i propri escrementi.  “Non è il peggiore che ho visto”, commenta oggi Valerio Bispuri, 74 carceri e dieci anni dopo: un lavoro ora confluito nel libro pubblicato da Contrasto – Encerrados, rinchiusi, con la prefazione di Roberto Saviano – che verrà presentato al Fandango Incontro di Roma il prossimo 18 febbraio, un’indagine antropologica e fotografica sulle carceri del Sudamerica. Oggi quel padiglione non esiste più: dopo aver visto le sue fotografie Amnesty International ha lanciato una campagna per la chiusura e nel 2009 il governo Kirchner l’ha evacuato e poi raso al suolo. Che le condizioni di vita dei detenuti fossero disumane l’Argentina l’ha capito grazie alle immagini di Bispuri.

Perché le carceri sudamericane
Dieci anni dietro le sbarre del Sudamerica vogliono essere il racconto di un continente da un punto di vista sicuramente estremo ma anche specchio fedele della società che c’è fuori. Nel carcere viene replicato il copione delle gang, dei capi che controllano i loro uomini, la corruzione, la violenza, la passione e il senso di appartenenza. Di questo mondo Bispuri ha raccontato la vita quotidiana: le cucine e la rabbia, le celle e il rapporto tra detenuti. In ogni immagine c’è una storia, uno sguardo, una traccia dell’umanità rinchiusa lì dentro. In alcune (non nel libro) c’è persino lui: in un carcere colombiano i detenuti, che avevano una telecamera, lo hanno filmato al lavoro, intervistato e mandato in onda nella TV interna.

Il rapporto con i detenuti: “Quando ho rischiato di essere aggredito con una siringa infetta”
Entrando nelle carceri Valerio Bispuri ha imparato a parlare con le guardie – “Spesso di calcio, di Europa, di argomenti leggeri” – e con i detenuti. A capire chi sono i capi, a farsi guidare, ad accogliere le loro storie e a capire quando andarsene. E’ successo, ad esempio, in un carcere peruviano: “Scappa, scappa”, gli grida uno degli internati, un ragazzo di Como, e lui esce, appena in tempo per evitare che gli conficcassero addosso una siringa di sangue infetto. Un dettaglio, un istante che racconta le conseguenze irreparabili che poteva avere il reportage.

Le carceri femminili: vietato avere rapporti sessuali (mentre in quelle maschili è permesso)
Fotografare 74 penitenziari per Valerio Bispuri è stato un viaggio passato dai capi delle FARC – primo europeo ad entrare in quel carcere colombiano di massima sicurezza – ai reparti femminili. Lì ha scoperto un divieto che gli uomini non hanno: non possono avere rapporti con il partner o il marito, i rapporti sono vietati. “Erano talmente represse da risultare aggressive – racconta oggi – per anni sono costrette a non vedere mai un uomo e in media sono tutte giovani”. Agli uomini invece viene permesso “come forma di sfogo, mentre per le donne non si pongono il problema”.

La droga che riempie le carceri
Nel 90% dei casi in Sudamerica in carcere si finisce per droga. E la droga c’è anche dentro: le sostanze così come le gerarchie di potere, nei penitenziari maschili così come in quelli femminili. Bispuri, in un altro lavoro di lungo respiro, ha indagato la dipendenza dal Paco, una droga derivata dalla cocaina che viene tagliata persino con residui di lampade alogene: crea dipendenza immediata e in un anno conduce alla morte o alla follia.

Encerrados: dalle carceri alle carceri
Dopo aver girato il mondo – e grazie al crowndfunding essere diventato anche un libro – Encerrados sta per chiudere il cerchio. Insieme al fotografo torna nelle carceri sudamericane: da aprile iniziano le presentazioni ai detenuti. Se, per spiegare il lavoro, Bispuri usa la metafora dello specchio, questo è il momento in cui ci andrà più vicino. Anche a loro potrebbe spiegare quello che ha detto in un documentario monografico di SkyArte: perchè fotografo solo la sofferenza, la miseria? "Perchè quella è parte del mondo, dove viviamo noi è un gioco".
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