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ITALIA

Visita del presidente Mattarella a Partanna

La Sicilia ricorda il dramma del Belice, 50 anni dopo il terremoto

Una serie di iniziative in vista del 50esimo anniversario del terremoto di magnitudo momento 6.4 che colpì la Sicilia occidentale la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968 causando oltre 300 morti e centomila sfollati



Uno dei grandi traumi della Sicilia, il terribile terremoto che la notte tra il 14 e il 15 gennaio del 1968 seminò morte e distruzione tra i paesi della Valle del Belice, viene commemorato con una serie di eventi che andranno avanti per tutto il 2018. Il momento più significativo sarà la cerimonia che si svolgerà domenica 14 gennaio, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella e di tutti i sindaci del Belice, nell'auditorium "Giacomo Leggio" di Partanna. Durante la cerimonia Mattarella consegnerà targhe in ricordo di personalità simbolo che hanno perso la vita nell'aiuto alle popolazioni terremotate.
 
Ma accanto al momento istituzionale sono numerose le iniziative promosse dal Coordinamento dei sindaci per mantenere viva la memoria e contribuire al recupero di identità e patrimonio culturale della comunità locale. Come il MuDiA, uno dei Poli espositivi della Diocesi di Agrigento che ha inaugurato il 5 gennaio a Sambuca di Sicilia un Museo d'Arte sacra nella seicentesca Chiesa del Purgatorio, restaurata dopo i danni provocati cinquant'anni fa dal terremoto. E sempre a Sambuca di Sicilia la Chiesa Madre, costruita nel 1420 sulle rovine del castello arabo, potrà finalmente riaprire i battenti nelle prossime settimane in seguito a un primo stralcio di lavori che renderanno finalmente fruibile e aperto al culto il monumento.
 
La tragedia del terremoto rivivrà anche attraverso numerose mostre fotografiche, la prima delle quali sarà inaugurata il 12 gennaio a Chiusa Sclafani, ed ad alcuni spettacoli teatrali. In particolare una performance di Alessandro Preziosi, che si esibirà la sera di Sabato 13 gennaio sul palcoscenico del Teatro Comunale di Sambuca, un piccolo gioiello architettonico costruito nel 1848 e che si è miracolosamente salvato dalla furia del sisma. L'attore, accompagnato musicista Lello Analfino, leggerà testi di Leonardo Sciascia, Danilo Dolci, Don Antonio Riboldi, Giovanni Paolo II, Ludovico Corrao e Vincenzo Consolo, ma anche l'appello di solidarietà che Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Bruno Cagli e altri firmarono per le piagate popolazioni che da quel gelido gennaio furono costrette a vivere in tende e in container di fortuna, per molti anni. Sul palcoscenico del teatro di Sambuca la sera successiva, domenica 14 gennaio, anche Enrico Lo Verso con una riduzione di "Uno, nessuno e centomila" di Luigi Pirandello.
 
Ma il ricordo del sisma attraverserà tutti i paesi colpiti, da Salaparuta a Santa Margherita di Belice, da Gibellina a Montevago dove il 14 gennaio sarà celebrata una Messa in suffragio delle vittime dal cardinale di Agrigento, Mons. Francesco Montenegro e dai vescovi di Monreale e Mazara del Vallo, Michele Pennisi e Domenico Mogavero. In programma, sempre nella stessa giornata, anche la proiezione di un cortometraggio di Domenico Occhipinti.
 
Il 27 gennaio le celebrazioni si spostano a Palermo, a Palazzo Sant'Elia, con una mostra dal titolo "1968-2018 Paura Sismica", organizzata dalla Fondazione Orestiadi Gibellina, che sarà visitabile fino al 13 marzo. A Maggio il 101° Giro d'Italia di ciclismo farà tappa a Santa Ninfa, per rendere omaggio a quei territori. E, infine, ad ottobre, la Valle del Belice, farà parte della manifestazione "Le vie dei Tesori", che rende fruibili i luoghi d'arte più prestigiosi della Sicilia.
 


Belice: una ferita ancora aperta dopo mezzo secolo
La prima scossa fu avvertita alle 13:28 del 14 gennaio. Poi ne arrivò una seconda e più tardi una terza. Tra spavento e agitazione tanta gente si riversò sulle strade e molti decisero di passare la notte all'aperto o in rifugi di fortuna. Fu per questo che sotto le case abbattute e sbriciolate si contarono "solo" 300 morti quando la terra tornò a tremare, e stavolta con una violenza devastante, alle 2:33 e alle 3:01 del 15 gennaio. Le vittime potevano essere di più di fronte alla terrificante ondata di scosse che in un baleno cancellò interi paesi della Valle del Belice. Epicentro del terremoto era l'area tra Gibellina, Poggioreale, Salaparuta e Montevago. Ma le scosse furono avvertite fino a Palermo. 

Cinquant'anni fa il Belice subì una ferita profonda che ancora oggi non si è completamente rimarginata. La percezione dei danni non fu immediata. Le vecchie strade ritardarono gli interventi. E comunque il terremoto mise in luce subito le carenze di un Paese che non era preparato per l'emergenza ma neanche per gestire la ricostruzione, se è vero che per 40 anni migliaia di persone sono sopravvissute nelle baracche di legno o di lamiera e di eternit. Agli occhi dei cronisti e delle squadre di intervento cinquant'anni fa si stagliarono immagini terrificanti: cadaveri estratti dalle macerie e allineati in luoghi improvvisati, feriti che aspettavano i soccorsi, strade piene di detriti, monumenti perduti e opere d'arte irrimediabilmente sfregiate. Le lacerazioni dei tessuti urbani dei paesi erano aggravate dal fatto che le case del Belice erano di tufo e di impasto con le canne. E per questo si polverizzarono quando le scosse si fecero più forti.
 
Oltre centomila sfollati vagavano tra strutture di accoglienza precarie e molti vennero sopraffatti o da malattie respiratorie, che provocarono altre vittime, o dalla disperazione. Una condizione che li spinse verso l'emigrazione da una terra che aveva già mandato molti giovani all'estero e nelle fabbriche del Nord. La prima risposta dello Stato fu quella di incoraggiare le partenze. Ai terremotati furono offerti biglietti ferroviari gratis e passaporti rilasciati a vista. Chi restava nelle baracche viveva in condizioni degradanti.
 
Leonardo Sciascia, in un reportage per L'Ora, paragonò le baraccopoli ai "più efferati e abietti campi di concentramento". La protesta esplose subito ponendo non solo la questione della pronta ricostruzione, che invece imboccò il calvario dei tempi lunghi, ma soprattutto quella della rinascita. Le popolazioni dei 21 paesi colpiti si mobilitarono con manifestazioni e marce di protesta guidate dagli amministratori, dal sindaco di Santa Ninfa, Vito Bellafiore, dal parroco don Antonio Riboldi, da Danilo Dolci. Dal marzo 1968 furono approvate più di venti leggi ma, nonostante il fervore politico, i finanziamenti arrivarono con il lumicino. Si calcola che da cinquant'anni a questa parte siano stati investiti meno di 13mila miliardi di vecchie lire e servono altri 300 milioni di euro circa per finanziare gli ultimi interventi. Pochi i progetti dei privati ancora giacenti negli uffici comunali, il resto riguarda opere di urbanizzazione.
 
I ritardi sono in parte dovuti a quella che Danilo Dolci definì la "burocrazia che uccide il futuro" ma soprattutto alla discussa gestione dei piani di ricostruzione. Interi paesi come Gibellina, Poggioreale e Salaparuta vennero ricostruiti in altri posti. Antiche culture vennero cancellate, il tessuto sociale fu radicalmente mutato, la vita civile di migliaia di persone venne sconvolta. Cambiò anche il paesaggio del Belice: da un lato le "new town" con le grandi piazze e le lunghe strade, dall'altro le tracce di ruderi che restano ancora in piedi negli antichi abitati. Simbolico è il caso di Poggioreale: tutto l'assetto del paese è rimasto al suo posto e il tempo sembra essersi fermato nella città fantasma svuotata dagli abitanti. A Gibellina invece, su impulso di Ludovico Corrao, si è costruita una "città d'arte" con il Cretto di Burri, un sudario di calce bianca che ricopre le macerie del vecchio abitato, e un circuito di eventi e testimonianze che ruotano attorno alle Orestiadi.
 
Il segno distintivo della ricostruzione ritardata è dato in primo luogo dalla progettazione, più attenta alla sperimentazione che alla concretezza, e dallo spreco di risorse per opere imponenti ma inutili. Un caso emblematico di spreco è dato dall'Asse del Belice, una grande strada che attraversa la Valle e si ferma in aperta campagna.
 
Questo comunque è il passato. Il Belice che troverà il presidente Sergio Mattarella domenica 14, giorno del ricordo e delle cerimonie, è quello di un territorio che si è rimesso in piedi. "Lo ha fatto da solo e con le proprie forze", dice con orgoglio Nicola Catania presidente del comitato dei sindaci. Il sogno della rinascita, sostiene, è a portata di mano. Le attività produttive sono state rilanciate, l'agricoltura è stata modernizzata. Sono stati promossi i beni culturali e aperti nuovi musei come luoghi della memoria civile.
 
Il Belice chiede solo di chiudere con poche risorse la pagina del terremoto. Vuole cancellare le ultime ferite e invoca condizioni di sviluppo per quella che il sindaco Catania definisce una "concorrenza leale" con il sistema Italia.