Il dibattito sul Manifesto di Krugman

Tagli o incentivi? Le vecchie idee hanno radici solide ma..

Nella premessa del Manifesto per il buon senso economico di Paul Krugman e Richard Layard uno dei punti più controversi e dibattuti nelle analisi della crisi degli ultimi anni, quello sulle origini della recessione e sugli effetti delle politiche anticongiunturali. Sulla stampa non solo economica si danno battaglia post keynesiani e fautori dell'austerity
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Occupazione, come ritornare ai livelli pre crisi?

Londra, 06 Luglio 2012

"Più di quattro anni dopo l'inizio della crisi finanziaria, le principali economie avanzate del mondo restano profondamente depresse, una scena che ricorda fin troppo quella del 1930. E la ragione è semplice: ci affidiamo alle stesse idee che hanno governato le azioni di politica economica nel 1930". Nella premessa del Manifesto per il buon senso economico di Paul Krugman e Richard Layard uno dei punti più controversi e dibattuti nelle analisi della crisi degli ultimi anni, quello sulle origini della recessione e sugli effetti delle politiche anticongiunturali. Sulla stampa non solo economica si danno battaglia post keynesiani e fautori dell'austerity.

Leggi il Manifesto di Krugman e Layard

Krugman: ecco perché sbagliamo a insistere con i tagli
"Queste idee, da tempo smentite - sostengono Paul Krugman e Richard Layard - comprendono errori profondi sia sulle cause della crisi che sulla sua natura che sulla risposta appropriata. Questi errori hanno messo radici profonde nella coscienza pubblica e forniscono il sostegno pubblico per l'eccessiva austerità delle attuali politiche fiscali in molti paesi".

Le cause
"Molti responsabili politici insistono sul fatto che la crisi è stata causata dalla gestione irresponsabile del debito pubblico. Con pochissime eccezioni - come la Grecia - questo è falso. Invece, le condizioni per la crisi sono state create da un eccessivo indebitamento del settore privato e dai prestiti, incluse le banche sovra-indebitate. Il crollo della bolla ha portato a massicce cadute della produzione e quindi del gettito fiscale. Così i disavanzi pubblici di grandi dimensioni che vediamo oggi sono una conseguenza della crisi, non la sua causa".

La natura della crisi
"Quando le bolle immobiliari su entrambi i lati dell'Atlantico sono scoppiate, molte parti del settore privato hanno tagliato la spesa nel tentativo di ripagare i debiti contratti nel passato. Questa è stata una risposta razionale da parte degli individui, ma - proprio come la risposta simile dei debitori nel 1930 - si è dimostrata collettivamente autolesionista, perché la spesa di una persona è il reddito di un'altra persona. Il risultato del crollo della spesa è stato una depressione economica che ha peggiorato il debito pubblico".

Cosa fare
"In un momento in cui il settore privato è impegnato in uno sforzo collettivo per spendere meno, la politica pubblica dovrebbe agire come una forza di stabilizzazione, nel tentativo di sostenere la spesa. Per lo meno non dovremmo peggiorare le cose tramite grandi tagli della spesa pubblica o grandi aumenti delle aliquote fiscali sulle persone comuni. Purtroppo, questo è esattamente ciò che molti governi stanno facendo".

L'austerity che non serve
"Come risultato delle loro idee sbagliate, in molti paesi occidentali i politici stanno infliggendo sofferenze enormi ai loro popoli. Ma le idee che sposano su come gestire le recessioni sono state respinte da quasi tutti gli economisti dopo i disastri del 1930, e per i successivi quarant'anni o giù di lì l'Occidente ha goduto di un periodo senza precedenti di stabilità economica e bassa disoccupazione".

L'esercito di massa dei senza lavoro
"E' tragico che negli ultimi anni le vecchie idee abbiano di nuovo messo radici. Ma non possiamo più accettare una situazione in cui le paure sbagliate di tassi di interesse più elevati pesino di più sui i decisori politici rispetto agli orrori della disoccupazione di massa".

Da dove vengono i soldi?
"Quando ho chiesto ad un operatore perché con questi tassi gli investitori non si portano con decisione su Paesi che pagano di più la risposta è stata: "La gente come me rifugge da alti interessi sulle obbligazioni perché sono il segnale di un rischio ancora più elevato di mancato rimborso - racconta sul Financial Times Josef Joffe, giornalista dello Zeit - Allora, di grazia: da dove prendiamo gli esborsi di cassa per aumentare l'intervento dello stato? Dalla Banca centrale europea che, a differenza della Fed, non è un prestatore di ultima istanza? Da un Fondo europeo di stabilità finanziaria con 400 miliardi di euro? Dalla Germania, l'ultimo uomo restato in piedi? E tutto questo senza di ristrutturazione a fronte di insolvenza? Krugman e Layard (Nobel per l'economia, ndr.) ci dicano se trovano un Nobel con una risposta realistica e non illusoria".

Eccessi di spesa pubblica non aiutano
Su Forbes Tim Worstall esprime altri dubbi: Krugman e Layard assolvono di fatto i governanti responsabili dello sforamento dei conti pubblici, l'origine della crisi, sostengono, è in squilibri del settore privato: banche, finanziarie, immobiliari, assicurazioni. "Beh, no, questo non è del tutto vero. Accetto che questo non è ciò che si pensa tradizionalmente come prestito, anche se in pratica genera lo stesso effetto: gonfiare la spesa statale su nuove tasse, il che è noto come il risultato di anni di bolla insostenibile".

"Molte volte questo è accaduto in molti luoghi negli ultimi anni: abbiamo appena visto il fallimento di Stockton (una città di 300mila abitanti, ndr.) in California. Il grande boom ha portato a una bolla dei prezzi dei terreni e poi a imposte sugli immobili. Le spese della città sono aumentate, come accade sempre, e si sono spesi tutti i soldi in arrivo. È scoppiata la bolla, i ricavi sono evaporati, la città è fallita. È il risultato di redditi scomparsi? O di spese su entrate evanescenti come se fossero diventate permanenti?"

"La storia dell'Irlanda è simile", sostiene Tim Worstall, anche qui le autorità pubbliche hanno assunto come stabili enatrte legate al boom immobiliare. "La Spagna più o meno è la stessa storia".

"Tutto ciò mi porta a una conclusione molto diversa: non è l'evento crisi che ha distrutto le entrate fiscali, anche se ovviamente è successo. E prima di questo i politici stavano già spendendo, come se fossero stabili, somme che erano ovviamente transitorie". Insomma, "è questo il motivo per cui sono così esitante di fornet alla richiesta di permettere ai politici di spendere e indebitarsi di più, proprio ora. Se il tradizionale stimolo fiscale keynesiano ci deve essere, allora lasciamo che agisca sui tagli fiscali (...) Oppure facciamo partire una pioggia di denaro dall'elicottero. Peché non c'è niente più abile dei politici nel costruire piani permanenti di spesa su denaro preso a prestito".

Lavorare meno, lavorare tutti
Vista da sinistra, invece, "la logica di base del manifesto è solida". Per Dean Baker, Guardian, c'è "un aspetto importante a sostegno che viene trascurato. Possiamo affrontare la disoccupazione in modo più efficace se le persone lavorano un minor numero di ore ogni anno".

"Il punto più importante è rendersi conto che è il problema che affrontano i paesi ricchi al momento non è che siamo poveri, come insistono i fautori della austerità. Il problema è che siamo ricchi. Abbiamo decine di milioni di disoccupati proprio perché si può soddisfare la domanda attuale senza bisogno del loro lavoro".

"Questa è stata la incredibile assurdità della miseria che noi e altri paesi abbiamo subito durante la Grande Depressione, e che cercava di spiegare Keynes nella Teoria Generale. Non è che il mondo improvvisamente ci avesse trasformato in poveri nel 1929, dopo il crollo del mercato azionario. I nostri operai avevano la capacità di produrre molti beni e servizi il giorno dopo il crollo come il giorno prima; il problema che è nato il dopo il corllo, è che c'era una mancanza di domanda di beni e servizi".

"Il risultato di questa mancanza di domanda è stato un decennio di disoccupazione a due cifre negli Stati Uniti. I programmi di spesa del New Deal hanno contribuito ad alleviare l'impatto della recessione, ma per colpa dei falchi del disavanzo di bilancio di quel periodo, Roosevelt non spese abbastanza per riportare l'economia alla piena occupazione - almeno fino alla seconda guerra mondiale".

E "questa è la storia che affrontiamo oggi. Gli Stati Uniti e le economie europee erano vicini alla piena occupazione nel 2007 a causa della domanda creata da bolle immobiliari negli Stati Uniti e in gran parte dell'Europa. Queste bolle poi scoppiano, riducendo sostanzialmente la domanda. Come Krugman e Layard sottolienano, un rimedio per la perdita della domanda è che il governo colmi il divario. Se il settore privato non è disposto a spendere abbastanza per portare l'economia alla piena occupazione, allora il governo si impegna in deficit di spesa per compensare questa carenza".

E tuttavia, aggiunge Dean Baker, un'altra soluzione possibile c'è: bisognerebbe incoraggiare i datori di lavoro a dividere l'occupazione fra più lavoratori. "Non c'è nulla di naturale nella lunghezza della settimana lavorativa media o negli anni di lavoro e ci sono, infatti, differenze nei diversi paesi. Il lavoratore medio in Germania e nei Paesi Bassi lavora il 20% in meno in un anno rispetto al lavoratore medio negli Stati Uniti. Questo significa che se gli USA adottasero gli stessi standard della Germania, avrebbero in prospettiva l'eliminazione della disoccupazione".