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Staminali: più vicina nuova terapia anti-Parkinson. Test sull'uomo entro fine 2018

Risultati positivi nelle scimmie, benefici a 2 anni con neuroni ottenuti da cellule riprogrammate

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E' più vicina una nuova terapia anti Parkinson a base di neuroni ottenuti da cellule staminali riprogrammate, le cosiddette staminali pluripotenti indotte (iPs) che hanno fruttato il Nobel della Medicina nel 2012 al giapponese Shinya Yamanaka e all'inglese John Gurdon. Scimmie con sintomi della malattia neurodegenerativa mostrano "significativi benefici" a più di 2 anni dal trapianto con iPs umane, aprendo all'impiego del trattamento sui pazienti.

I risultati dello studio sono pubblicati su 'Nature' dagli scienziati del Center for iPs Cell Research and Application (Cira) della Kyoto University nipponica, che intendono avviare i primi test sull'uomo prima della fine del 2018. Uno degli ultimi step che precedono la sperimentazione clinica di una nuova terapia cellulare cerebrale prevede infatti una ricerca sui primati, per verificarne la sicurezza e la possibile efficacia. Passaggio superato ora con successo.

Le cellule bersaglio del Parkinson, ricordano gli autori, sono i neuroni che producono il neurotrasmettitore dopamina. Da numerosi studi precedenti è emerso che il trapianto di neuroni dopaminergici (Da) ricavati da cellule fetali riesce ad alleviare i sintomi della patologia. Tuttavia l'impiego di tessuto fetale è controverso, mentre le iPs possono essere ottenute dal sangue o della pelle: cellule adulte 'ringiovanite' allo stadio di 'bambine', riprogrammate in modo da tornare a una condizione di pluripotenza, cioè capaci di dare origine a qualunque cellula dell'organismo. "I nostri dati suggeriscono che i neuroni Da ricavati da cellule iPs funzionano altrettanto bene quanto quelli ottenuti dal tessuto cerebrale fetale", afferma il neurochirurgo Jun Takahashi, a capo del laboratorio giapponese.

In un'altra ricerca sulle scimmie pubblicata su 'Nature Communications', la stessa équipe ha scoperto che, perché una terapia cellulare abbia più speranze di successo, donatore e ricevente devono avere un corrispondente profilo immunitario Hla (sistema dell'antigene leucocitario umano, Mhc nei primati). In questo modo, anche se non è possibile evitare una terapia immunosoppressiva per scongiurare il pericolo di rigetto, il trattamento può essere somministrato a dosi inferiori con un minor rischio di infezioni.
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