ITINERARI

Incontro con Franco Zagari, per “ripensare il territorio”

Dopo expo. Lettera aperta sul paesaggio

Prosegue il nostro cammino fra i paesaggi passati, presenti e futuri. Con uno sguardo su ciò che è stato il paesaggio dell’Expo di Milano e su quello che sarà. Attraversando territori devastati e nuove soluzioni di rigenerazione urbana, rurale, naturale. 

paesaggio, territorio
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di Laura Mandolesi Ferrini Milano, “città più bella di Venezia”, con una campagna che “offre in ogni luogo l' aspetto di un bosco”. Stendhal, “Roma, Napoli e Firenze” (1817)
 
Milano più bella di Venezia? Forse all’epoca di Stendhal la potenza evocativa dei boschi poteva suscitare un simile entusiasmo. Sicuramente la bellezza degli alberi ha ispirato il progetto paesaggio dell’Expo di Milano, su cui abbiamo già scritto in questa sede.
Ma torniamo a parlare di cosa è successo e cosa succederà ora a Milano, questa volta con Franco Zagari, autore assieme a Benedetto Selleri, del Lanscape di Expo. II suo tocco nel progetto ha forse segnato un punto di arrivo (o di partenza?) nella discussione sul paesaggio. Un punto comunque essenziale, al centro di una serie di considerazioni sul territorio e sul momento storico in cui queste riflessioni stanno prendendo forma. Momento di scarsa pianificazione e di molte urgenze, i cui protagonisti, noi tutti (mass media compresi),  hanno spesso rimosso la questione paesaggio.
 
Ma è proprio questo il momento di agire, sostiene Zagari, che  ha sentito il bisogno di scrivere Sul Paesaggio. Lettera aperta, libro che capta, nel “mare magno di devastazione”, numerosi esempi di come pensiero, avvenimenti e sperimentazione sul paesaggio siano in “rapida evoluzione”. E mette a fuoco una serie di proposte per un futuro di rigenerazione urbana, e non solo, i cui semi sono già stati lanciati nel progetto Expo. Fra questi, l’idea secondo cui “parlare di città significa anche reinventare l’agricoltura”. O l’invito a ripensare “il territorio nella sua totalità”, dai luoghi simbolo del patrimonio storico a quelli in cui il disastro sembra più irreversibile.
 
E se il degrado “precede, non segue la crisi economica”, questa può fornire gli stimoli per soluzioni nuove. Nella ricerca di questi nuovi percorsi, Zagari individua diversi interventi contemporanei nel mondo, accomunati da numerose consonanze: l’impiego di modelli di sviluppo sostenibile, l’ottimizzazione delle risorse, la partecipazione delle comunità ai progetti. Ma si tratta di tanti “piccoli interventi”, nota egli stesso, che per quanto carichi di forza innovativa non sono coordinati da politiche concrete. Ed è qui l’urgenza, perché, come lui afferma, “le nostre amministrazioni è come se giocassero a una partita di biliardo, ignorando le traiettorie delle biglie…”. E’ su questo che “dobbiamo dare battaglia”, perché la carenza di una politica di tutela si paga a un prezzo molto alto,  “non solo in benessere, ma in democrazia”.  

Professor Zagari, il progetto di paesaggio dell’Expo 2015 ha voluto sperimentare un nuovo modo di guardare al futuro delle città. Per una compatibilità anche ambientale. Come è stata recepita quest’idea e quale bilancio può trarre dalla sua esperienza personale in questo lavoro?
Il progetto del Landscape di Expo Milano 2015 ha avuto diverse fasi e non poche vicissitudini. Del primo impianto originario della città espositiva ideato dal gruppo Boeri, un avveniristico grande orto botanico destinato a diventare una istituzione scientifica permanente sul tema della nutrizione del mondo, è rimasto ben poco, una griglia ippodamea, che è adottata da un secondo progetto a cura degli Uffici di Expo ma con un’idea pragmatica del tutto diversa, un vero e proprio castrum romano, uno scacchiere con cardo, decumano, insulae e una agorà, come base su cui montare tutte le attività. Lo spazio è caratterizzato dai due assi principali molto belli e efficaci, fra loro a croce, coperti da una geniale tensostruttura. La vegetazione ha un grande sviluppo, più di un quarto della superficie complessiva, più quella che ogni padiglione deve per contratto realizzare integrandola nel suo progetto, ma curiosamente abdica da un’idea che sia strutturante, adotta vari ambiti su schemi di piantazione che appartengono alla tradizione sia del verde urbano che delle coltivazioni fra due polarità opposte, dei giardini per il riposo del pubblico verso il centro, un grande anello naturalistico su tutto il perimetro che media con un intorno fra i più tormentati confusi e irrisolti dell’hinterland milanese. Questo progetto preliminare è stato attuato ma rivisitato profondamente nella progettazione esecutiva da Metropolitana Milanese che si avvale della regia di Pan Associati, uno studio giovane ma molto preparato diretto da Benedetto Selleri. È l’idea di natura che a lungo è incerta, il percorso di Expo è molto orientato a costruire un ambiente il più possibile informale, autoctono, biodiverso, sostenibile, il percorso di Pan molto di più orientato a un progetto di paesaggio in contrappunto con quello architettonico e urbanistico. E proprio i giardini che non a caso si chiamano hortus in omaggio alla tradizione, sono un terreno di confronto non sempre facile. È qui che Pan mi chiama, per dare a questo tema insieme il maggiore sforzo possibile, ed entro in un gioco che mi porta a fare una delle esperienze più difficili e alla fine gratificanti della mia vita, grazie anche allo splendido rapporto che si stabilisce fra di noi, a una direzione dei lavori e a maestranze di grande valore e a un colpo di fortuna, recuperare in parte forniture che temevo perdute grazie alla squisita sensibilità di un consulente di Expo.  Ma il colpo di genio di Selleri è nella capacità di saper portare piante di straordinaria dimensione e bellezza, 12.000 esemplari coltivati con grande anticipo, monitorati e curati e infine arrivati nel momento più difficile, nel cuore dell’inverno, quella famosa “foresta mobile” cui abbiamo poi dedicato un libro, che stabilisce nell’Expo un effetto da me non previsto in tutta la sua forza, una sorta di spartito musicale sempre presente nel campo visivo del visitatore.

La fase iniziale del vostro progetto per l’Expo è stata dunque l’evento Moving Forest, in cui gli alberi che poi sono stati piantati nell’area espositiva hanno “occupato” per alcuni giorni le strade di Milano. Chiusa l’Expo, il bosco rimarrà. Da una foresta “mobile” quindi, a un bosco permanente. Con quale avvenire?
Il dopo Expo è materia appassionante, trovo positivo che in tempi brevi il Governo abbia fatto una scelta, di creare qui una cittadella della ricerca scientifica sui temi della salute e della nutrizione, mettendo un’opzione su 74.000 mq e impegnandosi con un cip di 150 milioni all’anno per dieci anni, un’attività che dovrebbe trainare una urbanizzazione abitativa, commerciale e terziaria a regia pubblica che preservi la metà dell’area a parco, ma devo confessare che speravo di più, di trovare veramente un pool di opere e competenze che sia alla scala di uno spazio che è una risorsa inaudita e irripetibile, collegato in modo egregio, che Milano non avrà mai più a fronte delle condizioni di un hinterland il cui costo sociale e economico di disservizio e degrado nessuno ha mai calcolato. Dobbiamo sempre chiederci non quanto costi un’opera di paesaggio, quanto costi invece non farlo.

Nel suo libro “Sul Paesaggio. Lettera aperta”, lei afferma che “parlare di città significa anche reinventare l’agricoltura”, vista come “matrice di riorganizzazione” territoriale. In che modo l’agricoltura potrà fornire delle “basi più mature” (“che non quelle dei miracoli economici”) per una riqualificazione del paesaggio?
La questione è troppo complessa perché io possa tentare di sintetizzarla in poche battute. Limitiamoci a osservare che l’agricoltura soffriva una volta di un’eccessiva vicinanza alla città – abbandono per speculazione edilizia, abusivismo – o di un’eccessiva distanza – abbandono delle terre, esodo dei più giovani -. Oggi urbano, rurale e naturale sono stati di promiscuità del tutto diversi. L’agricoltura sperimenta questa nuova dimensione, ma ha bisogno di indirizzi precisi e in tempo utile. Il tentativo di non bruciare spazi aperti è di evidente buon senso ma non sarà una legge a risolvere questi problemi, bisogna dare a uno spazio una prospettiva se lo si intende governare. Con l’agricoltura si dovrebbero poter fare dei miracoli, come al solito il problema è di capirne attività, flussi e comportamenti. Un esempio che ricordo come un presagio di una mentalità in forte evoluzione fu quando abbiamo lavorato con la comunità del Camposampierese a nord di Padova: 13 comuni prevalentemente agricoli che costituivano una nuova città a rete per sottrarsi al destino di essere una periferia suburbana. O a Reggio Calabria, quando abbiamo studiato una strategia di recupero delle aree residue dei bergamotteti, una volta chiamati per la loro bellezza “giardini”. 

Come lei sostiene, si parla troppo di paesaggio ma la gravità dello stato e dello stallo in cui versa, viene quasi sempre rimossa. E propone un “anno zero” da cui ripartire per salvarlo. Può bastare un “reset” per conquistare quella forza necessaria ad applicare l’articolo 9 della Costituzione? E data l’urgenza, non sarebbe forse più efficace partire da un reset della classe politica?
Non abbiamo solo l’articolo 9 della Costituzione, abbiamo anche la Convenzione Europea del paesaggio e, recentemente, l’enciclica Laudato si’. Soprattutto quest’ultima, non entrando nel merito del pur molto importante valore teoretico, è un documento di grande respiro, che aiuterà a coniugare i temi dell’ambiente e del paesaggio in diretta continuità con quelli della formazione e del lavoro. Il progetto del paesaggio oggi non deve io credo cercare di modificare il quadro legislativo, quanto quello interpretativo e attuativo. E’ sulla prassi che dobbiamo dare battaglia, e chiedere che siano promosse politiche di sperimentazione sul campo, caso per caso.  

Una condizione che lei sottolinea più volte nella sua Lettera aperta, è la consapevolezza: del paesaggio, del suo valore, delle diverse discipline necessarie a salvarlo. E prima ancora viene un’arte, quella di “saper vedere e ascoltare le vocazioni di un luogo”, arte mai separata da un’intuizione progettuale. Ma allora solo chi lo deve progettare può “leggere” il paesaggio? E gli altri cittadini la cui consapevolezza è sempre più importante, rimarranno tagliati fuori dal piacere di questa lettura?
No, Sherlok Holmes certamente ha un grande talento nel tradurre i dati che sono a sua disposizione in ipotesi, pregiudizi indiziari. Ma Watson e i suoi interlocutori non sono delle comparse. I processi partecipativi possono e devono essere vissuti con un ruolo creativo non secondario. A Saint-Denis il mio rapporto con la città ha riguardato le sue istituzioni, i servizi, le associazioni, ogni forma di interesse fino a coinvolgere anche le scuole, e, dato che lavoravamo ai piedi di uno dei più importanti monumenti di Francia, abbiamo incontrato le soprintendenze a tutti i livelli, da quelle comunali e regionali fino al Ministero della Cultura. Mi chiedo io e Fulcrand come abbiamo fatto, ma se tutto ciò ci è costata una grande fatica, io ne ho tratto non poche ispirazioni e riflessioni autocritiche e contributi preziosi per il progetto, essendo il progetto molto rispettato anche perché disponibile al dialogo e all’ascolto.

Lei invita a riflettere sulla nostra reazione di fronte al paesaggio, proponendo di sentirci meno delusi di fronte al moderno. Delusione tipica di una cultura incapace di esprimer valori propri del nostro tempo. Eppure in Italia è difficile percepire la bellezza di fronte a un paesaggio contemporaneo: spesso, ovunque si poggi lo sguardo, si incontra abbandono, degrado, abusivismo. E se questa “delusione” per il moderno fosse invece una forza, una spinta sana che malgrado tutto abbiamo conservato? Qualcosa di istintivo, ancora legato a un  rapporto ancestrale con l’ambiente, come una spia capace di identificare un pericolo?  
Ben venga questa sensibilità e questa attenzione continua ma rendiamoci conto che qualsiasi paesaggio, anche il più sacro, ha una sua legge evolutiva, o si modifica o muore. Paesaggio è progetto, è un nesso fisiologico che li lega. Tutela, manutenzione, gestione, programmazione, pianificazione, invenzione, sono tutte azioni progettuali. Non è vero che il nuovo sia sempre imputabile di orrore, anzi, un progetto contemporaneo può aprire una nuova speranza là dove una tensione si era attutita. Dobbiamo fare molta attenzione a tanti nostri compagni di strada delle più nobili battaglie che non siano un partito dell’antiprogetto. Non è difficile scoprirlo, basta ascoltare le loro citazioni, gli autori cui fanno riferimento, le opere. Spesso scopriamo che alcuni nostri sodali sono in realtà come nemici, anzi peggio, sono quello che io chiamo “fuoco amico”.

Anche se in un breve passaggio, nel suo libro fa allusione al Terzo paesaggio di Gilles Clément. Quanto è ancora importante a 10 anni dalla sua pubblicazione in Italia, fare in conti con questo testo? E a fino a che punto il Terzo paesaggio ha suggestionato la percezione e la progettazione del territorio?
Clément è un paesaggista molto importante, ma fatico molto a sentire un’affinità, lo trovo un ottimo scrittore, certamente conosce il mondo di Linneo a menadito, ma è proprio il suo mondo poetico che mi lascia perplesso. Mi piacque molto la sua mostra nella Grande Halle a La Villette “Le jardin planétaire”(1999-2000). Ma per digerire il Quai Branly devo fare un grande sforzo, che però mi è reso possibile dalla venerazione che gli dedica Monica Sgandurra, se lo dice lei, per virtù transitivasono pronto a provare a ripercorrerlo.

Ci può dare un’anticipazione del suo nuovo libro: Danzando con Gropius. Piazza Matteotti a Catanzaro?                  
Il libro raccoglie testi e immagini di un’opera con la quale ho a che fare da oltre 25 anni, la piazza più importante della città, porta di terra che da nord dà accesso al centro storico. È un progetto al quale ho lavorato dal 1989. L’opera nella sua prima edizione fu inaugurata nel 1991. Ebbe molto successo, soprattutto all’estero e molte critiche anche, soprattutto in città. Io ero abbastanza giovane e mi mossi con una forza espressiva molto forte. A Catanzaro erano passati 40 anni dal viadotto della Fiumarella di Riccardo Morandi, l’ultima opera degna di un’attenzione internazionale e sentii il bisogno di un grido. Negli ultimi otto anni, grazie alla vincita di un concorso, sono tornato sulla scena del delitto, condivisa con Ferdinando Gabellini, Giovanni Laganà, Domenico Avati, senza i quali nulla sarebbe stato. Spero che i suoi ascoltatori lo leggano, è la storia di un progetto, piuttosto originale, e di una città, per la sua importanza di agorà novecentesca e per tante storie che la riguardano. La più importante riguarda la mia decisione di demolire la famosa “Scaletta”, una cavea triangolare molto ripida che finiva in un punto nello spazio. Era un punto di osservazione prezioso di tutta la piazza dall’alto e allo stesso tempo una cerniera posta nel momento in cui la piazza si apre. Qui vi è un edificio elegante con un’esedra semicircolare progettato dalla Bauhaus, e sembrava che danzasse con la scala,  ed ecco Gropius. Lei scoprirà perché mi sono determinato a sostituirla come un’altra folie, questa volta più dolce, una fontana di vetro, che danza anch’essa… e scoprirà molte altre cose che spero la possano interessare, un luogo celebrativo e conviviale, una messa in scena molto varia e articolata.
Dopo tanta nostra sofferenza per farla spero lei trovi un’aura di serenità, e un pizzico di humor.
 
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