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POLITICA

Crisi di governo

Matteo Renzi, il terzo premier 'anomalo'

Prima Mario Monti nel novembre 2011, premier tecnico. Poi Enrico Letta nell'aprile 2013, con un "governo di servizio". Ora potrebbe essere il turno di Matteo Renzi. Tre presidenti del Consiglio in 26 mesi, tutti scelti in un contesto politico anomalo

Matteo Renzi
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Matteo Renzi sembra avviato verso Palazzo Chigi. Enrico Letta si è arreso: sale al Quirinale per dimettersi. La direzione del Pd approva il documento che chiede una "fase nuova, con un nuovo esecutivo" con 136 voti a favore, 16 voti contrari e 2 astenuti. Renzi potrebbe essere un altro premier "anomalo", quindi. Il terzo dopo Mario Monti, che assunse l'incarico come "tecnico", ed Enrico Letta, giunto alla guida di un "governo di servizio" dopo il tentativo fallito di Pierluigi Bersani.

Il caso Monti nel 2011
Mario Monti, "il tecnico", fu chiamato nel 2011 dal capo dello Stato Giorgio Napolitano dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. Napolitano è stato recentemente accusato dal partito del Cavaliere di aver pianificato l'arrivo di Monti a Palazzo Chigi ben prima della scelta di Berlusconi di lasciare. Napolitano ha negato e ha difeso la sua scelta, scrivendo anche una lettera al Corriere della Sera, in cui ha parlato di Monti come "risorsa" per il Paese e ha definito le ipotesi di complotto come "fumo, soltanto fumo". La scelta cadde sull'ex rettore della Bocconi perché la maggioranza di governo, uscita vincente dalle elezioni del 2008, era "evidentemente logorata".

Le tappe che portarono al governo Monti
Nell'estate del 2011, quando cioè gli italiani scoprirono il significato della parola "spread", erano ormai al culmine le tensioni e i dissensi nel governo tra il Presidente del Consiglio, il ministro dell’economia ed altri ministri. Il punto di rottura si ebbe con l'arrivo di alcune osservazioni delle autorità europee sulla politica economica che l'Italia avrebbe dovuto seguire per uscire da una situazione di crisi che rischiava di contagiare il resto dell'eurozona. L'8 novembre 2011, la Camera respinse il rendiconto generale dell’Amministrazione dello Stato; il differenziale Btp-Bund toccò il suo record storico a quota 574 punti (9 novembre). Berlusconi si rese conto a quel punto di non avere più una maggioranza in grado di sostenere il Governo e tre giorni dopo salì al Colle per dimettersi. Il 16 novembre il presidente della Repubblica diede a Monti, già nominato Senatore a vita, l'incarico di formare un governo. La scelta fu apprezzata a livello europeo e lo spread il 6 dicembre scese a 368 punti. Ma l'anno terminò comunque con il differenziale tra Bund e Btp di nuovo sopra quota 500. 

Le elezioni e il tentativo di Bersani
Nel 2013 si torna alle urne e la grande sorpresa è la formazione di Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle, che di fatto impedisce, grazie al 25% dei voti presi, la formazione di una maggioranza politica. Il nuovo Parlamento, di fatto diviso in tre, è comunque chiamato ed eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. Prima Franco Marini, poi Romano Prodi, cadono sotto i colpi dei "franchi tiratori". Drammatica l'ultima votazione: al padre fondatore dell'Ulivo mancano 101 voti del Pd, e il segretario Bersani rassegna le dimissioni. In una situazione di stallo, si fa strada l'ipotesi condivisa da quasi tutti i partiti di una riconferma di Giorgio Napolitano. Il presidente, che aveva più volte dichiarato di non voler affrontare un nuovo settennato, accetta a patto di "un'assunzione collettiva di responsabilità". Poi affida un mandato esplorativo a Pierluigi Bersani, che tenta inutilmente di convincere i grillini ad allearsi con i democratici per dar vita a un governo. Fallito ogni tentativo, Bersani lascia la segreteria del Partito Democratico e, mentre nella formazione di centrosinistra la guida viene presa temporaneamente da Guglielmo Epifani, il Presidente della Repubblica affida a Enrico Letta il mandato di formare un governo. 

Enrico Letta, premier prima "sereno" poi zen"
Letta, dopo un rapido giro di consultazioni, il 27 aprile scioglie la riserva e forma il 62° governo della Repubblica Italiana, composto da 21 ministri, di cui sette donne, con un'età media di 54 anni. L'esecutivo è frutto dell'accordo con i centristi di Scelta Civica e con gli esponenti di centrodestra del Popolo della Libertà. Il 29 aprile ottiene la fiducia della Camera dei Deputati con 453 voti favorevoli e 153 contrari su 623 votanti; solo 17 gli astenuti. Il giorno successivo ottiene la fiducia anche al Senato con 233 sì, 59 no e 18 astenuti. Il suo governo si configura come il primo esecutivo di grande coalizione della storia della Repubblica: comprende esponenti di entrambe le principali coalizioni che si contrapponevano prima delle elezioni. La missione del Governo Letta è quella di tirare il Paese fuori dalla crisi economica che ancora morde e, per questo, lo stesso premier lo definisce "governo di servizio".

Arriva Renzi
Mentre l'azione di governo va avanti tra difficoltà, mediazioni e polemiche, a dicembre 2013 Matteo Renzi diventa segretario del Pd al suo secondo tentativo: dopo la sconfitta alle primare con Bersani, questa volta si prende la rivincita su Gianni Cuperlo e Pippo Civati. Nonostante il sindaco di Firenze professi la sua lealtà nei confronti del governo Letta, si moltiplicano gli affondi contro l'esecutivo e le accuse di non fare abbastanza. A fine gennaio Matteo Renzi raggiunge l’accordo con Silvio Berlusconi sulla nuova legge elettorale, l'Italicum, che prevede liste bloccate, premio a chi raggiunge il 37% ed eventuale ballottaggio. E' la prima robusta spallata al Governo che culmina, nonostante nuove rassicurazioni, nella sfiducia "de facto" sancita con la direzione del Partito Democratico che ha chiesto un cambio di Governo.  

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