Gig economy all'italiana

I riders sono una piccola percentuale dei lavoratori coinvolti. I dati dell’INPS

Gig economy all'italiana

“Un fenomeno circoscritto a chi ha bisogno”

Secondo l’INPS, che ha dedicato un capitolo del rapporto 2018 alla “frontiera del lavoro autonomo”, dei 750mila italiani che sarebbero coinvolti nella gig economy, due terzi apporterebbero esclusivamente la forza lavoro (lavorando quindi senza adoperare la bicicletta, per esempio, o senza affittare immobili sulle piattaforme).

Tre crowdworker italiane raccontano il loro lavoro

Tre crowdworker italiane

Algoritmi, feedback, punteggi e gettoni in cambio di lavoro. Caterina, Francesca e i loro ‘colleghi’ rappresentano l’altra faccia della gig economy, probabilmente la più numerosa e meno conosciuta: il crowdworking. Conosciamo le piattaforme e chi ci lavora dall’Italia.

Di questa quota marginale di lavoratori (il 2% della popolazione italiana in età attiva, sempre secondo l’INPS) si sa molto poco, anche perché la tracciabilità delle operazioni sulle piattaforme è molto parziale e le modalità di ingaggio e intermediazione della manodopera numerose e quasi sconosciute. A differenza delle imprese di consegna a domicilio e di Airbnb, le varie piattaforme di crowdworking non hanno infatti alcun riferimento organizzativo nel nostro paese e ciò rappresenta un evidente ostacolo a qualsiasi tentativo di approfondire l’adeguatezza dei rapporti di lavoro instaurati.

Paolo Naticchioni è tra gli autori dello studio pubblicato dall’INPS. Oltre a collaborare con l’Istituto è professore associato di Economia politica presso l’Università Roma Tre.

Disoccupati e “autonomi”: il caso italiano

Un tasso di disoccupazione tra i più alti dell’UE unito ad una percentuale di lavoratori autonomi molto sopra la media europea rende l’Italia un paese potenzialmente perfetto per il proliferare di questo genere di lavori.

Negli Stati Uniti, dove nascono e crescono la maggior parte delle piattaforme di crowdworking e dell’economia on-demand, prima del 2027 queste potrebbero arrivare a coinvolgere quasi un lavoratore su tre, secondo lo studio dei ricercatori Siddharth Suri and Mary L. Gray del Microsoft Research.

Jobby, l’app dei lavoretti made in Italy

Gig economy all'italiana

La precarietà come “possibilità di gestire il proprio tempo in modo diverso e scegliere diverse esperienze lavorative”. Le interviste al fondatore e a chi ci ha lavorato (e non sempre è rimasto soddisfatto).

In ”agenda europea per l’economia collaborativa” la Commissione Europea stima che in futuro il settore “potrebbe apportare all’economia dell’UE da 160 a 572 miliardi di euro di ulteriore giro d’affari” (includendo però nel calcolo piattaforme del cosiddetto asset rental come Airbnb).

Tasso percentuale di lavoratori autonomi sul totale degli occupati

Italia

Spagna

UE28

Regno Unito

Francia

Germania

USA

Fonte: OCSE - OECD (2018), Self-employment rate (indicator). doi: 10.1787/fb58715e-en

Nonostante il potenziale giro d’affari e le numerose opportunità di business nel settore, i dati dell’INPS (confermati dalla nostra analisi dei profili online attivi su alcune piattaforme, di cui si legge nei prossimi capitoli) fotografano una tendenza alquanto chiara. Coloro che svolgono attività nella gig economy dichiarano infatti di ricevere redditi complessivi mediamente al di sotto dei lavoratori dipendenti e degli altri lavoratori autonomi. Questo può indicare che una parte importante tra coloro che lavorano nella gig economy lo farebbe per ‘arrivare alla fine del mese’ e non solamente per ‘arrotondare’ o ricevere un reddito aggiuntivo.

Redditi annuali individuali complessivi

Redditi annuali familiari complessivi

Fonte: INPS, XVII RAPPORTO ANNUALE. Si noti che tra i dipendenti e autonomi non sono inclusi coloro che hanno un secondo lavoro come gig, per non sovrapporre i gruppi. I risultati non cambiano in modo rilevante includendoli. Analogamente, si considerano solo i lavoratori gig coloro che lo svolgono come unico lavoro.

Il rapporto INPS rappresenta un contributo nuovo e necessario nel processo di studio ed emersione del fenomeno dei gig worker, ma in Italia il dibattito pubblico e politico è fermo alle condizioni di lavoro dei ciclofattorini. Questo fa sì che sostanzialmente vengano ignorate tutte le altre componenti maggioritarie della gig economy, caratterizzate spesso da tipologie contrattuali atipiche e forme di pagamento alternative che non garantiscono nessun tipo di tutela, contribuzione sociale o tassazione.

L’inchiesta continua

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