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MONDO

1994-2014

Rwanda vent'anni dopo: storia di un genocidio

800 mila morti tra tutsi e hutu moderati, in meno di cento giorni. Quanto era prevedibile la pulizia etnica che ha lasciato in Rwanda con la popolazione decimata? A vent'anni di distanza le ragioni, l'orrore e le conseguenze di quello che viene ricordato come l'Olocausto africano

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di Veronica FernandesRoma "In questi Paesi un genocidio non è troppo importante".
Frase attribuita al presidente francese Francois Mitterand da Philip Gourevitch nel suo libro The Reversals of War, The New Yorker, 26 Aprile 1999.

"La comunità internazionale, insieme agli stati africani, deve sopportare la sua parte di responsabilità per questa tragedia. Non abbiamo agito abbastanza velocemente dopo che sono iniziate le uccisioni. Non avremmo dovuto permettere che i campi profughi diventassero rifugi per gli assassni. Non abbiamo chiamato subito questi crimini con il loro nome: genocidio. Ma non possiamo cambiare il passato".
Bill Clinton nel suo discorso ai sopravvissuti, 25 marzo 1998 

A vent’anni di distanza questo genocidio “non troppo importante” ha visto diventare adulti i figli del suo orrore, i 20 mila bambini nati dallo stupro di mezzo milione di donne durante i cento giorni di pulizia etnica in cui le milizie hutu hanno ucciso 800 mila persone tra tutsi e hutu moderati. Eppure, su quel 1994 che sembra appartenere a tutti gli effetti al secolo scorso, c'è ancora molto da raccontare.

L'abbattimento dell'aereo presidenziale
La data di inizio ufficiale dell’Olocausto africano è il 6 aprile del 1994: l’aereo con a bordo i presidenti di Rwanda e Burundi, entrambi hutu, viene abbattuto. Si aprono le danze di morte: da Kigali alle zone più remote di questo stato dell’Africa centrale, poco più grande della Lombardia, si uccide al ritmo di 9 mila persone al giorno.

Il fallimento della comunità internazionale
E’ una pagina impastata di sangue, quella del genocidio in Rwanda, dove il fallimento della comunità internazionale nel proteggere la popolazione da un massacro organizzato trova riscontro nelle parole dell’allora presidente Clinton a Kigali, nel 1998: “La comunità internazionale – è un passaggio del suo discorso di fronte ai sopravvissuti – deve sopportare la sua parte di responsabilità in questa tragedia”.
Come ricorda Paolo Magri, direttore dell’ISPI, “l’immobilismo di Bill Clinton è stato il prodotto di molti fattori, in primis del fallimento in Somalia nell’ottobre del 1993”. Scrive William Ferroggiaro – che per il National Security Archives della George Washington Univerity ha curato una ricerca sulle documentazione fornita dall’intelligence e dalla rete diplomatica all’amministrazione Clinton: “I diplomatici, le agenzie di intelligence, i vertici della difesa e gli alti ufficiali, persino i lavoratori umanitari, hanno fornito in tempo le informazioni necessarie alla catena di comando”.

Il "genocide fax"
Il riferimento è all’11 gennaio del 1994, quattro mesi prima dell’abbattimento dell’aereo presidenziale, il giorno in cui il comandante delle forze ONU di peacekeeping, Romeo Dallaire, invia quello che ormai è noto come il fax del genocidio. Si tratta di questo cablogramma, che non ha ottenuto l'esito sperato, dove Dallaire cita una “fonte di alto livello” secondo cui le milizie hutu Interhamwe stanno pianificando “lo sterminio dei tutsi”. Un documento controverso, che non ha mai chiuso la questione su quanto fosse prevedibile il genocidio in Rwanda.

La fonte Jean Pierre
Era una fonte attendibile Jean Pierre, la fonte di Dallaire, Abubakar Turatsinze? Metà hutu e metà tutsi, ha lavorato sul confine dei due fronti del Rwanda e, curiosamente, fino al 1993, la sua carriera nelle milizie hutu Interahammwe non è stata inficiata dal suo blend etnico. Che sapesse che il genocidio fosse in fase organizzativa, lo sostiene anche la moglie, tutsi, in un’audizione del tribunale internazionale (il testo, in inglese, si può leggere qui): “Me ne ha parlato alla fine del 1993 o all’inizio del 1994, gli era stato detto che se fosse rimasto nel NRMD avrebbe dovuto iniziare ad uccidere me e sua madre (tutis, ndr) e così ho capito che il massacro sarebbe stato contro i tutsi”. Deluso dal mancato effetto delle sue rivelazioni, fa intendere il generale Dallaire nelle sue memorie, Jean Pierre è “tornato nelle file dell’Interahamwe, furioso per il nostro vacillare, ed è diventato complice del genocidio”.

Le radici coloniali della pulizia etnica
Quello del Rwanda è un genocidio che affonda le sue radici più remote negli anni del dominio coloniale, quando il Belgio censisce la popolazione e consegna a ciascun abitante una carta di identità con scritto il gruppo etnico: hutu, tutsi, twa. Bruxelles si appoggia alla minoranza tutsi, tradizionalmente allevatori, a scapito degli hutu, a vocazione agricola. Gli Hutu si ribellano, nel 1959, contro i tutsi e contro i belgi: 300 mila tutsi, a quel punto, fuggono in Uganda, trasformandosi in una minoranza ancora più sottile. Due anni più tardi anche la monarchia tutsi prende la via dell’esilio.

L’indipendenza 
Quando il Rwanda diventa indipendente, prevedibilmente, a prendere il potere sono gli hutu. Nel 1973 sale al potere il generale Juvénal Habyarimana, quello che verrà ucciso nel 1994, e per vent’anni concentra il potere nelle sue mani e in quelle del suo partito, il National Revolutionary Movement for Development (NRMD).

L’invasione del 1990 e la guerra civile
Due anni prima, dall’esilio in Uganda, nasceva il Rwandan Patriotic Front (RPF), che raccoglie in maggioranza i tutsi fuggiti dal Rwanda. E’ l’inizio della carneficina, con la Radio Television Milles Collines che nel 1993 inizia a diffondere l’odio interetnico via cavo e il RPF che arriva quasi a conquistare Kigali.

La conferenza di pace di Arusha
In Tanzania, alla conferenza di agosto, hutu e i tutsi moderati raggiungono un accordo che prevede un ridimensionamento dei poteri di Habyarimana e l’ingresso del RPF nel governo di transizione. “Una pace delicatissima – dice il direttore dell’Ispi, Paolo Magri - Le parti concordano una riduzione degli armamenti, ma non possono garantire che lo facciano anche le milizie delle due fazioni, sulle quali non hanno controllo”. E’ ottobre quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, con la risoluzione Onu 872 battezza l’UNAMIR, la missione ONU in Rwanda per supervisionare all’implementazione degli accordi di Arusha.

I cento giorni di genocidio
L’accordo non regge, con l’abbattimento dell’aereo quello che ancora non si chiama genocidio occupa ogni strada e villaggio del Rwanda con i suoi morti a colpi di arma da fuoco e di machete, con le chiese che si trasformano in teatri di morte. Il massacro di Gikondo, con centinaia di tutsi ammazzati nella Pallottine Missionary Catholic Church, pochi giorni dopo quello della Nyarubuye Catholic Church, dove i tutsi morti sono migliaia. La radio incita ad uccidere i vicini, fornisce le istruzioni ogni giorno, anche quello del massacro di Kibuye quando 12 mila tutsi vengono uccisi dopo che avevano cercato rifugio nello stadio di Gatwarp, lo stesso giorno in cui i morti sulle colline di Bisesero superano i 50 mila. E non è che il 18 aprile. Il giorno dopo l’ONU vota il ritiro del 90% delle forze di peacekeeping: “Mentre l’Onu dibatte sulla possibilità di intervento – sono le parole di Magri – il genocidio è in corso”.

E’ quando i morti quasi non si contano più che il presidente francese Mitterand decide di inviare 500 mila uomini, un intervento che costerà alla Francia l’accusa di non aver fatto abbastanza per arginare le squadre di morte. Se Stati Uniti e Belgio presentano scuse al mondo negli anni immediatamente dopo il genocidio, la Francia aspetterà il 2010, con Sarkozy che spera di “lasciarsi alle spalle una pagina di storia dolorosissima”.

Una storia non ancora finita
A metà luglio del 1994 il RPF proclama la vittoria dopo che il Paese ha perso un quinto della sua popolazione. Ad oggi solo 93 dei responsabili del genocidio sono stati incriminati dalla ICTR, il tribunale internazionale per il Rwanda, migliaia sono ancora a piede libero.

La dottrina della responsabilità di proteggere
Nel suo Millennium Report del 2000 l’allora Segretario Generale dell’Onu Kofi Annan, ricorda il fallimento del Consiglio di Sicurezza in maniera decisiva in Rwanda e Kosovo: “Se l’intervento umanitario è un assalto inaccettabile alla sovranità di uno stato – si chiede – come dobbiamo rispondere a casi come quello del Rwanda o di Srebrenica, ad una enorme e sistematica violazione dei diritti umani che offende ogni definizione di umanità?" La risposta della comunità internazionale arriverà poco più tardi: “Il Rwanda è la cornice nella quale si sviluppano le motivazioni che spingono le Nazioni Uniti ad elaborare la dottrina della responsabilità di proteggere – conclude Magri – per prevenire il genocidio”. Un dibattito che esplode nel 2011, quando la responsabilità di proteggere viene citata esplicitamente nella risoluzione 1973 per l’intervento in Libia: pochi giorni dopo la Nato inizierà a bombardare le forze armate di Gheddafi.  
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