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CULTURA

Incontro con Gilles Clément, giardiniere planetario

Terzo paesaggio, dal nulla alla libertà

Dieci anni fa veniva pubblicato in Italia il Manifesto del Terzo paesaggio, di Gilles Clément. Un testo da molti definito "rivoluzionario", in quanto introduceva un nuovo modo di guardare lo spazio. Ridefinendo gli ambiti della biodiversità, l'estetica del paesaggio e i modi di progettarlo. Rainews si è messa in viaggio sui territori del Terzo paesaggio, per capire cosa è successo in questi anni e come sta cambiando il modo di considerare l'ambiente in cui viviamo. 
 

Spazio incolto ai margini di una fabbrica abbandonata (Laura Mandolesi Ferrini)
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di Laura Mandolesi Ferrini
"Che cos'è il Terzo Stato? Tutto. Che cos'è stato finora nell'ordinamento politico? Nulla. Che cosa desidera? Diventare qualcosa". 
Emmanuel Joseph Sieyès "Cos'è il Terzo Stato?" (1789)


Un nulla che aspira a diventare qualcosa. E’ da questa idea di Terzo Stato che nasce il Terzo paesaggio. Con il suo Manifesto, Gilles Clément ha acceso i riflettori su quelle aree verdi, ai margini dell'abitato, sotto gli occhi di tutti ma non considerate, o ritenute inutili perché non produttive. Dunque, cos’è il Terzo paesaggio? Clément, agronomo, entomologo e paesaggista, lo mette a fuoco in questo modo: “Se si smette di guadare il paesaggio come l’oggetto di un’attività umana subito si scopre (…) una quantità di spazi indecisi, privi di funzione”. E cos’è stato finora questo insieme di spazi senza ruolo se, fa notare Clément, fra questi “frammenti di paesaggio” non vi è alcuna “somiglianza di forma”? Tutto, si potrebbe rispondere, visto che il loro “punto in comune” è quello di costituire un “territorio di rifugio per la diversità” biologica.

Per capire come Clément sia arrivato a queste conclusioni è utile ricordare come il suo sguardo da entomologo lo abbia da sempre aiutato a sondare gli spazi verdi. Con Il giardino in movimento (Le jardin en mouvement, 1994) Clément aveva già messo a punto un rapporto col giardino che si affida all’osservazione dei fenomeni biologici. E se questi sono sempre in mutamento, allora perché non provare a non intervenire per osservare il movimento naturale delle forme di vita? Questa sfida, dalle infinite implicazioni ecologiche, è confluita pochi anni dopo ne Il giardiniere planetario (Le jardin planétaire, 1999), dove il “giardino in movimento” può diventare un  modello per l’intero pianeta. Questo a sua volta è chiuso e misurabile come un giardino, e l’umanità ha la responsabilità di osservarne i meccanismi e gestire gli spazi coltivati come quelli incolti.

E’ attraverso l’esplorazione di questi luoghi, marginali eppure preziosi scrigni di biodiversità, che Clément è arrivato a concepire il Manifesto del Terzo paesaggio. Ispirando paesaggisti, agronomi e architetti, in Italia, come in Europa. E favorendo la consapevolezza che quei  molteplici frammenti di terra sparsi intorno a noi, fanno parte del nostro quotidiano e possono diventare oggetto di riflessione, di progettazione e di rivalutazione urbana. Ma possono anche, per dirla con Clèment, servire ad “allontanarsi dagli spazi sottomessi alle norme” per schierare i “sentimenti della libertà”. 

Professor Clément, cosa ha significato per lei concepire il Manifesto del Terzo paesaggio e quali suggestioni ha portato, a suo avviso, questo testo nel suo Paese? 
Per me era molto importante attirare l’attenzione sui territori abbandonati, capaci di accogliere una diversità biologica che non trova posto altrove. Si trattava dunque di capovolgere lo sguardo e di guardare con rispetto ciò che una volta si rifiutava di osservare. Così in Franca ci sono state commissionate delle ricerche sugli spazi abbandonati urbani, in particolare nelle città di Montpellier, Bordeaux, Saint-Etienne e  Lione

Il Terzo paesaggio si scopre, lei suggerisce, “se si smette di guardare al paesaggio come oggetto dell’attività umana”. Eppure questo esiste proprio grazie alla presenza umana. 
Soltanto una parte del Terzo paesaggio risulta dell’attività umana: si tratta di spazi abbandonati. Ma esiste anche tutta un’altra parte del Terzo paesaggio che è rappresentata dagli spazi su cui l’uomo non interviene dalla notte dei tempi. Si tratta delle vette delle montagne, delle torbiere, dei luoghi incolti che sono comunque portatori di una biodiversità importante, ma mai sfruttata. 

Gli strumenti di osservazione del Terzo paesaggio vanno, lei sostiene, dal satellite al microscopio. Quanto è importante un’educazione dello sguardo? 
Niente è più importante dell’educazione dello sguardo. Nel mio “Governo ideale” ci sarebbe un “Ministero della Conoscenza”, il ministero più importante di tutti. Poi verrebbero tutti gli altri: quello degli Alloggi, della Salute, etc… e poi alla fine, in fondo alla piramide, ci sarebbe il ministero dell’Economia. Quello che permette di far funzionare tutti gli altri ma non quello che dà ordini agli altri. 

E a cosa serve realmente e concretamente, osservare, interpretare, leggere il paesaggio?
Non ci sono altri scopi oltre a quello di sapere dove si abita. Capire l’ambiente in cui si vive, permette di sapere come agire, come fare dei buoni gesti, come consentire l’emergere di un futuro felice. 

La sua opera ha portato molti a considerare in modo diverso le aree verdi abbandonate. Il dilemma che rimane aperto è: “lasciare tutto come sta” o intervenire? Insomma, cosa aspira a diventare il Terzo paesaggio? 
Nel nostro mestiere sostengo spesso che non fare niente è utile a tutti. Perché se non si fa niente, la terra diventa un terreno incolto e poi una foresta. Che produce ossigeno di cui noi abbiamo bisogno per vivere e che tutti condividiamo. Ma si può anche intervenire. E in questo caso non si tratta più di Terzo paesaggio ma di Giardino. 

Mettiamo a fuoco due episodi diversi avvenuti nell'ultimo decennio: dal 2005 al 2010 a Cap de Creus, in Catalogna, un tratto di costa è stato riportato a una condizione simile a quella naturale, dopo la demolizione di un albergo che l’aveva distrutta. E a New York una ferrovia abbandonata viene, nel 2011, restituita al pubblico: è la High Line, in cui è stato riproposto il paesaggio botanico spontaneo che l’aveva caratterizzata. Casi felici di restauro creativo in cui intervenire sul paesaggio è stato un successo. Allora l’intervento, quando progettato con intelligenza e lungimiranza è,  non solo possibile, ma auspicabile. 
Certo, intervenire non è un problema. Tutto dipende dal modo in cui lo si fa. Intervenire “appropriandosi”, uccidendo tutto con dei prodotti chimici mortali è un errore storico. Intervenire facendo  “il più possibile con, e il meno possibile contro la natura” è un impegno che garantisce la vita nel futuro. 

Al di là di queste due punte di iceberg, un fenomeno che ha caratterizzato questi ultimi anni e che sembra in crescita, è la rilettura e la trasformazione di aree urbane abbandonate. Pratiche più o meno spontanee di reinterpretazione e riappropriazione di spazi cittadini abbandonati da parte dei cittadini stessi. Il Terzo Stato conquista il Terzo paesaggio? 
Da sempre gli spazi abbandonati urbani sono stati terreno di giochi di ragazzi e altri utenti dello spazio, desiderosi di allontanarsi dagli spazi sottomessi alle norme, dalle regole delle buone maniere e dall’illusione della pulizia. Nel Terzo paesaggio vengono schierati i sentimenti della libertà. 

Un altro esempio abbastanza recente: la foresta atlantica “ricostruita” dal fotografo Sebastiao Salgado su un territorio inaridito, in Brasile. Secondo la sua definizione, non si tratterebbe di Terzo paesaggio in quanto, anche se cresciuta su un territorio residuale, non è vegetazione spontanea. E’ qualcosa di nuovo. Come potremmo definirla? 
Salgado ha potuto mettere insieme una somma di danaro sufficiente per ricostruire una foresta distrutta dai suoi stessi genitori. Lo ha fatto con le migliori intenzioni ed è stato un successo. A partire da questa foresta inizialmente artificiale, in quanto piantata, verrà ad installarsi naturalmente un ecosistema complesso che nessuno oggi può immaginarsi con precisione. Fra qualche tempo, forse fra un secolo, forse più, forse meno, la foresta organizzerà il proprio ritmo di vita, ritornerà ad essere una foresta “primaria”. 

Nell’introduzione a “L’Architettura degli Alberi” (1982) l’architetto Franca Stagi aveva scritto: “Eppure c’è dell’altro (…) in queste piccole pianure inedificate della città, in questi brandelli di territorio (…), prati superstiti…” anticipando il concetto di Terzo paesaggio. Ci sono opere che hanno direttamente o indirettamente ispirato la sua idea? 
Non c’è alcuna opera che mi ha ispirato per quanto riguarda l’affiorare del concetto del Terzo paesaggio. Si tratta di una constatazione nata da un’analisi paesaggistica della regione del Limosino, nel 2003. In seguito ho avuto l’occasione di leggere dei testi attinenti a nozioni vicine a quelle che proponevo ma non ho mai veramente visto delle realizzazioni paesaggistiche utilizzare questo principio. 

C’è qualcosa che oggi, a distanza di 11 anni e alla luce delle nuove esperienze, aggiungerebbe, ridefinirebbe o taglierebbe da questo “Manifesto”?  
Aggiungerei che gli italiani sono i primi ad aver colto la singolarità di questo concetto e ad averne fatto un oggetto di riflessione importante. Ignoro le ragioni di questa infatuazione ma constato che tutto ciò sbocca su realizzazioni interessanti. Come per esempio l’atelier del “Terzo luogo”, presso le Manifatture Knos di Lecce. Non esiste niente di simile in Francia.

L'intervista originale 
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