Le storie di tre crowdworker italiane

L'altra faccia della gig economy tra algoritmi, punteggi e gettoni in cambio di lavoro

Tre crowdworker italiane

“Manovalanza a basso costo”

«All’inizio della mia attività da freelancer, cinque anni fa, usavo spesso la piattaforma Upwork. Poi col tempo mi sono allontanata sempre di più e presto spero di poterne fare a meno».

Troviamo Francesca De Vivo sul suo luogo di lavoro, una pagina web con una lista infinita di nomi, professioni, tariffe orarie e stelline. Tra i risultati filtrati in base al Paese da dove si opera c’era anche lei, “illustratrice, designer e game artist” di Roma. Nel suo profilo Upwork c’è scritto tutto: in cinque anni più di 90mila euro ricevuti grazie a 63 lavori, molti dei quali per committenti diversi. A prima vista una miniera d’oro, come qualcuno degli intervistati ha definito piattaforme di questo tipo. Non per Francesca.

«Le commissioni richieste dal sito sono aumentate considerevolmente e la stragrande maggioranza dei lavori offerti sulla piattaforma è di scarsa qualità: per un cliente con un progetto valido e disposto a pagare le tariffe che richiedo, ne trovo centinaia alla sola ricerca di manovalanza a basso costo». Così adesso Francesca lavora con alcuni dei clienti incontrati prima senza però l’intermediazione di Upwork.

Ogni cerchio del grafico è un profilo attivo Upwork con location “Italia”. I valori visualizzati sono i soldi guadagnati complessivamente tramite la piattaforma e il prezzo orario fissato da ogni utente.

“Su Upwork ho trovato una miniera d'oro”

A Padova c’è un’altra Francesca illustratrice, ma a differenza della prima entusiasta di come l’approdo online abbia cambiato la sua vita. Con la sorella Michela disegnano per clienti da tutto il mondo, entrambe come libere professioniste. Come altri intervistati racconta che all’inizio la difficoltà maggiore è stata emergere dalla massa di lavoratori disponibili e far sì che l’algoritmo spinga il proprio profilo sempre un po’ più in alto nei risultati.

Più si lavora, più si guadagna, più feedback si ricevono, più si alza il punteggio e migliora il posizionamento nei risultati, condizione fondamentale per ricevere proposte di lavoro dai committenti. Così all’inizio è normale proporre tariffe ‘sottocosto’ per crearsi un nome e iniziare a raccogliere clienti.

Lavorando principalmente con aziende estere - da alcuni anni è regolarmente impegnata nell’illustrare libri scolastici cinesi - Francesca conosce anche il metodo del Work Diary, applicato soprattutto nel caso di contratti orari (e non di progetti a tariffa fissa).

Si tratta di uno strumento di registrazione delle ore effettivamente lavorate che permette ai clienti di monitorare e conteggiare il lavoro tramite screenshot (fotografie dello schermo del PC) eseguiti ogni dato periodo di tempo (solitamente inferiore a un’ora).


Francesca Da Sacco è un’illustratrice e vive a Padova, da cui lavora principalmente tramite la piattaforma Upwork.

“A queste condizioni, non mi ci vedo farlo tutta la vita”

Alla costante crescita di utenti-lavoratori non è corrisposta da parte delle maggiori piattaforme del settore la creazione di una struttura organizzativa stabile in Italia. Di conseguenza, le informazioni fornite circa i volumi d’affari e le caratteristiche dei loro utenti (sia freelancer che committenti) risultano minime. Dopo aver inutilmente interpellato gli uffici stampa di alcune di esse per ottenere una serie di informazioni, l’unica soluzione rimasta è stata ‘grattare’ dati dai profili degli iscritti, che sono pubblici.

Secondo Freelancer.com - una tra le maggiori piattaforme a livello mondiale - sarebbero circa 200.000 gli utenti registrati dall’Italia, la maggior parte dei quali lavorerebbe per imprese o privati italiani (le piattaforme gestiscono le transazioni e offrono assistenza burocratica ma spesso le fatture sono intestate direttamente alle imprese committenti). In realtà, scaricando e analizzando i dati dei singoli profili la situazione appare parecchio ridimensionata, dove solo un centinaio di ‘italiani’ può vantare più di una ‘review’ (un feedback dal committente) mentre tutti gli altri risulterebbero sostanzialmente inattivi. Così anche su Upwork, dove a fronte di più di dodicimila iscritti dall’Italia, i lavoratori che dimostrano di aver svolto più di un’ora di task risultano essere meno di seicento.

Tra tutti gli utenti attivi sulle piattaforme della gig economy, quelli che offrono servizi di traduzione e mediazione linguistica sembrano rappresentare di gran lunga la maggioranza degli ‘italiani’. È il caso di Caterina Piagentini, 25 anni, che da Pisa lavora come traduttrice e mediatrice linguistica, ciò per cui ha studiato tre anni a Londra. Almeno l’80% del suo reddito proviene da lavori trovati sulle piattaforme. Lei usa soprattutto People per hour (letteralmente ‘persone all’ora’) anche se tutto è iniziato con Fiverr, popolare piattaforma che prende il nome dai gig (lavoretti, termine registrato dalla stessa Fiverr) da 5 dollari pubblicati sulle sue pagine.


Caterina Piagentini, 25 anni, lavora da Pisa come traduttrice e mediatrice linguistica.

Il caso di Caterina è emblematico di come nella gig economy il confine tra vita sociale e lavoro venga reso più labile rispetto alle professioni a cui siamo abituati; un po’ perché si possono organizzare i ritmi di lavoro secondo le proprie necessità, un po’ perché spesso la casa si converte in luogo di lavoro e la ricerca stessa di lavori diventa di per sé parte integrante della professione. Una ricerca che non sempre va a buon fine e che rappresenta una delle principali preoccupazioni per quelli che come Caterina si affidano esclusivamente a questo tipo di lavori. Così la discontinuità di entrate rimane uno dei maggiori problemi, comune a tutti coloro che non riescono a costruirsi una rete di clienti abituali (sulle piattaforme come in una normale carriera da freelancer).

Per ovviare alle difficoltà di accesso ai lavori e ai task pubblicati sui propri siti, le piattaforme hanno sviluppato un sistema per cui un utente può proporsi a un committente in cerca di lavoratori solo attraverso l’utilizzo di ‘gettoni’. Upwork li chiama “Connects” e ne fornisce alcuni gratis ogni mese a ciascun freelancer, permettendo così di inviare ai committenti le proprie candidature ai progetti proposti.

Ogni candidatura ha un costo in termini di gettoni che, una volta terminati, dovranno essere acquistati dal freelancer. Chi può pagare ha così maggiori possibilità di proporsi ai committenti, ma non solo. Nei gruppi facebook e nei forum online specializzati esiste un vero e proprio ‘mercato’ delle reviews grazie al quale per pochi euro un utente può raccogliere feedback molto positivi che miglioreranno il suo posizionamento nelle pagine.

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