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MONDO

A vent'anni dal genocidio

Rwanda, la triade della speranza: Cina, agricoltura e soap opera

Dale 1994 al 2014 per crescere il Rwanda ha puntato sulle sue terre fertilissime, sugli investimenti stranieri - Cina in testa - e sulla riconciliazione soft, anche grazie ad una soap opera radiofonica. Ma sul Paese, praticamente a partito unico, restano le ombre del post genocidio e della corruzione

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di Veronica Fernandes Quasi subito dopo il genocidio che aveva decimato la popolazione e distrutto un’economia già fragilissima, il Rwanda ha iniziato una corsa per tornare indietro nel tempo e riportare il proprio sistema economico almeno ai livelli precedenti il 1994. Vent’anni dopo si può dire che ce l’ha fatta: fino al 2008 registrava una crescita media annua dell’8%, scesa al 4.6 nel 2013 ma con prospettive di risalita.

La forza del Rwanda: l'agricoltura
“Il settore più forte – spiega Beatrice Nicolini, docente di Storia e Istituzioni dell’Africa presso la facoltà di Scienze Politiche e Sociali, dell’Università Cattolica di Milano – è quello dell’agricoltura: il Rwanda è uno dei Paesi più fertili del mondo, un settore che dà lavoro quasi al 90% della popolazione”. La ricchezza agricola del Rwanda – che punta su caffè, tè e piretro – non è sfuggita a Pechino, continua Nicolini: “il Rwanda non è estraneo al fenomeno del land grabbing, come quasi nessun Paese africano”. Ancora: ogni anno un centinaio di giovani del Rwanda viene invitato in Cina  per studiare tecnologie agricole – soprattutto per quanto riguarda la coltivazione del riso – che poi vengono trasmesse alle comunità agricole del Paese e sono la base per nuovi investimenti. Cinesi, come l’azienda per la lavorazione del riso appena finita di costruire nel distretto di Rwamagana.

La Cina in Rwanda
La penetrazione cinese nel tessuto economico del Rwanda conta centinaia di segni. Gli investimenti in loco hanno superato i 200 milioni di dollari a cui si aggiungono gli 8 appena stanziati da Beijing per combattere la povertà nello stato africano. Iprogetti di cooperazione riguardano le infrastrutture, molti sono ancora in corso, e anche la difesa, il commercio, l'industria manifatturiera (anche grazie al basso costo dell'energia) e la salute, in particolare la costruzione di ospedali, fondamentale in un Paese dove la speranza di vita non supera i 40 anni. In più, dal 2013, le autorità cinesi hanno eliminato le barriere doganali per i prodotti in arrivo da Kigali.

L'influenza soft dei Paesi Arabi
Meno noto, ma non meno consistente, il lavoro di penetrazione sociale dei Paesi Arabi in Rwanda, così come in altri stati africani. Continua Beatrice Nicolini: “A differenza della Cina, che stringe accordi direttamente con i governi, questi Paesi si muovono attraverso progetti medio-piccoli, è un lavoro più lento ma sicuramente efficace, basti pensare che la costruzione di una rete di scuole, o di moschee che offrono anche garanzie di sicurezza al loro interno è di vitale importanza in zone dove, ad esempio, una donna rischia quotidianamente di subire violenza, in questo modo, chiaramente, si fidelizza la popolazione”.

La figura controversa del presidente Kagame
Ad un’economia in crescita, uno degli obiettivi principali del presidente Paul Kagame – tutsi, ex membro del Rwandan Patriotic Front, al potere dal 2000 – corrisponde un quadro politico fosco. Kagame ha sempre respinto le accuse di aver di aver supportato i ribelli in Congo ma non è l’unica ombra sulla sua carriera politica. Nel presente pesano, ad esempio, il giudizio di Amnesty International e Freedom House, secondo cui il pugno di ferro contro l’opposizione, contro la libertà di stampa e contro le manifestazioni di dissenso hanno reso il Rwanda in un Paese antidemocratico e di fatto a partito unico. “Certo – ribadisce Beatrice Nicolini – è un modello politico in cui l’opposizione non viene tollerata, viene vista come un nemico e quindi soppressa”. Basti pensare al caso di Victoire Ingabire: la sua candidatura alle presidenziali contro Kagame si è trasformata in una condanna a 15 anni di carcere.

Le ragazze nella Penisola Araba, i ragazzi verso il Mozambico
E’ innegabile che, anche oggi, la pulizia etnica del 1994 abbia lasciato segni leggibili anche nella società. “Le tensioni politiche ed etniche non sono certo scomparse – è la lettura di Beatrice Nicolini – e una delle piaghe del Rwanda è la corruzione ma, a differenza di altri Paesi che hanno vissuto un genocidio di questa portata, sembra che stia riuscendo nel percorso di curare il suo animo dal male e dalla sofferenza”. Un male che però resiste e si legge nel 206 mila morti per AIDS (dati del 2012) e nel traffico di esseri umani,la schiavitù contemporanea: “Le ragazze finiscono nella spirale della prostituzione verso la Penisola Arabica – continua – i ragazzi vengono mandati nelle miniere del Sudafrica e nel Mozambico che si è recentemente scoperto ricchissimo di petrolio”.

La soap opera della riconciliazione
Segnali di speranza arrivano anche dal turismo – il Rwanda, che non ha sbocchi sul mare, riceve 620 mila visitatori l’anno – e dalla televisione. Un Paese che ha ancora nelle orecchie le istruzioni omicide di 'Radio Libre des Milles Collines' da dieci anni non perde una puntata di Musekeweya, la soap opera prodotta con l’obiettivo di sradicare l’odio interetnico e la violenza, per educare le comunità al never again, mai più, promesso dopo il genocidio. E’ il racconto della vita di due villaggi immaginari, Bumanzi e Muhumuro: giorno dopo giorno gli abitanti imparano a convivere, curarsi le ferite e a vivere gli strappi non come fonte di odio ma come in ogni telenovela che si rispetti.
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