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Pressioni sull'Egitto perché accolga i profughi di Gaza, il dilemma di Al Sisi

Pressioni sull'Egitto perché accolga i profughi di Gaza, il dilemma di Al Sisi GettyImages
Secondo alcuni media, Israele propone di tagliare il debito pubblico dell'Egitto se accoglierà i civili di Gaza in fuga dai bombardamenti. Un'ipotesi fin qui inverosimile, ma le cose potrebbero cambiare

Secondo un post del sito israeliano Ynet, legato al quotidiano Yedioth Ahronot, Israele sta aumentando le pressioni sull'Egitto affinché accolga profughi civili palestinesi dalla Striscia di Gaza - cosa che fin qui il governo egiziano ha esplicitamente rifiutato di fare, dislocando anzi nelle ultime ore mezzi corazzati al confine con Gaza per prevenire l'eventuale fuga di cittadini della Striscia sul suo territorio.

Dopo l'inizio dei bombardamenti israeliani, Tel Aviv ha ordinato a tutti i residenti di lasciare il nord della Striscia di Gaza. Centinaia di migliaia di civili sono fuggiti nel sud della Striscia, dunque verso il confine con l'Egitto, in condizioni che le agenzie delle Nazioni Unite definiscono “catastrofiche”, e premono sul valico di Rafah che al momento resta chiuso - salvo l'ingresso di alcune decine di camion di aiuti strettamente sorvegliati da Israele. 

Ynet sostiene che il governo israeliano avrebbe contattato più leader internazionali per convincere il presidente egiziano Al Sisi ad accogliere gli abitanti di Gaza - o parte di loro - nella parte egiziana della penisola del Sinai, zona peraltro deserta e priva di infrastrutture. 
Una delle ipotesi avanzate da Tel Aviv prevederebbe di cancellare parte del consistente debito pubblico dell'Egitto attraverso la Banca Mondiale, in cambio del sì alla proposta. Un altro scenario, più limitato, vedrebbe l'Egitto ospitare i civili palestinesi feriti in un ospedale da campo allestito nel Sinai dopo averli trasferiti via mare. 

Gideon Rachman, collaboratore del Financial Times, considera plausibile lo scenario di un accordo. “Le mie fonti a Riad dicono che gli egiziani ci potrebbero stare”, scrive in un commento: “Sono in bancarotta, hanno già 100 milioni di persone, che cosa sarebbe un altro milione?”.

Come è intuibile, per Israele la soluzione più radicale alla fine della guerra sarebbe sgomberare la Striscia di Gaza dei suoi residenti, “esportando” il problema altrove - come avvenuto altre volte nel corso della storia, quando milioni di palestinesi hanno dovuto cercare rifugio all'estero, in particolare nei Paesi limitrofi come Giordania, Libano e Siria. Uno dei maggiori ostacoli all'ormai sepolto “percorso di pace” tra Israele e palestinesi è stato proprio il problema del “diritto al ritorno” dei profughi nelle loro terre da decenni abbandonate e occupate.

Rispetto a questo scenario ipotetico, anche a prescindere dall'impatto drammatico che potrebbe avere la colossale fuga in Egitto di due o più milioni di profughi palestinesi, va anche considerato che il presidente egiziano Al Sisi ha tutt'altro che un buon rapporto con Hamas e con tutti i movimenti che si ispirano al cosiddetto “Islam politico”. 
Nel luglio 2013, l'allora generale Al Sisi prese il potere con un colpo di Stato militare deponendo il governo legalmente eletto guidato da Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani dichiarati subito fuori legge. Ne è seguito un periodo di arresti e purghe contro gli islamisti e da allora la politica egiziana si è ritagliata il ruolo internazionale di argine al fondamentalismo jihadista. 
Vicini alla corrente politica dei Fratelli Musulmani, anche per ragioni di convenienza nel complesso gioco delle egemonie regionali, sono invece la Turchia di Erdoğan e il ricco Qatar, uno dei maggiori finanziatori di Hamas.

Certo è che la creazione su territorio egiziano di un enorme campo di profughi palestinesi, molti dei quali inevitabilmente radicalizzati se non proprio legati ad Hamas, sarebbe per l'Egitto di Al Sisi un evento potenzialmente devastante.

Tuttavia, secondo media arabi, l'Egitto ha invitato al Cairo delegazioni di Hamas e delle altre fazioni palestinesi per discutere la situazione di Gaza, con particolare riferimento al problema umanitario e alla questione degli ostaggi. Un funzionario egiziano ha aggiunto che si sta anche valutando di stabilire una rappresentanza permanente di Hamas al Cairo, “anche in considerazione dei tentativi di Israele di spingere i residenti di Gaza verso il confine egiziano”.
La politica di Al Sisi in questi giorni si muove dunque in uno spazio di manovra molto stretto, con l'obiettivo primario di alleviare la crisi umanitaria per impedirle di tracimare sul proprio territorio e di tenere aperte le comunicazioni con Hamas senza lasciare che metta radici proprio in Egitto. 
Ma la sua posizione geografica ne fa il destinatario principale delle crescenti pressioni internazionali, che anche attraverso la leva finanziaria potrebbero convincere il presidente egiziano a concessioni fino a ieri impensabili.