Original qstring:  | /dl/rainews/articoli/hotel-rwanda-genocidio-venti-anni-film-52ce50dd-f11a-4c80-898b-d43fd4fb3d68.html | rainews/live/ | true
MONDO

La lezione inascoltata del genocidio

L'uomo che ha ispirato Hotel Rwanda, vent'anni dopo: "Vivo e combatto dall'esilio"

Da Bruxelles, dove vive in esilio, Paul Rusesabagina racconta il lavoro della sua fondazione e si interroga sul senso di un genocidio dove sono morte 800 mila persone e dice che "la storia continua a ripetersi"

Paul Rusesabagina
Condividi
di Veronica FernandesBruxelles E’ un eroe in esilio, Paul Rusesabagina. Durante i cento giorni noti al mondo come il genocidio del Rwanda ha deciso di combattere quel massacro fratricida dal suo albergo di lusso, l’Hotel Milles Collines che il cinema ha ribattezzato Hotel Rwanda per raccontare la sua storia. Oggi lo fa da Bruxelles. 

L'enclave di Hotel Rwanda
La sua è una storia che si racconta con due numeri: 800 mila – le vittime del genocidio – e 1.268, le vite che è riuscito a salvare trasformando il suo albergo in un’enclave di lotta senza armi quando tutto il resto del Rwanda nuotava nel sangue e la radio incitava ad uccidere i propri vicini. L’Hotel Milles Collines, all’epoca, era l’unico posto dove essere hutu o tutsi non faceva differenza: Paul Rusesabagina salvava le persone.

Mai più cosa significa, se la storia si ripete?
A vent’anni di distanza, racconta seduto nella sua casa di Bruxelles, non può smettere di interrogarsi. “Mai più – si chiede – che cosa significa l’espressione mai più se la storia continua a ripetersi, se la lezione di un genocidio che ha strappato ad un Paese quasi un milione di persone resta inascoltata e la storia si ripete?”

La vita prima del genocidio
Prima del 6 aprile del 1994 – quando è stato abbattuto l’aereo con a bordo i presidenti di Rwanda e Burundi, il fischio d’inizio del massacro – la vita di Paul Rusesabagina era la vita di un manager di hotel: da Kigali volava spesso in Europa, aveva l’agenda e l’ufficio sempre pieni, pensava alla carriera. Poi ha “semplicemente fatto quello che era giusto”. Una parte degli eventi si può rivivere in Hotel Rwanda, il film che racconta la storia che per lui è la sua vita. Il 7 aprile si trova ad ospitare alcune persone, a casa, tre giorni dopo diventano 26, finchè non si spostano nell’albergo di lusso di proprietà della compagnia aerea Sabena di cui era manager. Lui - hutu sposato con una donna tutsi - capisce che la sua vita sta per cambiare.

Hotel Rwanda: le minacce e la salvezza
Mentre il Rwanda era strade piene di cadaveri e hutu e tutsi erano alternativamente vittime e assassini, tutte quelle 1.268 persone – chiuse in un hotel che al massimo ne poteva ospitare 200 – sono riuscite a sopravvivere. “Era nei piani di Dio che non succedesse loro nulla – racconta oggi Paul Rusesabagina – io ho fatto in modo che si realizzassero”. L'albergo è continuamente sotto attacco, gli uomini si trasformano in cadaveri a pochi passi dal cancello ma Paul Rusesabagina mantiene la calma E grazie ad "alcune cose che non aveva nessuno", sopravvivono. La linea telefonica, ad esempio: tagliata la prima, la seconda è rimasta attiva: “E io passato tutto il tempo a telefonare a Bruxelles, a Washington, alla Croce Rossa, alle istituzioni”. Nel suo racconto si delineano facilmente i due salvacondotti: lo stock di cibo, acqua e bevande che ogni hotel di lusso tiene in pancia e che all’epoca si sono rivelati vitali e la parola, l’arte di persuadere e ammaliare che Paul Rusesabagina non ha mai perso. E qualche favore fatto prima, negli anni, che era il momento di incassare.

Quando ho imparato a gestire il male
Non l’ha fermato nemmeno quello che resterà per sempre il giorno peggiore della sua vita. Nel film è addolcito, oggi ne racconta i dettagli: “Era il 9 aprile del 1994, ero in una strada lontanissima da casa, a Kigali, insieme ad alcune delle persone che poi avrei salvato. Un gruppo di soldati ci ferma e mi intima di uccidere gli altri, in cambio mi sarei salvato”. Per Paul Rusesabagina arrivano cinque minuti di sudore e di silenzio, poi fissa i suoi occhi in quelli di un militare e nota che lui sfugge il suo sguardo. E’ lì che vede lo spiraglio: “Non so usare una pistola – gli dice – ma se anche la sapessi usare non vedo perché dovrei uccidere questo bambino, o questo anziano”. E se ne vanno. “E’ la lezione più dura che abbia imparato nella mia vita: avere a che fare con il male, imparare a gestirlo”.

 La fine della guerra civile gli porta un tentativo di omicidio, nel settembre del 1996: “Un soldato che si fingeva ubriaco arriva a casa mia con due pistole, mio figlio urla, io riesco a spingerlo fuori e corro a chiedere aiuto”. Il giorno dopo il mandante arriva nell’ufficio di Paul Rusesabagina: “Mi ha detto che erano pistole giocattolo, che non avevo capito”. Il giorno dopo lui e la moglie partono per Bruxelles.

La Fondazione Hotel Rwanda
Dal Belgio si dedica alla sua fondazione il cui scopo è fare advocacy per favorire la risoluzione dei conflitti con il dialogo – la parole, il cui potere salvifico non manca di ricordare – l’istituzione di una Commissione Verità e Giustizia per il Rwanda. E’ l’evoluzione di un progetto nato subito dopo il genocidio, un progetto concreto per aiutare vedove e orfani, interrotto bruscamente quando la sua fondazione – che mandava a scuola oltre 300 bambini – è stata espulsa dal Paese guidato da Paul Kagame.

Gli incontri con le persone che ha salvato
Oggi lotta e scrive, dopo l'autobiografia ha in programma un altro libro. E ricorda. A volte festeggia fino a che la notte non si trasforma in alba: “E’ quando incontro alcune di quelle 1.268 persone, quando mi vengono a trovare, abbiamo moltissimo da condividere”. 
Condividi