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ITALIA

Taranto e la voglia di rinascere

Una colonia di delfini sotto i camini dell'Ilva

Dal 2009, con la sua associazione Jonian Dolphin conservation, Carmelo Fanizza coinvolge turisti e cittadini nelle attività di ricerca in mare. Dalla Torre dell'orologio alla Chiesa di Sant'Andrea degli armeni, associazioni al lavoro nella Taranto vecchia per dare nuova centralità al centro storico

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di Silvia Balducci C’è una Taranto che spinge per spezzare il filo che lega l’immagine della città ai soli problemi delle acciaierie e dell’industria. Giovani che popolano la città vecchia, da anni fantasma, ricercatori che guidano turisti alla scoperta dei tesori che si nascondono nelle acque del golfo.
 
Senza dimenticare, va da sé, i problemi della città: Tamburi, Borgo, Paolo VI, dove si continua a morire e proprio in questi mesi sono iniziate le operazioni di bonifica per limitare i danni causati dall’esposizioni alle polveri.
 
La rinascita parte anche dal mare. Il golfo di Taranto, con i suoi canyon e la profondità delle sue acque, ospita una colonia di delfini stanziali. Una realtà scoperta in anni di ricerche dal biologo marino Carmelo Fanizza. Dal 2009, con la sua associazione Jonian Dolphin conservation, coinvolge turisti e cittadini nelle attività di ricerca in mare. Grazie a questa iniziativa il suo nome è stato selezionato anche per rappresentare la Puglia all’Expo.
 
I delfini stanziali del golfo di Taranto. Carmelo Fanizza con la Jonian dolphin association porta turisti e tarantini in mare per studiare i cetacei
 
"Ero personalmente stanco di sentire parlare sempre e solo dei problemi di Taranto – racconta Fanizza mentre lo seguiamo a bordo del catamarano Taras – per questo ho pensato di coinvolgere nelle ricerche i turisti, per fargli scoprire le potenzialità e la bellezza del nostro mare”. Oggi la sua iniziativa è richiestissima. Impossibile salire sul catamarano prima di fine settembre, già tutto prenotato. Per la maggior parte chi partecipa viene da fuori, ma a bordo si incontrano anche tarantini. Dopo l’avvistamento, grazie ad un particolare software che analizza le fotografie della pinna dorsale, vengono poi identificati.
 
Le specie avvistate sono per lo più la Stenella striata, una specie comune di delfini di media grandezza, circa due metri, ma anche il Tursiope di circa tre metri, e l’enorme Grampo che raggiunge i 4. Sono stati avvistati anche alcuni esemplari del rarissimo Delfino comune. Gli avvistamenti possono avvenire al largo, come a poche miglia dalla costa, anche vicino alla zona industriale di Taranto.
 



Taranto, città vecchia vista dal mare 

Dal catamarano si scende poi proprio nella città vecchia, l’isola bellissima ma abbandonata. “Uno dei centri storici più affascinanti d’Italia” così l’ha definita uno che di queste cose se ne intendeva, il critico dell’arte Giulio Carlo Argan. Coi suoi vicoli stretti e angusti, costruiti così per proteggere gli abitanti dopo la totale distruzione della Taranto greco- romana da parte dei saraceni nel 927.
 
Uno dei simboli della Città Vecchia è la Torre dell’Orologio che con le sue campane, ne ha scandito i ritmi per secoli. Proprio al suo interno sono esposte le immagini che raccontano la vocazione marittima della città, la pesca e la miticoltura. Un’iniziativa curata da una piccola associazione, Le Sciaje impegnata proprio nella salvaguardia e nella trasmissione della cultura tradizionale tarantina e nel recupero degli spazi del centro. “Noi organizziamo visite guidate nella città vecchia e cerchiamo con le nostre iniziative di ridare centralità all’isola” spiega il presidente dell’associazione Angelo Cannata.
 
A pochi vicoli di distanza c’è la Chiesa di Sant’Andrea degli Armeni dove è nato un progetto per facilitare i turisti nella visita della Città vecchia. “Si tratta di una segnaletica ad hoc associata a dei cue code che guida le persone dentro l’isola” racconta la guida turistica Giovanni Berardi. “Ma il dato interessante è che le informazioni sono tradotte in più lingue, compreso arabo, iraniano russo, grazie al coinvolgimento dei rifugiati presenti in città”.


 

La Torre dell'orologio in una foto antica 



Questa Taranto, dunque, convive con quella che continua ad ammalarsi e morire. Al quartiere Tamburi, che sorge proprio sotto l’Ilva, a pochi metri ai depositi di minerali (a poco servono le paratie costruite per limitare che le polveri volino verso la zona abitata) i palazzi e le strade sono coperti dalla solita polvere rossastra. Gli abitanti sembrano scettici su quelli che saranno i risultati della bonifica, avviata a febbraio, che prevede la rimozione di 30 cm di suolo inquinato che viene poi sostituito con terreno vergine dopo un'operazione di nebulizzazione per evitare che ci sia dispersione di polvere.
 
E pensare che il quartiere deve il suo nome al gorgoglio dell’acqua che arrivava ai Tamburi dall’acquedotto del Triglio, di epoca romana, che lo rendeva anche uno dei luoghi più salubri della città. Oggi invece i camini dell’Ilva sono arrivati anche dentro la chiesa, in quell’immagine del Cristo cui la popolazione si appella nella speranza di non morire di tumore.

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