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ECONOMIA

Il vertice di Vienna

L'Opec non taglia la produzione di petrolio: vince l'asse Arabia Saudita-Iran

Immediata la reazione dei mercati: scende il prezzo del greggio, a Piazza Affari in ribasso i petroliferi. Il tetto di produzione del petrolio resterà di 30 milioni di barili al giorno nonostante il continuo deprezzamento. L'obiettivo: contrastare la produzione Usa si shale oil

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di Veronica FernandesVienna Da Vienna il verdetto dell'Opec è arrivato per bocca del Ministro del Petrolio del Kuwait: non ci saranno tagli alla produzione del petrolio che rimarrà quindi di 30 milioni di barili dal giorno. Una decisione attesa, quella del 12 Paesi produttori, nonstante il continuo ribasso del prezzo del petrolio delle ultime settimane: l'Arabia Saudita - lo Stato forte del cartello - aveva infatti già annunciato di non voler abbassare il tetto della produzione. E così è stato, a scapito dei Paesi che si avevano necessità di riportare a galla il prezzo al barile. Immediato il crollo del prezzo del petrolio e dei petroliferi in borsa. 

Scende di nuovo il prezzo del petrolio
La decisione dell'Opec di mantenere immutata la produzione ha fatto scendere di nuovo i prezzi del petrolio: Sia il brent sia il Wti americano hanno segnato il minimi dal giugno 2010, rispettimavente 74,36 e 70,87 dollari. A determinare la discesa dei prezzi sono stati principalmente i timori per il rallentamento della crescita globale e l'aumento della produzione negli Stati Uniti, compreso lo shale gas. 

La risposta delle borse: giù i petroliferi
La risposta delle borse di tutta europa è stata immediata: la caduta del prezzo del greggio ha trascinato con sé le azioni petrolifere. A Piazza Affari Eni ha visto una flessione del 2,7% mentre Saipem del 5,2 e Tenaris, che opera con aziende petrolifere, ha registrato un -3,8%. E il comparto è il rosso in tutta Europa, il sottoindice Stoxx 600 ha perso oltre il 3%.

L'antefatto: perchè il vertice di Vienna era cruciale
Detenendo il 60% delle riserve mondiali di oro nero e il 40% della produzione, l'Opec fino a ieri ha ampiamente controllato il prezzo del petrolio, una posizione di forza che la scoperta di shale oil e gas negli Stati Uniti ha iniziato ad erodere: a vantaggio dei Paesi acquirenti, come l'India, e a svantaggio dei petrostati, dalla Russia al Venezuela. Da giugno, quindi, il prezzo del petrolio aveva iniziato il suo corso verso il basso, mettendo l'Opec davanti ad un bivio: tagliare la produzione con lo scopo di fare alzare i prezzi oppure farli scendere ancora di più - il barile era arrivato ad 80 dollari - per abbassare le rendite della produzione americana.

Ha vinto l'Arabia Saudita
A Vienna hanno scelto la seconda strada: produzione invariata, prezzi destinati a scendere di nuovo. Era la posizione dell'Arabia Saudita - responsabile circa dell'11% della produzione mondiale - che non vuole perdere quote di mercato soprattutto e punta a mettere fuori dal ring gli Stati Uniti, per altro alleato storico, che producono già 9 milioni di barili di shale oil e potrebbero continuare a crescere. D'altra parte il ministro saudita del Petrolio, Ali Al Naimi, nei giorni scorsi aveva commentato: "Il mercato del petrolio finirà per stabilizzarsi da solo". Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia, con l'attuale livello di produzione Opec l'anno prossimo ci saranno eccedenze per almeno un milione di barili al giorno.

Gli alleati di Riad
Ad appoggiare Riad c'è oggi la storicamente ostile Teheran, il quinto Paese produttore dell'organizzazione. Perchè? Perchè i negoziati sul nucleare - prolungati, si spera di trovare un accordo nei prossimi quattro mesi - sono ancora aperti e, in caso di esito positivo, porterebbero alla riduzione o alla fine delle sanzioni. A quel punto l'Iran potrebbe finalmente aumentare l'estrazione. Interessati a mantenere invariato il tetto sono anche la Libia - visto il quadro politico instabile - e il Qatar, che punta ad alzare la produzione. 

La sconfitta del Venezuela
Caracas da tempo chiedeva di trovare una quadra sul taglio della produzione. Per affrontare la crisi interna, infatti, il governo aveva già dovuto mettere mano alle riserve già quando il prezzo del petrolio erano sui 100 dollari. Un ulteriore abbassamento del prezzo, dato che le esportazioni di greggio valgono il 97% del totale, mette a rischio la tenuta del sistema-Paese. 
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