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SCIENZA

Neuroscienze

Il cervello che invecchia bene

Cambiano e si evolvono le conoscenze sul funzionamento del cervello e sui processi di invecchiamento

Grandi cervelli del passato
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di Stefano Lamorgese Uno studio, pubblicato sulla rivista Human Brain Mapping (The effect of ageing on fMRI...), svolto da ricercatori della University of Cambridge e della Medical Research Council's Cognition and Brain Sciences Unit precisa e corregge le idee finora consolidate sul funzionamento del cervello degli anziani e dei vecchi, mutando segno allo studio dei processi di invecchiamento.

Vi si dimostra che le alterazioni funzionali riscontrate nel cervello degli anziani corrisponderebbero sì, ai ben noti mutamenti della vascolarizzazione; ma non a cambiamenti dell'attività neuronale.

In particolare: si segnala che l'attività neuronale delle diverse aree del cervello è oggi misurata a partire proprio dalla vascolarizzazione, resa leggibile attraverso la fMRI (la risonanza magnetica funzionale). Questa strategia, dicono ora gli studiosi di Cambridge, non è sufficiente a mappare compiutamente l'attività cerebrale, e restituisce informazioni non del tutto corrette.

335 sorprendenti "nonni"
È così stata misurata l'attività cerebrale, a riposo, di 335 anziani. Tutti volontari e sani, giunti oltre la lunghezza media della vita. Qui è giunta la sorpresa.

Grazie al contributo del Cambridge Centre for Ageing and Neuroscience, si è rilevato, infatti, che - a riposo - il cervello degli individui anche molto in là con gli anni non presenta caratteristiche funzionali diverse da quello degli individui più giovani.

È quando lo si usa, cioè quando ci si concentra su compiti o attività specifiche che i risultati cambiano, come rilevato dalla fMRI. Ciò non accade perché il cervello sia meno capace di svolgere tali compiti, ma solo perché l'intero apparato sensoriale che attiva il cervello stesso è reso meno efficiente dai problemi di vascolarizzazione: càpita per la vista, per l'udito, per tutti i sensi.

Conclusioni e dubbi
Si dirà: ma se il risultato non cambia, dov'è la novità?
La novità, spiega il Dottor Kamen Tsvetanov del Dipartimento di Psicologia di Cambridge, sta nel fatto che, quando si andrà a misurare l'efficienza del cervello, "sarà opportuno ricalibrare la lettura degli esami diagnostici" e quindi, supponiamo, si potranno proporre terapie sempre più mirate.
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