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SPORT

Kobe Bryant, la leggenda del basket tra killer instinct e umanità

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di Paolo Cappelli Immortale Black Mamba
Bandiera dei Lakers, Kobe Bryant era un campione così grande da diventare di tutti. Tifosi, compagni, avversari.
Ma non è sempre stato così.

Una foto meravigliosa della squadra cadetti delle Cantine Riunite dice che era anche un po' italiano, Kobe, cresciuto a Reggio Emilia, dove giocava il padre all'inizio degli anni '90.
Joe Bryant era arrivato in Italia in sordina, a Rieti, ma aveva il talento di una prima scelta NBA e presto aveva conquistato un po' tutti: spettacolare, a tratti irresistibile, anche 40 punti a partita (una volta ne fece 51). Se amavi il basket e la tua squadra giocava contro quella di Bryant, sapevi che il biglietto valeva il prezzo, ti saresti divertito.
Da una provincia all'altra, Joe portò il suo estro a Pistoia e nel palazzetto, all'intervallo, un bambino magro, esile, tirava a canestro da ogni dove.





"Sin dal momento in cui ho cominciato ad arrotolare i calzettoni di mio papà e a immaginare tiri decisivi per la vittoria al Great Western Forum, mi è subito stata chiara una cosa: mi ero innamorato del basket", dirà poi Kobe. Era vero. La grandezza di Kobe non è (solo) nei numeri, quasi irripetibili (5 titoli NBA, due medaglie d’oro olimpiche, terzo marcatore di tutti i tempi della NBA; 81 punti in una sola partita, 24 partite con almeno 50 punti, 18 all star game, 2 premi MVP nelle finali ) ma nella gioia trasmessa e ricevuta dal basket.

Non era simpatico, Kobe.
Il bambino di Reggio Emilia era diventato un campione alla Lower Merion High School, periferia di Filadelfia, demolendo il record di punti nel quadriennio liceale detenuto da un certo Wilt Chamberlain, 2.883

Aveva fretta: niente università, subito nella NBA del suo idolo, Michael Jordan.
Non era amato da tutti neppure ai Lakers.
Troppo consapevole della sua classe, un ego smisurato, in campo voleva dettare, concludere, decidere.
Il suo allenatore, forse il più grande nella storia della NBA, Phil Jackson, spiegò che "Kobe può consumarsi in una rabbia sorprendente, che ha mostrato verso di me e verso i suoi compagni di squadra... Si ribella all'autorità".
Kobe segnava, vinceva da solo, finiva negli All star game.
Ma i Lakers faticavano a decollare. E più passava il tempo, e la sua stella diventava abbagliante, più Kobe voleva incidere dentro e fuori dal campo.

Dwight Howard, tre volte premiato miglior difensore NBA della stagione, due volte miglior stoppatore e dal 2008 al 2012 miglior rimbalzista arrivò a Los Angeles dagli Orlando Magic e al momento del rinnovo contrattuale, dopo il primo anno, trovò in palestra lui, Kobe, con tanto di decalogo da rispettare se Dwight voleva davvero restare nei giallo viola per vincere.
Per non restare sotto la dittatura di Kobe, Howard salutò e firmò con Houston per 30 milioni di dollari, 7-8 in meno, dicono, di quelli che gli avrebbero dato i Lakers.
ESPN cominciò a dare spazio ad analisti e commentatori che spiegavano che sì, Kobe era una stella immortale, ma proprio il suo ingaggio mostruoso, più o meno da 50 milioni di dollari, impediva la firma di altri grandi giocatori rispettando il tetto salariale. Prima, però, c'era stato Shaq.




Shaquille O Neill era l'antitesi sia fisica che cestistica di Kobe. E per questo, era il suo ideale complemento.
Un pachiderma capace di intimidire sotto canestro, Shaq;
un serpente velenoso, Black Mamba di 'Kill Bill', Kobe.
Gli altri tre in campo a tratti sparivano, bastavano loro due per vincere tre titoli consecutivi (2000, 2001, 2002) e imporre un tale dominio da indurre molti allenatori a rivedere gioco e idee: Kobe e Shaq e i loro giochi (triangle offense) stavano cambiando la pallacanestro (non necessariamente in meglio, per noi tifosi dei Celtics).
Ma anche due così, nella stessa squadra, con un solo pallone, erano tanti. Troppi. Kobe non perdonava a Shaq di lavorare troppo poco in palestra, di volergli rubare il timbro su ogni azione.
In 'Shaq uncut', O'Neill raccontò poi che "Kobe è scientifico. Lavora ogni giorno, si allena ogni giorno. La maggior parte delle stelle è in gamba, ma nessuna è scientifica come lui: resterà un gradino sopra gli altri perché ha l'istinto del killer"

Anche Phil Jackson aveva i suoi guai con Kobe. Una volta urlò al direttore generale dei Lakers Mitch Kupchak: "Non allenerò questa squadra il prossimo anno se resta Bryant! Non ascolterà nessuno! Ne ho abbastanza". In un libro, "The Last Season: A Team in Search of Its Soul", Jackson racconta dell'addio di Shaq ai Lakers: "Sono stanco di fare da spalla".
E di una telefonata con il proprietario dei Lakers, Jerry Buss, Jackson racconta la scelta di Buss di tenersi Kobe e perdere O'Neal, che Jackson disapprovava: "Non è che io sia innamorato del personaggio di Kobe. Ma lui ha ventisei anni ad agosto. I sette anni che lo attendono sono i migliori della sua carriera.." . Rimase con i Lakers 20 anni.

La tecnica di Kobe, come quella dei grandissimi attaccanti, era un mix di fondamentali perfetti o quasi:
in post basso ricordava Hakeem Olajuwon;
l'arresto e tiro rimandava a Jerry West;
la schiacciata rovesciata era uno squarcio di Michael Jordan.
Dovendo scegliere un solo marchio di fabbrica, il fadeaway jumper, era il morso di Black Mamba: tiro in allontanamento, praticamente immarcabile. Come tutti i grandi attaccanti, Kobe aveva una rapidità di piedi, e un equilibrio del corpo in situazioni estreme, eccezionali quanto l'educazione delle mani.



Marziano, arrogante, vincente, Kobe tornò improvvisamente terrestre, umano e .. vincente, con un cartone animato.
Il 4 marzo 2018 vinse l'Oscar con il regista e animatore Glen Keane,per il miglior corto d’animazione.
'Dear Basketball', un cartone animato, è ispirato alla lettera di addio al basket di Kobe Bryant, pubblicata il 29 novembre 2015 sul The Players’ Tribune.
E in quella lettera c'era Kobe di Reggio Emilia, c'era ogni bambino che sogna di diventare campione.

"Caro basket,
sappiamo che, qualsiasi cosa io farò, sarà sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1.
Ti amerò sempre.
Kobe".

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