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ITALIA

Pasqua: tempo di risurrezione nella vita quotidiana

Paure e catene interiori ci costringono spesso a volare molto basso, non come le aquile; ci incapsulano dentro forme di vita che non ci appartengono, che sono molto meno nobili della nostra più autentica dignità.

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di Roberto Montoya La Pasqua celebra il Mistero di quell’uomo che ha caricato sulle spalle le colpe di tutti, anche le liti con i colleghi e con i vicini di casa, con quell’anelito di pace e di speranza che inizia proprio con la Quaresima, che ricrea l’uomo nuovo. È il tempo della gioia proprio per questo, che non è limitata a quest’epoca dell’anno liturgico, ma è presente in ogni momento nell’animo del cristiano: Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meraviglioso. E’ un uomo che vive tra di noi.

La Settimana Santa è piena di riflessioni attuali, sulla necessità impellente di una continua conversione; il Vangelo di questi giorni «si fa risposta che scende nel più profondo dell’essere umano. È la verità che non passa di moda, perché è in grado di penetrare là dove nient’altro può arrivare», perché riesce a «illuminare tutta l’esistenza dell’uomo» a differenza di ogni sapere umano, che riesce a chiarire solo alcune dimensioni della vita.

Nella sofferenza della Passione di Cristo, che non è un semplice dolorismo o autocommiserazione, rivediamo con attenzione le stazioni della Via Crucis, che sono le stesse della nostra vita. È l’inizio del Triduo Pasquale, dove si contempla la sofferenza di un Dio che si riconcilia con le caratteristiche della nostra umanità: deboli, mortali, osteggiati, minacciati e destinati a morire. La visione delle ferite di Gesù è la visione delle ferite dell’uomo di ogni tempo, della sua malattia e sofferenza, delle violenze, delle ingiustizie, della nostra società, delle nostre città. Questa relazione ci libera dall’illusione di essere sempre perfetti e immortali. È proprio lei, la Croce, che in questo momento dell’anno, ci ricorda che per aspirare alla felicità piena e profonda è necessario mettere da parte le esigenze dell’ego per realizzare realmente e pienamente l’altro. “Gesù, dalla croce, ci insegna il coraggio forte della rinuncia. Perché carichi di pesi ingombranti non andremo mai avanti”.

Cristo è rimasto sepolto per tre giorni. Entra nella nostra solitudine, fredda e rigida: nelle cose per le quali non abbiamo speranza, là Cristo ci raggiunge e vuole agire per noi. Anche noi spesso continuiamo a giacere nel sepolcro delle nostre rassegnazioni: non riusciamo a prendere le distanze da noi stessi, quando le nostre aspettative della vita, degli altri, sono esagerate, quando il nostro perfezionismo viene deluso, quando la nostra paura di fare brutta figura si realizza. Il Sabato Santo ci insegna a lasciare nella nostra tomba quotidiana pretese, paure, ferite del passato, che ci procurano ancora nei rapporti della vita quotidiana rancore, rabbia, insoddisfazione, senso di fallimento.

Dopo essere risorto e aver sciolto tutti i dubbi, all’Apostolo Tommaso, mostrandogli le sue piaghe, Gesù disse: beati coloro che crederanno senza avermi visto. San Paolo sottolineava: “Dicono di conoscere Dio, ma lo negano con le opere”.

Quante volte ci siamo chiesti: «Se la Grazia di Dio è così potente, perché non ha effetti più decisivi sulle persone?». «La Grazia previene, prepara e suscita la libera risposta dell’uomo, ma non forza la sua libertà. Abbiamo a nostra disposizione una centrale nucleare di migliaia di megawatt, ma dobbiamo collegarla alla rete di casa nostra se vogliamo che questa energia ci illumini, ci riscaldi e ci sia utile. “Quante volte - ci ricorda Papa Francesco - lo immaginiamo padrone e non Padre, quante volte lo pensiamo giudice severo, piuttosto che salvatore misericordioso! Ma Dio a Pasqua azzera le distanze, mostrandosi nella umiltà di un amore che domanda il nostro amore. Noi, dunque, gli diamo gloria quando viviamo tutto quel che facciamo con amore, quando facciamo ogni cosa di cuore…”.



Abbiamo incontrato Giovanni Scifoni, attore, scrittore, commediografo, regista teatrale e conduttore televisivo, che ha vissuto recentemente un grande successo al Brancaccio di Roma con la commedia “Santo piacere”, Dio è contento quando godo.

Secondo Lei è attrattivo, redditizio parlare di Gesù ai nostri tempi?
Senz’altro, io credo che ancora non abbiamo capito chi è la figura di Gesù, per questo continuiamo a parlarne, perché diventa detrattivo o poco redditizio quando facciamo diventare Gesù un santino, quando lo rinchiudiamo dentro le teche, quando lo facciamo diventare un principio etico morale o un grande eroe rivoluzionario: quando lo lasciamo limitato a questi due modelli diventa un personaggio ben poco interessante. Se invece usciamo da questo punto per avventurarci nella figura di Cristo che è Dio, immensità assoluta, che si fa piccolo come noi, allora entriamo in un mistero gigantesco e profondissimo. L’attore nella sua carriera interpreta molti personaggi, a volte vive respira, suda, soffre come quel personaggio li…mi affascina questa meravigliosa interpretazione che ha fatto Dio, ha interpretato l’essere umano e Dio da grandissimo artista, ha fatto di sé questa grande opera d’arte che è l’uomo.

Cosa intende dire?
Quando affronto su Facebook questi temi, nelle rubriche del Santo del giorno; o a teatro quando racconto le storie della fede, utilizzo questi temi dell’uomo, del limite, delle grandezze e delle sue miserie. E non c’è un mezzo più immediato per parlare dell’uomo se non attraverso Gesù Cristo. Sì, è fortemente attrattivo. Ad esempio in che maniera si può trattare la figura di un Santo? Oppure come interessare un bambino che i genitori hanno educato a non interessarsi di Dio? Mi sono dato un compito, che è quello di rendere universali questi temi. Ripulisco i miei discorsi da ogni tifoseria, ideologia, contingenza, modernismo, e allora esce fuori tutta la dignità dell’essere umano.

Quali sono i valori che trasmette nelle sue opere teatrali?
Quando si va a teatro si incontrano molte persone, noi attori abbiamo un grande privilegio, molti spettatori vengono a trovarci in camerino, anche solo per un saluto, è molto bello suscitare nelle persone il desiderio di raccontarti la loro storia. Ad un certo punto mi sono chiesto se avrei potuto accostare al comico il sacro da persona credente. Un famoso filoso ebreo diceva che Lo stupore prima del dubbio è alla base della conoscenza. A me non interessa il dubbio, è lo stupore che è il valore principale! Stupirsi delle cose che diamo sempre per scontate. Un altro valore è il perdono, che è un grande mistero, perché mette in crisi. Siamo tutti bravi a riempirci la bocca di parole, siamo giustizialisti, pensiamo che le cose bisogna meritarsele, allora anche il perdono va meritato, non siamo abituati alla gratuità inconcepibile del perdono …mi commuove moltissimo la figura di Giona che si scandalizza del perdono di Dio e non vuole andare a predicare il perdono nella città di Ninive. Ecco, noi siamo un po' così: diventa scandalo perdonare i mali più atroci, però è proprio questo il mistero.

A cosa porta il perdono?
È una parola miracolosa, perché quando tu incontri persone che hanno perdonato pensi di trovarti davanti ad un pezzetto di paradiso, il paradiso forse è questo, è inutile parlarne, queste cose bisogna vederle, quando lo vedi, quando sei testimone, credo che non ci sia niente di più orribile e deprecabile di quei giornalisti che vanno dalle vittime e chiedono “Lei ha perdonato?”…ma come si permettono? Non si può spettacolarizzare il perdono, non ci si può attenderlo, a volte il perdono non arriva mai…solo Dio sa tutte queste cose.

Molto spesso i cristiani vedono la Pasqua come una cosa triste e non come una vittoria. Cosa manca?
Il problema è che non proviamo niente, siamo completamente anestetizzati, abbiamo una coscienza appannata, se parlassimo della nostra tristezza già sarebbe qualcosa. Non abbiamo una concezione comunitaria della nostra esistenza, viviamo nelle urgenze dei nostri particolarismi e nelle emergenze dei nostri problemi, non ci occupiamo neanche delle nostre famiglie, solo di noi stessi. La Pasqua si vive tutti insieme, in comunione, non si ha più il senso del tempo che viviamo.

Voi siete un po' come i giornalisti, camminate sul binario del libero arbitrio, quando raccontate il bene o il male. Cosa ne pensa?
Siamo tentati continuamente di raccontare il male, come anche i giornalisti, il male ‘pare’ essere più spettacolare, pare…ma il bene è più dilagante, esplosivo…il male è abbastanza banale, come dice Annah Arent, il male tutto sommato si assomiglia: “conosci un malvagio li conosci tutti”. Il bene è un arcipelago, le storie dei santi sono tutte diverse tra loro, i criminali si assomigliano tutti; i peccatori sono tutti uguali, i preti si annoiano in confessionale, parliamo sempre delle stesse cose, siamo così miseri, piccini, è una tentazione, da cui dobbiamo fuggire…saremmo molto affascinanti se noi attori e giornalisti fossimo capaci di raccontare il bene. Abbiamo paura di essere santi, la santità ci terrorizza allora ci raccontiamo la menzogna, questa grande bugia. Insomma “preferiamo l’inferno alla compagnia”.

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