Bye bye babies

L'Italia è un paese che invecchia e fa sempre meno figli.



Siamo troppi o troppo pochi?



Di questo passo la popolazione umana conterà presto 7 miliardi di individui, le materie prime si esauriranno e l'inquinamento sarà insostenibile.
Negli anni '70 erano questi i timori legati alle conseguenze di una crescita incontrollata della popolazione: disoccupazione, inquinamento, scarsità di risorse. Oggi, che siamo 7,5 miliardi, abbiamo il problema opposto: le nascite sono in calo.

Entrambi gli allarmi sono fondati.
Se con una densità di 200 abitanti per km2 l'Italia è tra i 50 stati più popolosi del mondo, la scarsità delle nascite rappresenta una minaccia per la tenuta di alcuni dei meccanismi interni che oggi regolano la società.

Calano le nascite ma il saldo è quasi in pari


Secondo l'Istat la popolazione italiana è in diminuzione: dai 60.580.000 residenti del 2016 siamo passati ai 60.494.000 del 2017.

Residenti in Italia

- 100.000
tra il 2016 e il 2017

Quei circa 100 mila cittadini in meno sono, in realtà, il risultato di un calcolo che considera anche eventuali operazioni di assestamento e revisione delle anagrafi.
Conti alla mano, il saldo reale è quasi in pari e ci dice che il deficit naturale generato dalle minori nascite viene oggi compensato dall'immigrazione.


# Nascite Decessi Arrivi * Partenze * Saldo
2014 509.000 597.000 255.000 139.000 +28.000
2015 488.000 653.000 273.000 145.000 +37.000
2016 474.000 608.000 293.000 157.000 +2.000
2017 464.000 647.000 337.000 153.000 +1.000
* "arrivi" e "partenze" indicano il numero di iscrizioni e di cancellazioni di cittadini italiani e stranieri nelle anagrafi italiane.


Il crollo della natalità


Nel 1861 eravamo 22 milioni e nascevano 946 mila bambini. Oggi siamo 61 milioni e ne sono nati 464 mila. Nel frattempo l'aspettativa di vita è passata dai circa 70 anni del 1970 agli 82 attuali, è salito il costo della vita ed è cambiato il mondo del lavoro.
Mettiamo a confronto questi indicatori da fine '800 a oggi.

[No canvas support] Dati Istat


Non bastano i figli unici


Negli anni '70 inizia il drastico declino della fertilità che si è trascinato fino ai giorni nostri.
Quando la natalità rimane bassa per oltre tre decenni diminuiscono anche le potenziali madri: negli ultimi 10 anni si contano quasi un milione di donne in meno in età fertile.

Per mantenere costante la struttura demografica di un paese, ogni coppia dovrebbe avere almeno 2 figli, il cosiddetto "tasso di sostituzione".
Quando si scende sotto questa soglia, non vengono rimpiazzati entrambi i genitori.

Indicatore Valore
Tasso di sostituzione (ideale)
2.1 figli per coppia
Tasso di fertilità (2017)
1.34 figli per donna

I rilevamenti statistici mostrano come dal 1984 il "tasso di fertilità" in Italia - numero medio di figli per donna - sia stabilmente sotto il valore di 1,5, un livello che non garantisce il ricambio generazionale ma spinge il nostro paese in una spirale di declino demografico.
Oggi questo valore è di 1,34 figli per donna.



Perché nascono meno bambini?


Oltre l'80% dei giovani tra i 18 e i 32 anni desidera una famiglia composta da due o più bambini. Un sogno che, però, spesso resta nel cassetto.

Evoluzione del ruolo della donna

Un tempo la maternità non era una scelta. Semplicemente ci si sposava e i bambini erano quelli che arrivavano. Ed erano anche braccia in più su cui contare per il lavoro nei campi.

Il passaggio da una società di tipo rurale a quella industrializzata, con in mezzo la frattura delle due guerre mondiali, porta un cambiamento culturale dei costumi e del ruolo della donna con il suo ingresso sempre più massiccio nel mondo del lavoro.

Uno studio del 2015 condotto da Gøsta Esping-Andersen, professore di Sociologia all'Università Pompeu Fabra di Barcellona, mette in relazione il tasso di fecondità con l'equità di genere. Viene mostrato come il tasso di fecondità sia alto in una società di tipo patriarcale, in cui la donna si occupa prevalentemente della casa e dei figli. La curva scende quando la donna entra nel mondo del lavoro, ma senza politiche adeguate è costretta a rinunciare alla maternità o a ridurre il numero di figli. Il tasso inizia a risalire via via che le istituzioni introducono misure a sostegno della famiglia e delle pari opportunità, riequilibrando i ruoli.

Il percorso di "emancipazione femminile" si è esteso a gran parte dell'Europa. Paesi come la Francia, che meglio sono riusciti a conciliare lavoro e famiglia, hanno tenuto sotto controllo la denatalità. L'Italia, invece, è rimasta per troppo tempo legata alla tradizione, quando spesso lavorare significava rinunciare ai figli.

Studi, formazione e carriera professionale dei giovani

Per restare al passo con una società sempre più competitiva, ai giovani è richiesto oggi un elevato livello di formazione che determina, inevitabilmente, un prolungamento del percorso di studi. Questo ritarda l'ingresso nel mondo del lavoro e, di conseguenza, il momento in cui si raggiungerà una sicurezza economica tale da poter pensare di formare una famiglia.

Ma la sicurezza economica spesso non basta, serve anche del tempo da dedicare ai propri bambini. Così, quando si ritiene di poter finalmente avere un figlio, è spesso troppo tardi.
Il risultato è che l'età media delle donne al parto, oggi, è di 31,7 anni.

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Calo della fertilità


L'età del parto incide anche sul numero dei figli. Il periodo più fertile per una donna è infatti tra i 20 e i 25 anni, resta sufficientemente alto fino ai 35, subisce un considerevole calo dai 35 ai 40, è molto basso oltre i 40.

Nella generazione nata nel 1950 le donne senza bambini sono l'11,1%, nel 1960 sono il 13% e in quella del 1976 si stima che a fine del ciclo di vita riproduttiva saranno il 21,8%.



Un altro punto di vista



L'umanità ha molti legittimi problemi di cui preoccuparsi. Il calo della fecondità non è tra questi.

Lo affermano due studiosi americani, il demografo Michael S. Teitelbaum e lo storico Jay M. Winter, che nel saggio "The Global Spread of Fertility Decline" puntano il dito contro le previsioni allarmistiche sulle conseguenze del calo delle nascite. In realtà la metà dei cittadini del pianeta vive in paesi dove le donne hanno in media due o meno figli a testa e il trend della denatalità riguarda tutto il mondo.

Calo della natalità nel mondo dal 1960 a oggi (dati: worldbank)

Secondo i due studiosi da bassi tassi di fertilità derivano anche benefici.
In India per esempio gli stati dove ci sono meno nascite sono i più produttivi perché riescono a dedicare maggiori risorse all'istruzione di ciascun bambino. Altrove la denatalità è correlata all'emancipazione femminile e, nel medio periodo, a una maggiore stabilità sociale e una gestione dei flussi migratori più oculata.

Come risolvere allora il problema delle pensioni e delle spese sanitarie in un mondo sempre più "vecchio"? Quanto saranno sostenibili nel lungo periodo i "generosi sistemi pensionistici europei" creati decenni fa in circostanze economiche e demografiche molto diverse? I governi dovranno adattarsi ai cambiamenti sociali per evitare carichi fiscali esorbitanti e crisi.



Quanto costa una famiglia?


Da questo squilibrio demografico derivano conseguenze sia di carattere economico che sociale.

Disoccupazione, scarsità dei servizi per l'infanzia, costo della vita che si impenna sono solo alcuni dei principali ostacoli per chi decide di mettere su famiglia.

Componenti del nucleo familiare Spesa media mensile
€ 1.784
€ 2.622
€ 2.944
€ 3.217
  € 3.114
Dati Istat 2016

Basta sistemare il welfare?


Analizzando le realtà di altri paesi europei ci si accorge che, anche laddove le politiche sociali funzionano in maniera più efficiente, queste da sole non bastano a spiegare il calo della natalità.

In Germania nascono sempre meno bambini nonostante il Pil in costante crescita e il tasso di disoccupazione ai minimi storici. La Bundesbank ha lanciato l'allarme: il calo demografico e l'invecchiamento della forza lavoro potrebbero far crollare il tasso di crescita potenziale del Paese dall'1,25% allo 0,7% già nel 2021.

Anche la Francia sta sperimentando le conseguenze della crisi, dopo essere stato il paese europeo per decenni in testa per numero di neonati: nel 2017 sono nati 767 mila bambini, 17 mila in meno dell'anno scorso e l'indice di fecondità è sceso a 1,88 figli per ogni donna.

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Conseguenze sul sistema pensionistico


Diminuiscono i bambini e aumenta la speranza di vita, dunque cresce il numero degli anziani.

Secondo una previsione Eurostat, se nel 2015 cento persone in età lavorativa sostenevano 33 persone inattive, nel 2050 gli stessi 100 dovranno farsi carico di una cifra quasi doppia. E’ il cosiddetto indice di dipendenza. Dal grafico seguente emerge come i paesi con un welfare più virtuoso riescano a bilanciare questa proporzione.

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C'è chi indica il 2030 come l'anno in cui il sistema pensionistico italiano potrebbe implodere. E' l'anno in cui inizieranno ad andare in pensione i "baby boomers", quel milione di bimbi nati nel biennio 1964-65 in pieno miracolo economico italiano.

A quel punto, la piramide demografica che negli anni '60 posava su una solida base di nuovi nati, tenderà a capovolgersi facendo ricadere sui giovani l'onere di sostenere un'ampia fascia di anziani.



Conseguenze sul sistema sanitario


Il 2030 sarà un anno cruciale anche per il Sistema Sanitario Nazionale? Difficile dirlo, perché tra invecchiamento e spese sanitarie non esiste una correlazione ben definita.

E' vero che si vive di più, ma è anche vero che l'età in cui insorgono patologie si è spostata in avanti grazie a una migliore prevenzione e al controllo dei principali fattori di rischio (alcol, fumo, obesità). Insomma, la domanda sanitaria dipende più dallo stato di salute individuale che dall'età in sé.

Secondo il Programma di Stabilità 2017 la spesa age-related (pensioni, sanità, assistenza agli anziani, istruzione e indennità di disoccupazione) del 2015 valeva il 28% del Pil. Le previsioni per la sola spesa sanitaria dedicata agli anziani, nei prossimi 40 anni, non sembra subire variazioni troppo marcate.

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Un problema di "degiovanimento" più che di decrescita


Il calo delle nascite degli ultimi anni ha creato un “buco” nella struttura demografica italiana.

Non aver seguito un percorso di sostegno alle nascite negli ultimi decenni, come invece ha fatto la Francia, ha prodotto una erosione dal basso della nostra popolazione a svantaggio delle nuove generazioni.
Se confrontiamo le diverse fasce di età dei due paesi possiamo osservare questo fenomeno: il numero degli italiani sotto i 35 anni è costantemente inferiore a quello dei francesi (grafico).

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Secondo il professor Alessandro Rosina, ordinario di Demografia alla Cattolica di Milano, "favorire la ripresa delle nascite non basta". Rimarrebbe comunque il deficit delle nascite degli ultimi decenni, di chi oggi ha 10-20 anni e che domani sarà al centro della vita produttiva.

La soluzione per la crescita del paese è investire su di loro. Occorre "rinforzarli quantitativamente e qualitativamente", migliorando la loro preparazione di base per aumentare così le loro possibilità di essere solidamente integrati nel mondo del lavoro.