Uber Eats e i pendolari della gig economy

A Milano due rider su tre sono migranti. Alcuni di loro viaggiano ore per raggiungere il centro e guadagnare pochi euro

Pendolari gig economy

“Dei guadagni visualizzati sull'applicazione di Uber eats, ricevo la metà”

Tutti i treni da Porta Genova passano a Mortara.

Questo comune pavese di 15mila abitanti, più vicino a Vercelli che a Milano, ospita stabilmente da qualche anno almeno 110 richiedenti asilo, secondo i dati 2017 della Prefettura. Alcuni di loro passano intere giornate all’ombra delle piante di un parco pubblico, seduti su sedie barcollanti ad ascoltare musica e fumare.

«Non possiamo lavorare. Nessuno ci assume e alcuni di noi non hanno nemmeno i documenti necessari» racconta G., proveniente dal Gambia. «Questa non è vita, non ci immaginavamo una situazione del genere» gli fanno eco. Alle sue spalle un amico non riesce a trattenere le lacrime. Ne nasce una discussione a tratti accesa sulle politiche migratorie e di accoglienza nel nostro paese.

Li separa una linea netta: da una parte i rassegnati e dall’altra coloro che per pochi euro sono disposti a lavorare tutto il giorno.

Così tra le 9.33 e le 11.33 di ogni mattina decine di migranti da Mortara e dintorni decidono di caricare le loro bici, zaini termici sulle spalle, e affrontare la loro giornata da 'rider' tra le vie del capoluogo lombardo. Molti di loro non torneranno a casa prima delle 23.30, giusto il tempo di riposare per poi iniziare un’altra, lunga giornata a consegnare pasti tra le strade di Milano.


Abbiamo incontrato due 'pendolari della gig economy' che ci hanno raccontato la loro esperienza con l'applicazione Uber eats. Hanno chiesto di rimanere anonimi e preferito non mostrare il volto.



Senza documenti e senza possibilità di lavorare

Secondo i dati raccolti su un campione di 200 ciclofattorini intervistati, a Milano due rider su tre sono di origine straniera. Alcuni di loro sono richiedenti asilo ospitati in strutture di accoglienza in città e nelle province limitrofe, altri sono migranti di lungo corso che dell'attività di consegna a domicilio hanno fatto il proprio lavoro principale. Un terzo dichiara di venire da fuori città.

Ci sono casi in cui i ciclofattorini dichiarano di non avere i documenti necessari per poter lavorare o vivere in Italia. "E qui va sfatato il mito che dice che i cittadini stranieri sul territorio italiano non vogliono lavorare" dice Pietro Massarotto, presidente del NAGA, associazione di volontariato milanese che dal 1987 assiste i cittadini stranieri. "È vero il contrario: non possono lavorare. Il tipo di politica e di gestione amministrativa dell'immigrazione che si sta mettendo in atto determinerà e sta già determinando un incremento dei soggetti senza permesso di soggiorno ma che lavorano lo stesso".


L’inchiesta continua

Inchiesta sui riders milanesi - Scopri le loro storie nella mappa interattiva

Ciclofattorini milano

Chi sono i ciclofattorini che riempiono le strade del capoluogo lombardo, quanto guadagnano effettivamente, cosa pensano del loro lavoro e come si comportano le imprese per cui lavorano? Abbiamo passato 6 mesi a lavorare e parlare con loro, intervistandone 200.