L'intervista

Giorgia Meloni al New York Times: "Credevo con Trump sarebbe stato più facile date le convergenze"

Giorgia Meloni al New York Times: "Credevo con Trump sarebbe stato più facile date le convergenze" NYTimes

Dalle radici post-fasciste nella Garbatella degli anni Novanta alla leadership dell’Italia e al ruolo sempre più centrale in Europa: la premier racconta il percorso che l’ha portata a Palazzo Chigi

Il 4 settembre, con il superamento della soglia dei quattro anni consecutivi a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni diventerà il presidente del Consiglio più longevo dell’Italia repubblicana. Un traguardo che, per una leader cresciuta nella destra post-fascista e arrivata al governo alla guida di Fratelli d’Italia, assume un significato politico particolare. Per questo rilascia oggi una lunghissima e rara intervista, lo fa col quotidiano forse più prestigioso e popolare del mondo occidentale: il New York Times. Sulle pagine del giornale statunitense attribuisce la propria longevità politica a una regola semplice: non dire mai ciò in cui non crede. “Sono una persona che si impone delle regole", spiega. "La prima regola è che non dico mai qualcosa che non penso. Non c'è modo di farmi dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in cortocircuito”.

È questa, secondo la premier, la chiave del rapporto costruito negli anni con il proprio elettorato. “Credo che la gente noti la differenza”, afferma. “Riescono a capire se qualcosa non è vero, se è falso, e credo che questo sia il più grande errore che un politico possa commettere”.

Meloni, ricorda il NYT, è oggi una figura centrale della destra europea. Il suo percorso, tuttavia, parte da una storia politica molto più radicale. A quindici anni, nella Garbatella romana dove è cresciuta, scelse di aderire alla destra post-fascista. Una scelta che lei stessa riconduce soprattutto all'indignazione per l'assassinio dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992.

Da quel momento iniziò una lunga marcia politica che sembrava, allora, destinata a non portare da nessuna parte. Il Movimento Sociale Italiano era una forza marginale e, quando nel 2012 Meloni contribuì alla fondazione di Fratelli d'Italia, il partito rimase per anni intorno al 3 per cento.

La sua risposta alle difficoltà, racconta, è sempre stata la stessa: non accettare i limiti imposti dagli altri. “Non mi piace che gli altri mi dicano quali sono i miei limiti”, afferma. “Un “no” è una delle cose che mi motiva di più”.

Quattordici anni dopo il suo ingresso nella sede giovanile dell'MSI, Meloni fu eletta in Parlamento. Nel 2006 divenne la più giovane vicepresidente della Camera nella storia della Repubblica; due anni più tardi, a 31 anni, fu nominata ministra, diventando la più giovane a ricoprire quell'incarico. Ora si appresta a stabilire il suo terzo grande record politico.

Giorgia Meloni e Donald Trump alla Casa Bianca

La "Rivoluzione dell'orgoglio" e il rapporto deteriorato con Trump

Il successo interno è accompagnato da un'ambizione più ampia: cambiare la percezione dell'Italia sulla scena internazionale. Meloni dice di voler superare quella che considera una condizione storica di subordinazione del Paese. “Non mi piace l'idea di un'Italia sottomessa, un'Italia che si considera inferiore alle altre”, afferma. Il suo obiettivo è realizzare “la più grande rivoluzione possibile in questa nazione: una rivoluzione dell'orgoglio”.

È questa aspirazione a spiegare anche alcune delle sue scelte di politica estera, compreso il rapporto con Donald Trump. L'alleanza ideologica con il presidente americano sull'immigrazione e sulle questioni culturali sembrava inizialmente offrire a Meloni la possibilità di svolgere un ruolo di ponte tra Washington e le capitali europee.

“È evidente che con Donald Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, data la nostra convergenza sull'immigrazione e sulla cultura woke», racconta. «Le cose sono andate diversamente”.

Il rapporto si è progressivamente deteriorato. Meloni ha reagito quando Trump ha attaccato Papa Leone, definendone le parole «inaccettabili». Più tardi, quando il presidente americano ha sostenuto che Meloni lo avesse «implorato» di farsi fotografare con lui al G7, la premier ha risposto con durezza: «L'Italia e io non abbiamo mai chiesto l'elemosina».

Nonostante la rottura personale, Meloni non rinnega la strategia occidentale. “Continuo a credere che l'unità dell'Occidente sia qualcosa di molto importante", afferma. "Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali”.

Alla domanda se lei e Trump torneranno a parlarsi dopo la pausa estiva, la premier non si sbilancia: “Beh, vedremo”.

Il fascismo e la memoria irrisolta

È però sul terreno della memoria storica che il percorso di Meloni continua a suscitare le domande più controverse, scrive il giornale Usa.  La premier ha condannato il fascismo e, nel suo discorso inaugurale da presidente del Consiglio, ha indicato nelle leggi razziali del 1938 “il momento peggiore della storia italiana”. Ma ha evitato di definirsi antifascista, una parola che associa alla sinistra della propria giovinezza.

Nel corso dell'intervista, parlando del fascismo, definisce quell'epoca “particolarmente complessa”. E aggiunge: “Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi, è una cosa. Se l'avessimo vista stando nel mezzo di quegli eventi, probabilmente l'avremmo percepita diversamente, no?”.

Il tema è particolarmente significativo per Fratelli d'Italia, partito che conserva nel proprio simbolo la fiamma tricolore ereditata dalla tradizione dell'MSI. Secondo l'articolo, proprio questa ambivalenza ha contribuito alla trasformazione di Meloni: una leader capace di portare nel mainstream una forza nata nella destra post-fascista senza recidere completamente tutti i legami simbolici e identitari con quella tradizione.

Fabio Rampelli, storico esponente della destra romana e collaboratore di lunga data di Meloni, sostiene che la sua figura abbia contribuito a cambiare la percezione stessa di quell'area politica. L'estrema destra, ricorda, era considerata “pericolosa, nostalgica, fascista, razzista, xenofoba”.

Poi arrivò Meloni: “Ed ecco una donna molto giovane, alta un metro e sessanta, bionda con gli occhi azzurri, sorridente e sarcastica, che non aveva nulla a che fare con il fascismo — e da quel momento in poi, tutte le persone che continuavano a insultarci sono diventate ridicole”.

Da outsider a possibile guida dell'Europa

Il risultato di questa trasformazione va oltre i confini italiani, scrive sempre il NYT. Con Marine Le Pen candidata di punta alle presidenziali francesi e l'AfD in forte ascesa in Germania, il modello Meloni rappresenta per la destra radicale europea una possibile strada verso la normalizzazione e il governo.

La premier italiana potrebbe diventare una delle figure di riferimento della politica europea, in un continente attraversato dalla crisi dell'ordine internazionale e dal progressivo indebolimento dei tradizionali equilibri politici.

Il paradosso della sua parabola resta però intatto, dice il giornale Usa: la leader che ha costruito il proprio successo rivendicando di essere andata “controcorrente” è oggi al centro del sistema che un tempo sembrava irraggiungibile.

“Credo che ciò che mi ha portato fin qui”, dice Meloni, sia stato “il coraggio di schierarmi dalla parte scomoda della storia. Di scegliere di andare controcorrente”.

Probabilmente, alla fine, la spiegazione che dà del proprio successo è anche la più semplice. “Forse ero la persona giusta al momento giusto”, suggerisce.