Inchiesta sui riders milanesi. Storie, dati

Chi sono, quanto guadagnano, cosa pensano del loro lavoro? Come operano le imprese per cui lavorano? Ne abbiamo intervistati 200

Ciclofattorini milano

Ciclofattorini divisi

«È ora di scendere in piazza e far capire che a noi questo lavoro va bene così com'è. [...] Con un solo stipendio da 800 euro come vigilante non arrivavo alla fine del mese». Lo sfogo di L. è affidato alla chat di whatsapp che riunisce un centinaio di ciclofattorini attivi a Milano. Si discute sulla notizia dell’inquadramento dei rider nel contratto nazionale della logistica. «Coi contratti sì che guadagneremo 4 spicci» gli fa eco G.

La maggiore preoccupazione è che il loro lavoro (in alcuni casi ‘lavoretto’) venga ‘snaturato’ dal nuovo inquadramento e perda ciò che li ha portati a consegnare pasti per le strade di Milano: un’occupazione estremamente flessibile (in molti casi lavorano solo quando e quanto desiderano) gestita comodamente attraverso un’applicazione dello smartphone.

In realtà da quel luglio 2018 per L., G. e migliaia di altri ciclofattorini italiani non è cambiato quasi nulla: le principali imprese che ne gestiscono il lavoro continuano a inquadrare i propri ‘collaboratori’ tramite contratti di prestazione occasionale (nel caso della londinese Deliveroo, la spagnola Glovo e delle imprese che si servono dell’app Uber Eats) o collaborazioni coordinate e continuative (come la tedesca Foodora, che da gennaio verrà incorporata in Italia da Glovo).

Così L., G. e la maggior parte dei loro colleghi consegnano a domicilio in bicicletta senza un reddito orario minimo fissato (vengono pagati a consegna realizzata), senza grandi limiti di impegno orario settimanale (c’è chi lavora 70 ore a settimana, anche per più applicazioni) e senza tutele minime garantite (solo il co.co.co implica il versamento dei contributi alll’INPS). A non tutti è riconosciuta un’assicurazione e in molti casi quella stipulata dall’impresa risulta ridimensionata rispetto agli standard INAIL.

Ore di lavoro come merce di scambio

Come si nota dai dati raccolti in questa inchiesta, non esiste al momento una posizione comune a tutti i ciclofattorini circa la natura del loro inquadramento e il futuro del loro lavoro. Se in tanti si sono dichiarati soddisfatti o più che soddisfatti della loro attività, negli ultimi anni hanno fatto rumore (in Italia e non solo) le richieste volte a ottenere maggiori tutele e garanzie, provenienti soprattutto dai sindacati auto organizzati.

La sentenza dell’11 aprile 2018 L'11 aprile 2018 il Tribunale ordinario di Torino qualificò come 'prestazione di lavoro autonomo' il rapporto di lavoro tra Foodora, impresa di consegna del cibo, e sei rider che avevano intentato una causa civile contro essa. emanata dal Tribunale ordinario di Torino è stata la scintilla che ha acceso il dibattito attorno alla figura dei rider, un confronto che nel luglio 2018 il Governo ha trasferito attorno a un tavolo di trattativa con associazioni di categoria, imprese della food delivery, sindacati e rappresentanti dei ciclofattorini.

Oltre alle problematiche relative all’inquadramento dei ciclofattorini esistono però fenomeni più complessi, alcuni dei quali sono nati con l’emergere di questa professione gestita tramite app per smartphone.

È il caso del punteggio reputazionale, che secondo parametri diversi per ogni applicazione (disponibilità a lavorare nelle ore e nelle giornate di punta; feedback di ristoranti e clienti; assenze non comunicate sui turni prenotati; numero di consegne effettuate) inserisce i lavoratori in una classifica per determinare chi potrà scegliere per primo in quante e quali ore lavorare i giorni successivi.

Molte delle principali piattaforme di consegna attive in Italia - Glovo e Deliveroo per esempio - prevedono infatti un sistema di prenotazione delle ore di lavoro. Se, a causa soprattutto del punteggio basso, un ciclofattorino non riuscisse a trovare ore libere da ‘bloccare’, quella settimana potrà lavorare solo accaparrandosi ore precedentemente prenotate e poi ‘liberate’ dai colleghi dell’app.

Il lavoro, inteso come ore di impiego, si trasforma quindi in merce pregiata, ricercata, scambiata. «Libero venerdì 12-15 in cambio di sabato 19-22, qualcuno interessato?» si legge spesso nella chat informale dei ciclofattorini.

Il sistema premia coloro che raggiungono punteggi più alti, che poi potranno organizzarsi con amici e colleghi in una sorta di ‘redistribuzione’ secondaria delle ore.

Nel settore della consegna di cibo a domicilio le ore non sono tutte uguali: i picchi di domanda si registrano normalmente tra le 12 e le 15 e tra le 19 e le 22. Nel resto della giornata un ciclofattorino potrebbe ritrovarsi senza consegne da effettuare e - nei casi di Foodora, Glovo e alcuni corrieri Uber Eats - passare ore connessi e disponibili sull’app senza guadagnare nulla. Così l’impresa trasferisce una quota importante del proprio ‘rischio’ sui lavoratori, che non hanno praticamente nessun ruolo nella ‘gestione’ degli ordini e che quindi, in mancanza di consegne da effettuare, non possono far altro che aspettare.

«Come dimostra l’addio di Foodora, il rischio d’impresa rimane principalmente sull’impresa» sottolinea Matteo Pichi, volto italiano di Glovo. “Non siamo noi a cambiare il mondo del lavoro. Noi portiamo innovazione, anzi la guidiamo”.

Ingannare l’app, tra prestanome e intermediari

Alberto (nome di fantasia) voleva lavorare come fattorino a Milano ma nessuna delle sue candidature era andata a buon fine. Mentre tentava la ricerca di un ‘lavoretto’ qualsiasi, ecco arrivare la proposta di un amico. «Non sapeva quasi nulla nemmeno lui. Mi ha dato un numero di telefono dicendomi che c’era un account disponibile. Così ho telefonato ad H. ed è iniziata la mia esperienza con Glovo».

Alberto lavora sia in scooter che in bicicletta e racconta con soddisfazione della propria occupazione. Mi mostra l’app di Glovo davanti a un McDonalds’ del centro di Milano. «Lavoro con il profilo di un’altra persona, tutto qui. Ogni mese ricevo i soldi direttamente da H. che si trattiene una parte per la ‘gestione’ della cosa, come fa con tutti gli altri profili che ha distribuito in giro». La fetta per H. equivale al 10% su ogni consegna, racconterà poi Alberto, che non conosce né la provenienza del suo profilo né quale sia l’accordo tra H. e il legittimo detentore.

Secondo alcuni ciclofattorini intervistati per le strade di Milano, il sistema non sarebbe limitato ad H. e ai suoi profili disponibili. Un lavoro senza un preciso ‘luogo’ rende questo sistema vulnerabile ai ‘trucchi’ che intermediari e prestanome sfruttano per ottenere facili guadagni o dare lavoro a coloro che non posseggono i requisiti necessari.

«Il rischio c’è, ma ogni giorno cerchiamo di monitorare meglio la situazione» sostiene Pichi.

Uber eats e i pendolari della gig economy

Essere riders

A Milano due rider su tre sono migranti. Alcuni di loro viaggiano ore per raggiungere il centro e guadagnare pochi euro, a volte la metà di quelli visualizzati sull'app.

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Naviga la mappa interattiva e scopri le ‘storie’ di ogni ciclofattorino incontrato per la città, cliccando sul puntino corrispondente. Sulla destra trovi la barra di navigazione per restringere la ricerca e alcuni dati interessanti che si aggiornano in base all’area di Milano visualizzata sulla mappa.

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25 anni, cittadinanza straniera, diploma di scuola superiore, invisibile all’INPS. Fa le consegne perché è l’unico lavoro che ha trovato (ed è anche l’unico che svolge) e ci dedica circa 30 ore ogni settimana. Desidererebbe salari più alti ma in generale è soddisfatto della sua professione. Se dovesse esistere un ciclofattorino tipo a Milano, avrebbe queste caratteristiche.

Un profilo molto diverso da quello descritto da Glovo (1500 corrieri attivi a Milano ), secondo cui la metà dei fattorini prenota meno di 12 ore alla settimana.

Tra maggio e giugno 2018 abbiamo intervistato faccia a faccia 200 ciclofattorini al lavoro dentro il perimetro urbano di Milano. In mancanza di dati certi sul totale degli occupati nel settore (il cui numero varia in misura rilevante durante l’anno), il campione casuale raccolto può stimarsi intorno al 10% del totale dei ciclofattorini attivi a Milano durante il periodo di raccolta dati. Le interviste sono state effettuate principalmente negli orari di elevata domanda del servizio (tra le 12 e le 14, tra le 19 e le 22) in diverse zone della città (spesso davanti a ristoranti convenzionati).

Naviga e confronta i dati raccolti tramite l’applicazione. Ogni cerchio rappresenta un ciclofattorino intervistato. In basso a destra trovi le finestre a tendina dove selezionare i dati da visualizzare.

I riders in cifre:

  • Due ciclofattorini intervistati su tre sono di origine migrante;
  • Il 94% dei ciclofattorini intervistati che usano l’applicazione UberEats è di origine migrante; in Foodora 2 ciclofattorini su 3 sono stranieri; in Glovo e Deliveroo i migranti sono la maggioranza;
  • Il ciclofattorino milanese tipico ha 25 anni, non è italiano, ha finito le scuole superiori, non è iscritto all’INPS (e non versa nessun tipo di contributi), lo fa perché è l’unico lavoro che ha trovato (ed è l’unico che svolge), lavora 30 ore a settimana.
  • Il 50% dei ciclofattorini intervistati pensa che i pagamenti siano adatti al lavoro svolto, l’altro 50% che non siano adatti;
  • Quasi la metà degli intervistati si dice molto soddisfatta (o moltissimo) del suo lavoro di ciclofattorino;
  • Tre ciclofattorini intervistati su quattro vengono pagati a consegna (Glovo, Foodora e alcune società terze che usano Uber Eats non prevedono, se non in casi eccezionali, un numero di consegne garantite all’ora);
  • La maggior parte dei ciclofattorini intervistati viene pagato a consegna: una frutta in media 4,4 euro lordi. Per coloro che vengono pagati all’ora o con un sistema misto con una parte all’ora e una parte a consegna, un’ora di lavoro mediamente porta 8,6 euro lordi, con grandi differenze tra le imprese attive nel settore.

L’inchiesta continua

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