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ITALIA

20 marzo 1994-20 marzo 2014

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, il governo toglie il segreto sui documenti. Una rosa per ricordare

La verità sembra ancora lontana: ancora sconosciuti i nomi dei mandanti dell'agguato e il movente. C'è un solo condannato tra dubbi e lacune. Fu un tentativo di rapimento finito in tragedia o un agguato premeditato contro testimoni scomodi di traffici illeciti in Somalia?

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
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di Carlotta Macerollo Occhiali da sole, l'orologio rosso, una sigaretta e la macchina da presa: facce stanche ma soddisfatte quelle di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin nell'immagine che più li rappresenta. Della giornalista del Tg3 e del suo operatore triestino uccisi in un agguato in Somalia 20 anni fa di foto ce ne sono poche, spesso sono immagini sgranate, catturate velocemente dai servizi televisivi andati in onda, ma in tutte si vede la loro passione, uno sguardo che punta lontano e vola in alto, il microfono ben stretto tra le mani per raccontare con le parole tutto quello che vedevano, alla ricerca della verità.

Ilaria e Miran
Ilaria aveva quasi 33 anni. Nata a Roma nel quartiere di Vigna Clara, era "curiosa, simpatica, aperta, umana". "Con lei si poteva parlare di tutto" - racconta la sua amica e compagna di Studi orientali Paola Gennari Santori - "aveva voglia di raccontare il mondo che aveva già conosciuto come studentessa; il suo sogno era fare la corrispondente dal Medioriente". Miran Hrovatin, 45 anni, era un operatore free-lance che lavorava per l'agenzia Videoest e che collaborava con Ilaria al reportage sulla Somalia: nato a Trieste, sloveno in Italia, come Ilaria faceva del giornalismo la sua missione.

20 anni dopo
Vent'anni dopo l'agguato manca ancora una verità giudiziaria: sono stati vent'anni di polemiche, divisioni, colpi di scena, accuse di depistaggio. Pochi punti fermi, un solo condannato tra mille dubbi, e tante lacune. A partire dal possibile coinvolgimento di pezzi dello stato. Fu un tentativo di rapimento finito in tragedia contro giornalisti scelti a caso o un agguato premeditato e mirato contro testimoni scomodi di traffici illeciti nella Somalia del post Siad Barre? La domanda, si ripete sempre uguale, divide magistratura e politica dal quel 20 marzo 1994, quando Ilaria Alpi e Miran Hrovatin furono freddati da un commando a Mogadiscio. E la risposta non c'è. 

L'agguato del 20 marzo 1994
E' domenica, sono passate da poco le 14.30. Una Toyota attraversa la capitale somala, diretta verso l'Hotel Amana. A bordo la giornalista del Tg3 e il cineoperatore, in Somalia per seguire la missione Restore Hope, dove sono impegnati militari italiani. Sono appena tornati dal nord del Paese, dove hanno incontrato il sultano di Bosaso. Alpi e Hrovatin - dirà poi l'inchiesta - hanno scoperto fatti e attività scottanti, forse traffici illeciti di armi e rifiuti di vasta proporzione. A poca distanza dall'albergo, da una Land Rover scendono diverse persone armate, almeno 7, e fanno fuoco. Un proiettile di kalashnikov colpisce alla tempia Ilaria Alpi, una raffica raggiunge Hrovatin. Gli aggressori scappano subito.   

Inchieste e duri scontri
Cominciano vent'anni di inchieste e duri scontri nella procura romana e non solo. Agli albori dell'indagine il sultano di Bosaso finisce sotto inchiesta come mandante, ma non si trovano prove. Oltre al movente, il dubbio avvolge anche la dinamica, dopo colpevoli ritardi nell'acquisizione di documenti e referti. Si susseguono perizie contraddittorie, che avvalorano ora la tesi dell'esecuzione, ora quella del colpo sparato da lontano. Le indagini finiscono per incentrarsi su Hashi Omar Hassan, arrivato a Roma per testimoniare sulle presunte violenze di militari italiani ai danni della popolazione somala. Arrestato e rinviato a giudizio, Hassan viene assolto in primo grado, condannato all'ergastolo in appello e quindi a 26 anni definitivamente in Cassazione.

Inchiesta bis. Respinta richiesta di archiviazione
Scatta l'inchiesta bis per identificare gli altri componenti del commando e chiarire i motivi dell'omicidio, senza risultati. Il gip Emanuele Cersosimo respinge la richiesta di archiviazione del pm Franco Ionta e sostiene la tesi dell'omicidio su commissione. Nel 2010 la notizia della possibile riapertura del processo: Ali Rage Ahmed detto 'Gelle', il principale accusatore di Hassan, rischia l'imputazione per calunnia. La madre di Ilaria Alpi, Luciana, continua a sostenere che l'unico condannato per l'omicidio sia in realtà un capro espiatorio.   

Le commissioni di inchiesta
Accanto alla vicenda giudiziaria, quella della Commissione parlamentare d'inchiesta, avviata nel 2003 e chiusa nel 2006 senza una soluzione unanime. Il presidente Carlo Taormina si fa portavoce della tesi del rapimento fallito e porta avanti un punto di vista che indigna i genitori della vittima: "Ilaria Alpi era lì in vacanza". Sostiene anche che le voci di un'esecuzione sono state messe in giro ad arte, e afferma di essere in possesso di documenti segreti che proverebbero le sue parole. Nel dicembre scorso rinasce la speranza di arrivare alla verità dopo l'avvio della procedura per tentare di desecretare degli atti delle Commissioni parlamentari d'inchiesta.

Dopo l'appello di Articolo21, il governo toglie il segreto sui documenti
Famiglia e associazioni hanno lanciato un appello su Change.org alla presidente della Camera Laura Boldrini affinché consenta l'accesso a ottomila documenti segreti. E dopo che Laura Boldrini, durante una cerimonia alla Camera, ha annunciato di aver chiesto al Governo "di rendere pubblici gli atti" sul caso Alpi-Hrovatin, la risposta tanto attesa è arrivata: il sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento Sesa Amici ha annunciato, proprio nel giorno in cui ricorrono i 20 anni dal duplice omicidio, in Aula alla Camera di aver avviato le procedure per la desecretazione dei documenti sul caso. 

Sugli atti dei servizi segreti riposte maggiori aspettative
Solo pochi atti, perlopiù audizioni di magistrati, saranno declassificati autonomamente dalla Camera, se il segreto istruttorio non lo impedirà. Ma è sugli atti dei servizi segreti che vengono riposte le maggiori speranze di arrivare alla verità sugli assassini e soprattutto sui mandanti. 

Il ricordo con una rosa bianca
Dopo 20 anni, il ricordo di Ilaria e Miran vive nell'associazione, nelle mostre, in canzoni e libri. E poi ancora in strade, parchi, e scuole a loro dedicati. Dal 19 maggio, ci sarà una nuova rosa all'orto botanico di Roma che si chiamerà "Ilaria". Sarà una rosa bianca, ottenuta attraverso una selezione, quindi unica: con un suo profumo, i suoi petali particolari, le sue caratteristiche. Proprio come Ilaria e Miran. Secondo il giovane botanico veneto che ha creato la rosa "Ilaria": "Quando l'uomo non ha più niente da dire, parla la natura".
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