Jobby, l'app dei lavoretti made in Italy

La precarietà come “possibilità di gestire il proprio tempo in modo diverso”

Jobby, l'app dei lavoretti made in Italy

Lo strano caso di Supermercato24 e il contesto italiano

La gig economy in Italia è attualmente appannaggio di imprese estere che solo in alcuni casi scelgono di stabilirsi con una sede nel nostro paese. Non mancano però esperimenti nostrani che tentano di fare business nell’attraente settore dei job on callLavoro a chiamata. Prestazioni di carattere discontinuo o intermittente, ovvero per periodi predeterminati nell'arco della settimana, del mese o dell'anno. (Fonte: INPS.it). tipici delle economia on-demand.

Supermercato24, impresa veronese che si occupa di consegnare la spesa a domicilio, è uno degli esperimenti 'italiani' di gig economy. I suoi ‘shopper’ (i fattorini) sono ‘ingaggiati’ direttamente dai clienti e S24 si limita a gestire l’incontro tra i due, come viene sottolineato più volte durante il processo di candidatura e sul suo sito web: “Lo Shopper è indipendente e non intrattiene alcun rapporto di lavoro con Supermercato24, senza alcun vincolo di subordinazione nei confronti del medesimo”. Con il risultato di avere una schiera di lavoratori ultra-flessibili e disponibili senza tutele né assicurazione e con un costo del lavoro bassissimo.

Un business reso possibile anche da un finanziamento proveniente dalla Cassa depositi e prestiti (controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) attraverso un investimento nel fondo FII Tech Growth, che a sua volta nel giugno 2018 ha investito 8 milioni in S24, come raccontato da Il Post.

La TaskRabbit nostrana

È nata a Milano invece Jobby, “il lavoro quando ti serve”, un’app sulla falsariga della statunitense TaskRabbitPopolare startup di San Francisco che mette in contatto i privati con alcuni lavoratori freelance che si offrono di eseguire numerosi lavoretti (dal montaggio dei mobili alla pulizia della casa). dove privati e aziende postano qualsiasi tipo di lavoretto, indicando tempi e compenso (orario o forfettario). Attualmente Jobby cerca soprattutto fattorini, promoter, dogsitter, camerieri e commessi. Come nella food delivery, anche qui il modello contrattuale preferito è la prestazione occasionale.

Andrea Goggi è fondatore e CEO di Jobby.

Jobby si era presentata nel 2016 pubblicizzando un “compenso minimo orario di 8 euro o un minimo di 4 euro per incarico singolo (per esempio una consegna)” ma allo stato attuale gran parte dei lavoretti che gestisce si aggirano intorno ai 5 euro all’ora, anche se l’impresa sostiene di avere un limite maggiore.

(Aggiornamento del 10 dicembre 2018: Jobby ha chiarito che è in fase di pubblicazione una “guida ai compensi” per chi offre lavoro sull’app e ha comunicato che a novembre 2018 la media dei pagamenti si è attestata intorno a 9 euro netti all’ora, con differenze tra i vari lavori proposti).

Rispetto a quelle app di ciclofattorini che mostrano al lavoratore importi guadagnati lordi o falsati, Jobby comunica ai suoi worker i compensi netti. Per ogni gig effettuato, avvisano nel colloquio di selezione, viene però detratto un euro come contributo alla copertura assicurativa privata. Mentre al committente viene chiesta una commissione del 15% sull’importo dovuto al lavoratore.

«Guardo l’annuncio, mi piace, controllo data, ora e luogo. Se è in linea con i miei impegni, mi candido e aspetto di essere selezionato».

"Una soluzione per disoccupati e chi cerca flessibilità"

Agrippino, 31 anni, lavora a Milano come grafico per una rivista. Si è iscritto a Jobby da un paio di mesi durante i quali ha fatto di tutto: lavapiatti, promoter per un ristorante, montaggio mobili e attività di report. Dice di aver guadagnato mediamente 8 euro all’ora e parla soddisfatto di questa opportunità: «Un’app di questo genere potrebbe essere un’ottima soluzione per quelle persone che vogliono svolgere solo i lavori che preferiscono e quando vogliono. E aiuterebbe anche i disoccupati».

Andrea Luna, diciannovenne studentessa di psicologia, è della stessa idea. Ha installato Jobby un anno fa alla ricerca di un lavoretto per pagarsi gli studi e acquisire nuove competenze. Nell’appartamento milanese in cui vive con la famiglia racconta la sua esperienza con una startup di vendita al dettaglio, fatta di prestazioni occasionali attraverso Jobby:

«Ho lavorato per circa due mesi per la stessa impresa, ma in questo caso non ero io a decidere l’orario di lavoro. Avevo una certa libertà per la pausa pranzo ma dovevo sempre considerare le ore di minore o maggior affluenza dei clienti, comunicandole ai miei superiori, che potevano chiedermi di ritardarla o anticiparla».

App come Jobby non sono utilizzate solo da studenti in cerca di lavoretti o persone che hanno necessità di arrotondare. Damiano ha 25 anni e da neolaureato magistrale cerca lavori saltuari mentre manda in giro curriculum e portfolio per un lavoro ‘più stabile’.

«Una piattaforma che ti paga a fine giornata è una buona cosa rispetto alle agenzie con cui i soldi, se va bene, ti arrivano dopo due mesi». Il problema però, secondo Damiano, risiede nell’uso che fanno le aziende di questo genere di app. «Sembra che le imprese trovino il campo adatto per pagare molto meno nascondendosi dietro ai termini "smart", "sharing economy" e "startup". E nonostante questo trovano sempre schiere di candidati. Il mio timore rispetto al futuro è che anche il resto delle aziende si adegui a questa uccisione del mercato».

L’inchiesta continua

Dentro i lavori a 1 centesimo di Amazon

Turchi meccanici di Amazon

La piattaforma di crowdsourcing Mechanical Turk, dove aziende da tutto il mondo raccolgono dati per ‘allenare’ i computer , è attiva anche dall’Italia. Chi sono i suoi utenti e cosa si nasconde dietro ai ‘microlavori’ da almeno 1 centesimo.