POLITICA

L'ex premier vola a Milano: è tempo di ricucire il futuro

Pd, scissione più vicina. Emiliano a Renzi: ultima chance, o cambi linea o ce ne andiamo

Ultimatum anche da Rossi e Speranza. Dario Franceschini, Andrea Orlando e Lorenzo Guerini intanto sono a lavoro per evitare che il partito si spacchi "su tempi e conferenze programmatiche, che non conviene a nessuno"

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Renzi tira dritto sulla sua strada. E lo strappo con le diverse anime del Pd - oramai da mesi insofferenti nei confronti della sua linea politica - sembra ormai inevitabile. Michele Emiliano - questa volte dalle pagine di Repubblica - torna ad incalzare l'ex premier: "la divaricazione forse è già insanabile. Gli elettori hanno perso la speranza. Sabato lanciamo la nostra proposta, l'ultima chance al Pd. Se Renzi accetta, bene. Altrimenti, domenica andremo via. Mi sforzo di evitare lo strappo, ma fedele ai miei valori".  

Renzi prosegue il Governatore della Puglia "continua a correre come un matto, senza sapere dove va. Noi vogliamo arrivare al 2018 con Gentiloni - ribadisce Emiliano -, lui pensa di mollarlo in base alle sue esigenze congressuali. Ma se hai perso tutte le battaglie, nessuno ti segue". Bisogna far conto che Emiliano, Speranza e Rossi sono "un candidato unico. Poi - aggiunge - stabiliremo i ruoli tra questi primus inter pares. Se si fa un congresso è una cosa, se un movimento di ricostruzione del centrosinistra un'altra. Ma non siamo soli: pezzi della maggioranza renziana hanno capito che un Pd trasformato in partito personale di Renzi è destinato a una legnata elettorale tale da farlo scomparire". Orlando? "Sta facendo un cammino difficile. Ministro di Renzi, poi pilastro della maggioranza. Ma noi siamo una comunità, non possiamo mica considerarlo uno del campo avverso: anche io ho votato Matteo, per dire. Orlando dentro questo progetto è assolutamente il benvenuto" e "quattro punti di vista autorevoli sono meglio di tre. Non abbiamo paura che arrivi uno più bravo di noi, anzi siamo felici se questo avviene".

Il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi, candidato alla segreteria Pd, sul blog dell'Huffington Post sottolinea: "Il liberismo compassionevole che ha contagiato anche il Partito Democratico ha subito l'agenda della destra economica per poi subire anche quella della destra politica. È il tempo di ripartire. È ora di scegliere da che parte stare". E aggiunge: "Ecco, questi sono i temi su cui meriterebbe fare un congresso con tempi adeguati, per riportare il popolo della sinistra ad appassionarsi e partecipare - aggiunge -  Renzi vuole risponderci con una conta di poche settimane, con un plebiscito ancora una volta su se stesso. In questo modo e' chiaro il senso politico di ciò che si vuol fare: un partito renziano spostato ancora di più verso il centro, una sorta di nuova Dc a direzione cesarista". La stessa accusa di aver trasformato il Pd nel partito di Renzi arriva anche da Roberto Speranza, uno degli altri oppositori più accaniti nei confronti del segretario: "un partito personale - e leaderistico che stravolge l'impianto identitario del Pd e il suo pluralismo".

Dario Franceschini, Andrea Orlando e Lorenzo Guerini intanto sono a lavoro per evitare che il partito si spacchi "su tempi e conferenze programmatiche, che non conviene a nessuno", spiega uno di loro. La linea di Renzi non cambia: "la conferenza programmatica è il congresso. Sarà un congresso sui contenuti". I tempi? "Quelli dello statuto, quelli con cui si è fatto l'ultima volta". Una proposta di mediazione arriva quindi dalla riunione dei Giovani Turchi, che si protrae a Montecitorio per oltre un'ora e mezza. L'idea è quella di inserire "un confronto programmatico, nella fase iniziale del percorso congressuale",  per ricostruire "un perimetro condiviso prima di avviare il processo di scelta della leadership e per evitare derive scissioniste". Una proposta simile arriva dall'insolito duo Martina-Fassino che immaginano una strada per la quale la Convenzione nazionale - prevista dalle attuali regole del Congresso dopo la fase dei congressi di circolo dedicata agli iscritti e prima del coinvolgimento degli elettori - "divenga pienamente 'Convenzione Programmatica' consentendoci così di rafforzare ulteriormente il nostro comune impegno di analisi, confronto e discussione". La minoranza, però, non ci sta. La linea, in vista di domenica, rimane quella di "chiudere le primarie a ottobre e votare nel 2018".

Sarà l'assemblea nazionale a decidere. Smentite le indiscrezioni circa una possibile reggenza dello stesso Renzi, le redini del partito dovrebbero andare al presidente Orfini. L'assise dei mille avrà all'ordine del giorno anche una modifica allo statuto che prevede, in caso di decadenza del segretario, di passare la titolarità del simbolo al tesoriere del partito. "Nessuna presa di potere - spiegano i fedelissimi che avrebbero già incassato l'ok della minoranza - è già così nel codice civile, si tratta di trasporre la norma nello statuto dem".  Mentre a Montecitorio è tutto un riunirsi di correnti e caminetti, Renzi - quasi a marcare la distanza dal Palazzo - va a sorpresa a Milano, a visitare il partito metropolitano. "Il dibattito interno al Pd - è la convinzione del segretario - non interessa ai cittadini. Ora è tempo di rimettersi in cammino - scrive - è tempo di ricucire il futuro". L'appuntamento di Milano dovrebbe essere il primo di una serie di incontri per
"ascoltare" i militanti. Un tour che prevede tappe in tutta Italia. 
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