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MONDO

Tensioni internazionali

Ucraina, segnali di disgelo Russia-Usa. Putin chiama Obama. Lavrov: non varcheremo le frontiere

Il numero uno del Cremlino ha telefonato al presidente americano per cominciare a discutere di una soluzione diplomatica alla situazione di Kiev e della Crimea. Il ministro degli Esteri russo Lavrov: "Più vicine le posizioni tra Mosca e l'Occidente". Possibile incontro fra Kerry e Lavrov già in settimana

Serghiei Lavrov
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Prima lo scambio di accuse e recriminazioni, poi una telefonata che potrebbe segnare l'avvio di un fase di graduale disgelo sulla crisi ucraina. Infine, la rassicurazione del ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov: "La Russia non ha alcuna intenzione di attraversare la frontiera con l'Ucraina". 

Le parole di Lavrov
Lavrov ha anche detto, nel corso di un'intervista rilasciata all'emittente televisiva statale 'Rossiya-1', che i suoi recenti contatti diplomatici con Usa, Germania, Francia e altri Paesi "mostrano che si delinea la possibilità di una iniziativa comune che potrebbe essere proposta all'Ucraina". Secondo il capo della diplomazia russa le divergenze con l'Occidente si stanno d'altra parte riducendo. "Ci stiamo avvicinando nelle nostre rispettive posizioni", ha assicurato, osservando come recenti contatti tra le due parti abbiano delineato nelle grandi linee una "potenziale iniziativa congiunta che potrebbe poi essere sottoposta ai nostri colleghi ucraini". Tuttavia, ha avvertito Lavrov, "una sola cosa davvero ci preme", e cioè "l'impegno sia collettivo", e "si ponga fine all'illegalità che alcuni Paesi occidentali stanno cercando di nascondere sotto al tappeto per dipingere la situazione a colori brillati, in modo che si assumano le proprie responsablità".

"Stato federale e neutrale"
La priorità della Russia in relazione alla crisi in Ucraina è adesso il varo da parte di
quest'ultima di riforme che la trasformino in un'entità federale, ha detto Lavrov. "A essere onesti", ha argomentato Lavrov, "per lo Stato ucraino noi non vediamo altra via da percorrere che una sua federalizzazione. Forse", ha aggiunto con il tono sarcastico che gli è tipico, "qualcuno conosce meglio la situazione e puo' quindi trovare una formula magica nell'ambito di uno Stato unitario". Anche l'Occidente, ha assicurato il capo della diplomazia di Mosca, sta comunque cominciando a mostrare una certa apertura al riguardo.
 
La telefonata Putin-Obama
L'apertura di Lavrov arriva dopo la chiamata tra Vladimir Putin e Barack Obama, in visita in Arabia Saudita dopo la tappa di Roma, per discutere di una proposta di soluzione diplomatica messa sul tavolo dagli Usa per uscire dal clima da nuova "Guerra Fredda" innescato dalla rivolta di Kiev e dalla successiva annessione della Crimea da parte russa. Il compromesso resta per ora appeso a una serie di condizioni. Ma il fatto che i due leader si siano parlati lascia intravedere più di uno spiraglio. Della proposta americana, già illustrata nei giorni scorsi all'Aja dal segretario di Stato John Kerry al capo della diplomazia del Cremlino, Serghiei Lavrov, non si sa granché.

Una via d'uscita diplomatica
La Casa Bianca si è limitata a far sapere che si tratterebbe di una via d'uscita "diplomatica", che Obama ha chiesto a Putin una risposta scritta e che ha avvertito il presidente russo che la sua praticabilità è legata all'impegno di Mosca di astenersi da "ulteriori violazioni" della sovranità ucraina, ritirando i rinforzi che, secondo Washington, sarebbero stati ammassati al confine. Come a dire che la questione Crimea viene di fatto accantonata e l'attenzione si concentra ad evitare ulteriori focolai nelle regioni russofone dell'Ucraina orientale e meridionale. Regioni sulle quali Putin nega del resto di avere ambizioni, come conferma nelle stesse ore in una seconda telefonata al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, dopo la quale quest'ultimo assicura di aver avuto formale rassicurazione sulla volontà di zar Vladimir di non ordinare azioni militari.

Offensiva del Cremlino
Quelle stesse azioni militari che ancora fino al pomeriggio apparivano invece al centro degli allarmi americani, fra sospetti, smentite e reciproche dichiarazioni polemiche. "Mosca deve ritirare le truppe" dal confine, aveva intimato da Riad Obama, accreditando così le voci che si accavallano da giorni sul dispiegamento di soldati russi pronti a invadere il sud-est dell'Ucraina. Voci rilanciate dal Wall Street Journal, secondo cui il Cremlino è "pronto per un'offensiva su vasta scala" con "quasi cinquantamila" militari lungo la frontiera. La Russia aveva da parte sua negato sdegnata, accusando l'Occidente di essere disinformato o in malafede, perché dalle recenti ispezioni internazionali, condotte in cielo come in terra da osservatori non certo filo-russi, non erano emerse irregolarità.

Militari russi al confine
"A che servono queste verifiche se i loro risultati non influenzano la politica, nel caso specifico l'approccio degli Usa e dei Paesi Nato sullo scenario ucraino?", si era chiesto il portavoce del ministero degli Esteri. Da giorni continuano d'altronde a inseguirsi voci e moniti sulla concentrazione di militari russi al confine, dai ventimila di fonti americane ai centomila di fonti ucraine. E anche il generale Philip Breedlove, capo delle forze Nato in Europa, aveva parlato di forze russe "consistenti" alla frontiera orientale con l'Ucraina. Stando all'interpretazione del Wall Street Journal, le analisi Usa "suggeriscono che Putin abbia posizionato in effetti le proprie forze per premunirsi nel caso decida di espandere la sua conquista della Crimea, prendendo altro territorio ucraino". La domanda che si poneva un alto funzionario dell'amministrazione Obama era "se la decisione politica fosse già stata presa" o meno.   

Presidenziali ucraine del 25 maggio
Le telefonate sembrano far oscillare le aspettative verso la risposta più rassicurante e che magari Putin abbia rafforzato le sue posizioni per poi trattare. Ma anche riguardo all'esito di una trattativa che somiglia a una delicatissima partita a scacchi, molto dipenderà anche dall'epilogo dell'inquieta campagna per le presidenziali ucraine del 25 maggio e dalle garanzie che Kiev riuscirà a dare, anche nella riforma costituzionale, agli interessi russi: tutela delle minoranze russofone e non adesione alla Nato. Altrimenti potrebbe palesarsi lo spettro di un blitz, magari giustificato dai referendum regionali sollecitati dal deposto presidente ucraino Viktor Ianukovich o dalle tensioni di piazza nel sud-est, vere o provocate che siano. Obama ha rilanciato a Putin anche l'appello ad "aprire negoziati diretti con il governo ucraino e la comunità internazionale", accompagnando il cammino di Kiev "verso la democrazia". E ha rifiutato "l'idea che ci sia una sfera di influenza" che "possa giustificare la Russia a invadere altri Paesi". Gli Stati Uniti, ha garantito, "non hanno alcun interesse ad accerchiare Mosca" e Putin "ha certamente travisato la nostra politica estera". Chiamandolo, il presidente russo ha mostrato di essere disposto ad andare a vedere le carte dell'interlocutore, anche per evitare le inevitabili conseguenze economiche di un braccio di ferro prolungato. Ma che il Cremlino si fidi resta tutt'altra cosa.   

 
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