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SCIENZA

Intervista al professor Eugenio Proto

Sette domande sulla felicità (nel DNA)

Lo studioso italiano che insegna presso l'Università di Warwick (UK) risponde alle nostre domande sulle connessioni tra corredo genetico e felicità

Il professor Eugenio Proto
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di Stefano Lamorgese Proprio ieri avevamo parlato dello studio "National Happiness and Genetic Distance: A Cautious Exploration", una ricerca condotta dai professori Eugenio Proto e Andrew Oswald dell'Università di Warwick, in Gran Bretagna.

Oggi il professor Proto, che insegna "Economia sperimentale" presso l'ateneo britannico, ha risposto ad alcune nostre domande.

Professore, una domanda prima di tutte le altre: è possibile "misurare la felicità"?
Lo si fa da tempo, semplicemente chiedendo agli intervistati quanto sono felici, o soddisfatti ("per niente", "poco", "alquanto", "molto", ecc). Non è una misura perfetta, ma le risposte sono generalmente correlate con indici più obiettivi del benessere individuale, come il battito cardiaco, la capacita di resistere ai virus...

Da quali sensibilità nasce il desiderio di indagare il rapporto tra genetica e felicità? Perché realizzare uno studio come "National Happiness and Genetic Distance: A Cautious Exploration"?
C'e grande interesse per gli indici di benessere soggettivo perché possono essere utilizzati per valutare politiche o scelte sociali. Sono in molti oggi a dire che questi indici rispecchiano il benessere di una nazione meglio del PIL pro capite, che è la misura per il momento più usata. Quindi c'è interesse generale a capire cosa fa variare questi indici a livello nazionale aggregato e il corredo genetico è una delle variabili da considerare insieme ad altre.

Indici di felicità, indici di sviluppo; la matematica al servizio della "materia umana"; la statistica come strumento per indagare l'interiorità... Non sono delle forzature razionalistiche?
I numeri, e i modelli matematici rischiano di semplificare troppo la realtà, come dice lei; ma una teoria che non ha un riscontro logico o empirico rischia di non essere utile perché spesso viene formulata non tanto per il desiderio di capire ma per razionalizzare le preferenze ideologiche, o semplicemente giustificare interessi di parte. Cose che certo non fanno bene alla scienza.

Genetica e politica. Non crede che "leggere" la società umana attraverso la lente dei caratteri genetici possa portare, alla lunga, a una visione eugenetica della politica?
È certamente lecito porsi questi interrogativi da un punto di vista culturale e filosofico, ma per il momento non mi preoccuperei di questo in maniera diretta. È ormai opinione comune, tra gli studiosi di genetica, che non è un singolo gene a influenzare fenomeni complessi come le decisioni economiche o le scelte politiche. Probabilmente è un insieme molto grande di variazioni oppure delle specifiche combinazioni. Siamo ancora lontani anni luce dal determinare quali siano questi geni. E siamo ancora più lontani dal poterli modificare.

Voi scrivete che "una possibile preoccupazione è che l'alto livello di soddisfazione osservato nei paesi nordici sia dovuto prevalentemente alla generosità dei loro welfare". E se la risposta ai tanti dubbi che disseminate nel vostro lavoro fosse, invece, epigenetica? Se, insomma, la felicità fosse l'effetto, poi propagatosi per schemi ereditari (alludo agli emigranti e alla loro discendenza), di un benessere "esterno" che ha modificato, nel tempo, il DNA stesso?
Gli indici di distanza genetica, almeno quelli che usiamo noi, sono determinati da cosiddetti "geni neutrali" (per esempio quelli che determinano il gruppo sanguigno) che non sono responsabili di variazioni dovute alla selezione naturale (come per esempio quelli che determinano il colore dalla pelle), ma al "genetic drift" (variazioni più o meno casuali) quindi sono semplicemente un orologio che misura quanto tempo fa le due popolazioni si sono separate.

Veniamo alla "ricaptazione della serotonina". Il capitolo sul polimorfismo del 5-HTT è complesso. Il collegamento tra le diverse forme di depressione e la presenza delle diverse varianti è suggestivo. Però mi permetta di provocarla: e se individuaste nella popolazione del Togo o del Rwanda il medesimo sviluppo riscontrato in Danimarca? Non sarebbe interessante - anche nell'ottica degli studi di Cavalli-Sforza - confrontare i dati? (Parlo di Rwanda e Togo perché sono in fondo alla classifica del Wordl Happiness Report 2013, ovviamente).
Purtroppo ancora manca una mappatura esatta delle variazioni genetiche nelle differenti popolazioni, Cavalli Sforza e altri ne hanno studiato un centinaio. I dati sul 5-HTT sono stati raccolti a partire da diversi studi e sono probabilmente molto inesatti. Quindi siamo lontani dal sapere quale sia, per esempio, la proporzione di individui con le differenti variazioni del 5-HTT in molte regioni dell'Africa o dell'Asia. Inoltre, e questo lo voglio sottolineare, c'è ancora un dibattito molto acceso intrno all'ipotesi secondo la quale la variazione del 5-HTT sia o meno responsabile di qualche forma di depressione. Accade proprio perché i genetisti cominciano ad essere scettici sugli effetti di un singolo gene sulle attitudini o comportamenti individuali.

L'ultima domanda: quanto è durata la vostra ricerca, e quanto è costata? Il finanziamento dello UK Economic and Social Research Council è un contributo pubblico diretto?
Non è stata molto costosa, visto che abbiamo usato dati già esistenti. L'ESRC finanzia il centro cui sono affiliato, il CAGE, questo e' molto utile perche permette di finanziare anche i miei esperimenti, cosa che il dipartimento di economia può fare solo in maniera limitata.
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