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Russia

Durov: registreremo Telegram ma nessun compromesso sui dati degli utenti

L'ente federale russo per la supervisione di comunicazioni, media e tecnologia informatica, Roskomnadzor, ha minacciato di bloccare la famosa app di messaggistica - che ha 100 milioni di utenti mensili a livello mondale - se non avesse fornito le informazioni necessarie per essere inserita nel cosiddetto registro dei 'diffusori di informazioni'

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L'ideatore e proprietario dell'app di messaggistica Telegram, il russo Pavel Durov, ha accettato di registrare la sua società in Russia, dopo aver subito pesanti pressioni dalle autorità locali, ma ha avvertito che non metterà a disposizione i dati degli utenti con nessun governo. L'ente federale russo per la supervisione di comunicazioni, media e tecnologia informatica, Roskomnadzor, ha minacciato di bloccare la famosa app di messaggistica - che ha 100 milioni di utenti mensili a livello mondale - se non avesse fornito le informazioni necessarie per essere inserita nel cosiddetto registro dei 'diffusori di informazioni'.

Telegram, in un primo momento, ha rifiutato di sottostare alla richiesta, temendo che questo potesse minacciare la privacy degli oltre 6 milioni di utenti russi. Subito dopo sono arrivati anche i servizi segreti, che hanno diffuso la notizia secondo cui gli attentatori del metrò di San Pietroburgo, che hanno colpito ad aprile scorso, hanno usato tra di loro proprio Telegram. Un crescendo di pressioni, passate anche attraverso i media ufficiali, è culminato con l'annuncio di ieri di Roskomnadzor che la società ha presentato tutti i dati richiesti. "Telegram ha iniziato a lavorare nell'ambito della legge della Federazione russa", ha dichiarato l'ente supervisore.

Durov, sui social, ha poi specificato che la sua società "non rispetterà leggi incompatibili con la protezione della privacy e la politica sulla riservatezza di Telegram", assicurando che "non un byte di dati degli utenti verrà condiviso con alcun governo". Mentre molti altri paesi, come gli Usa e la Gran Bretagna, hanno chiesto ai servizi di messaggistica come Telegram e WhatsApp di fornire accesso ai dati codificati, la legislazione russa è andata molto oltre.

Una controversa legge varata l'anno scorso chiede a tutti i 'distributori di informazioni' di stoccare sul territorio russo i dati per sei mesi e i metadati fino a tre anni, fornendo ai servizi di sicurezza, in caso di richiesta, le chiavi per la decodifica.
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