CULTURA

Intervista a Michele Mezza, autore di 'Giornalismi nella rete'

Tutto il potere emana dall'algoritmo

Viviamo nel tempo del dominio dell’algoritmo. In circa dieci anni ci siamo quasi ‘consegnati’ nelle mani dei colossi che, grazie alla loro potenza tecnologica, hanno anche il potere di rendere giornalisti e pubblico ‘sudditi’ del calcolo matematico. Come non soccombere alle scelte di Google, Facebook -  che con i loro suggerimenti, link, like, riconoscimenti facciali e così via si sostituiscono alla nostra iniziativa - è l’oggetto del libro di Michele Mezza ‘Giornalismi nella rete’.  

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di Celia GuimaraesRoma Nel suo libro, il sottotitolo "Per non essere sudditi di Facebook e di Google" è uno specchietto per allodole. Il giornalista Michele Mezza con il saggio 'Giornalismi nella rete' (Donzelli editore, introduzione di Giulio Anselmi, 265 pagine), ci porta a concludere che la scelta di notizie, argomenti, tendenze fatta da un codice matematico pone il giornalista di fronte a una grande opportunità. ""Il giornalismo è morto, viva il giornalismo" è la sua conclusione liberatoria.

Libertà condizionata 
In questa intervista realizzata nella redazione di Rainews.it, Mezza Mezza (giornalista di lungo corso che insegna Culture digitali all’Università Federico II di Napoli) ci spiega i rischi – ma anche i vantaggi – del vivere sotto il dominio degli algoritmi. 

Parte dalla premessa che oggi siamo più liberi ma di una libertà condizionata da paletti: uno di questi è l’algoritmo. E oggi è uno dei compiti principali del giornalista è quello di negoziare con la potenza di calcolo. I giornalisti possono farlo perché hanno (o dovrebbero avere) competenze specifiche. Ormai ci sono testate che affidano all’algoritmo non solo la selezione dei contenuti ma addirittura la scrittura e l’organizzazione dei temi, che sono governati da algoritmi, un terreno che dev’essere oggetto di critica.



Non rinunciare al progresso per colpa dell’oscurantismo
Italo Calvino negli anni ’80 già affermava che le nostre relazioni sarebbero state determinate dal software. Non è una sorpresa, quindi, che la tradizione – che arriva da molto lontano – si ripresenti e chieda di essere mediata. Da quale potere? Proprio dal mondo dell'informazione in primo luogo, poi dalle comunità di utenti specializzati fino alle smart city, per arrivare ai governi.  La paura – o il fastidio talvolta – delle persone di fronte agli algoritmi dà la misura della nostra incapacità, allo stato attuale, di negoziarli e allora si risponde con l’esasperazione. L’algoritmo invece è uno strumento di progresso e liberazione, sostiene Mezza con estrema convinzione.



L'etica dell'algoritmo
L’algoritmo è un patrimonio culturale, come ha ribadito, ma è anche un patrimonio economico nel vero e proprio senso del termine, basta vedere i listini di Borsa:  le società al vertice della finanza mondiale sono soprattutto quelle che hanno brevetti sulla potenza di calcolo. Ma questo valore economico deve essere anche etico? Questo è un problema che va affrontato ma la cui regolazione non è scontata, afferma Mezza.


La nostra società tra dieci anni? Sarà sempre più automatizzata e il suo carattere dipenderà da chi avrà vinto questa battaglia che si sta giocando adesso. Il precedente da cui prendere esempio fu quello dei matematici di tutto il mondo durante la seconda guerra mondiale. Una battaglia persa dalla democrazia e vinta dalle multinazionali del profitto.

 
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