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SCIENZA

Intervista

Come funziona l'indice di felicità?

Lo hanno chiamato "HPS Index". Serve a misurare, su base linguistica il tasso di benessere soggettivo del passato. Abbiamo chiesto qualche dettaglio al professor Eugenio Proto, dell'università di Warwick.

il Prof. Eugenio Proto
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di Stefano Lamorgese Da tempo si è capito che il PIL non è più sufficiente a fornire un quadro realistico e completo dell'umore collettivo né del benessere soggettivo. Aggrega troppi dati legati esclusivamente a fattori economici e non tiene conto di molte altre importanti sfumature della vita e delle relazioni umane. Ora viene proposto lo HPS Index (lo abbiamo già raccontato), che dovrebbe servire a far luce sul mood dei popoli del passato, fino a più di duecento anni fa.

Abbiamo chiesto qualche informazione in più al professor Eugenio Proto, che insegna presso il Dipartimento di economia di Warwick - al quale poco più di un anno fa avevamo posto Sette domande sulla felicità (nel DNA) - che è uno degli inventori dell'indice HPS. 


Professor Proto, che cos'è lo HPS Index? E che cosa vuol dire l'acronimo che avete scelto?
Si tratta di un indice in grado di misurare, seppur con qualche approssimazione, il "benessere soggettivo" in periodi anche molto lontani dalla nostra contemporaneità. "HPS" sta per Hills, Proto, Sgroi: le iniziali dei cognomi dei tre studiosi che lo hanno messo a punto. La "P" sono io.

Attraverso quale processo siete giunti allo "HPS index"?
Ricerche sul rapporto tra PIL, macrodati economici e benessere collettivo esistono, più o meno sistematizzati, da molti anni. La raccolta sistematica parte all'incirca dal 1970. Su quelle serie si sono basate le ricerche successive sul benessere soggettivo. Ma noi ci siamo chiesti: come facciamo a indagare le epoche precedenti?

È quello che vorrei sapere anch'io...
Siamo partiti da ciò che oggi è disponibile. Google books, per esempio, contiene un'immane mole di libri digitalizzati e costituisce una costola di quello che oggi chiamiamo "Big Data". Ebbene: in base a recenti studi linguistico-statistici compiuti sulla produzione testuale contemporanea (quella dei social network, per esempio), è possibile desumere il "sentiment" collettivo da alcuni schemi linguistici e lessicali ricorsivi.

Il testo come testimonianza involontaria dell'umore?
Volontaria e involontaria. Esistono parole il cui uso rivela una propensione, altre che mostrano uno stato d'animo. Altre un'opinione. Noi ne abbiamo scelte diecimila per la lingua inglese e americana.

E per le altre lingue?
Mille per ciascuna delle altre: italiano, francese, spagnolo e tedesco. La regola che abbiamo seguito si è basata sulla valenza linguistica.

Valenza linguistica? Che cos'è?
Si tratta di un concetto, elaborato in campo psicologico, che noi abbiamo preso in prestito e utilizzato. In pratica è un valore espresso tra due poli: attrazione o avversione. Ci sono parole con alta attrattività e parole con bassa attrattività. Riportando tutto su una scala semplificata di valori (da 1 a 9), abbiamo potuto misurare le parole: 9 è uguale alla massima attrattività, 1 vale il minimo. La valenza, in poche parole, è questa.

Di quali parole si tratta?
Qualche esempio: "abandon" (in inglese, "abbandono") ha una valenza pari a 2,84; "able" (abile, capace) misura 6,64. Passando al francese: "agréable" (piacevole), ha una valenza di 8,29, vicina al massimo della scala; mentre "algèbre" (algebra) si piazza a quota 3,87. In italiano: "aborto" vale 2,06 mentre "affetto" 7,48.

Ma l'uso delle parole, la loro frequenza anche (forse soprattutto) negli scritti, è condizionata da molti fattori. Avete tenuto conto dei cambiamenti culturali?
Abbiamo utilizzato una correzione statistica per cercare di mitigare gli effetti del fenomeno, sì.

Professor Proto, a che cosa serve tutto questo?
Alla ricerca storica, per esempio. Vede: noi abbiamo definito uno strumento che, posto lungo la linea del tempo, mette in relazione il "mood" di una comunità linguistica con gli eventi della storia.



Qualche esempio?
I grafici che pubblichiamo per ciascuna area linguistica sottolineano alcuni anni ed epoche molto importanti nella storia. Prendiamo il 1848, l'anno dei moti rivoluzionari. In Italia c'è un vero e proprio crollo dell'umore collettivo, mentre in Spagna c'è soddisfazione generale. In Gran Bretagna va su mentre in Germania l'indice scende.

Eventi più recenti?
Prendiamo l'Italia. Dopo l'abisso dell'indice durante la Prima Guerra Mondiale, il ventennio fascista si apre con un picco di "buonumore". Ma poi negli anni seguenti il sentimento collettivo - nonostante la censura e il controllo su tutto quanto si stampava - scende e si mantiene basso fino al 1945 quando, con la fine della guerra, si torna a sperare. 

Quanto è durata la vostra ricerca?
È stato il lavoro di un anno, per il quale abbiamo richiesto l'aiuto di uno studente (regolarmente retribuito) per le ricerche nella memoria immane di Big Data.

Possiamo dunque azzardare analisi di lungo periodo?
No: bisogna utilizzare questi strumenti con prudenza...
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