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SPETTACOLO

Hollywood

Malattia e disabilità, l'ossessione del politicamente corretto dei premi Oscar

Da sempre, ma negli ultimi anni ancora di più, gli attori che interpretano personaggi affetti da malformazioni, menomazioni o patologie di vario tipo sono i favoriti, e spesso anche i vincitori, delle ambite statuette

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di Giancarlo Usai Anche i più grandi ci sono “cascati”. È la logica del politicamente corretto targata Hollywood. Una regola non scritta, infatti, prevede un occhio di riguardo per chi interpreta personaggi afflitti da malattie, disabilità o menomazioni fisiche o psicologiche più o meno gravi. È una tendenza rinforzata e confermata, proprio nel 2015, con le vittorie degli Oscar di miglior attore e miglior attrice da parte di Eddie Redmayne e Julianne Moore. E se per Redmayne il ruolo di Stephen Hawking, il celebre fisico condannato all’immobilità da una grave patologia neurologica, è comunque la prima grande occasione della carriera, per la Moore l’interpretazione della professoressa affetta da una rara forma di Alzheimer precoce in “Still Alice” è solo l’ennesima prova notevole di una filmografia già ricca di riconoscimenti da parte di critica e pubblico. Ma a nulla è servito interpretare personaggi tragici, complessi e imprevedibili, solo con il suo ultimo film, a 55 anni, la grande attrice americana è riuscita a conquistare l’ambita statuetta.

I divi più celebrati
Una realtà che prima di lei hanno sperimentato divi e dive di Hollywood. Daniel Day-Lewis, ad esempio, conquistò il primo dei suoi tre Oscar, con “Il mio piede sinistro”, in cui interpretava il pittore irlandese Christy Brown, immobilizzato quasi completamente e che dipingeva con l’uso solo di un piede, per l’appunto. E che dire di uno dei più grandi, Al Pacino, che riuscì a conquistare l’Academy Award soltanto all’ottava nomination per l’interpretazione del militare cieco in “Scent of a Woman”?

I nomi dei premiati
La lista, restando solo agli ultimi anni, è lunghissima. Si va da Tom Hanks malato di Aids prima (“Philadelphia”) ed eroe americano inconsapevole con uno sviluppo cerebrale inferiore alla norma l’anno successivo (“Forrest Gump”); dal Nicolas Cage alcolizzato con aspirazioni suicide in “Via da Las Vegas” al Geoffrey Rush pianista geniale ma con una grave infermità mentale in “Shine”. La costante è sempre la prevedibilità. In ognuna di queste edizioni, nonostante la critica sia pronta a bocciare la scelta per il ruolo del “disabile” come quella più populista e superficiale, e nonostante anche il pubblico elegga a suoi beniamini personaggi ben più carismatici, puntualmente a ritirare la statuetta è sempre l’attore che interpreta l’uomo con difficoltà fisiche o psichiche evidenti, ruolo per cui, spesso, ci si prepara con allenamenti, diete, evidenti dimagrimenti o modifiche del proprio aspetto.

Cambiare il proprio aspetto per il ruolo della vita
Ne è un esempio clamoroso Matthew McConaughey, che ha perso decine di chili per dare voce e sembianze al malato di Aids che negli anni 80 si batte per i diritti dei malati. Ma le trasformazioni sono anche delle donne: Nicole Kidman con un naso finto per interpretare la Virginia Woolf depressa di “The Hours”; Charlize Theron, prostituta-killer, trasfigurata da un trucco che ne ha deturpato completamente la bellezza; Hilary Swank, palestrata e con fisico scolpito per la pugile di “Million Dollar Baby”, costretta poi all’immobilità dopo un incidente sul ring. E anche per le donne, la fascinazione per interpretazioni tormentate sul piano fisico per via di vere e proprie menomazioni è una costante anche nel passato. Basti pensare a Marlee Matlin, miglior attrice nel 1987 per “Figli di un Dio minore”, dove interpreta una giovane sorda fin dalla nascita, lei che sorda dall’età di diciotto mesi lo era per davvero.
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