Torna il cinema a Foggia con il festival “Monde”, con la presenza di tre icone di Hollywood: gli attori Kevin Spacey e Matthew Modine, e il regista Terry Gilliam. Il regista americano, cui è dedicata una retrospettiva (da Monty Python e il Sacro Graal a Le avventure del Barone di Munchausen, La leggenda del re pescatore, L’esercito delle 12 scimmie, Paura e delirio a Las Vegas) commenta ironicamente il tema del festival, che quest'anno è "L'imprevisto”.
Il regista ha ricevuto il Premio alla Carriera. Platea gremita, pubblico in delirio, risate continue: l'ex Monty Python ha regalato un incontro che è stato insieme lezione di cinema, stand-up comedy, autobiografia surreale e affettuosa celebrazione di una carriera irripetibile.
Gilliam ha cominciato dagli inizi, con quella sincerità disarmante che è sempre stata la sua cifra. ''Il trucco nella mia vita è che non sapevo cosa volevo fare, ma sapevo di voler andare via da Minneapolis'', ha raccontato. ''Non ho mai avuto un piano preciso. Sapevo solo che volevo scappare dalla mia città''. Da lì New York, l'incontro con John Cleese, e poi Londra, dove Cleese lo introdusse al gruppo che avrebbe cambiato la storia della comicità: i Monty Python. ''Alla BBC eravamo in totale controllo di quello che facevamo. All'epoca in Inghilterra c'erano soltanto due canali televisivi e, nonostante tutti gli sforzi della BBC per tenerci lontani dalla programmazione principale, diventammo molto popolari. Ed è per questo che oggi sono qui seduto davanti a voi''.
Gilliam si definisce ''egoista'', ma nel senso più creativo del termine: ''Volevo fare cose che mi entusiasmassero. Così ho sempre fatto nel corso della mia vita''. E quando parla di Brazil, il film che lo consacrò come autore visionario, torna il suo spirito anarchico: ''Non avevo una vera carriera e, per attirare l'attenzione, ho comprato una pagina su Variety e ho scritto: 'Caro Sid Sheinberg, quando farai uscire il mio film? Firmato: Terry Gilliam'. Se avessi avuto una carriera, probabilmente quella sarebbe stata la sua fine''.
Poi arriva il capitolo italiano: Il Barone di Münchhausen, Cinecittà, Dante Ferretti, Gabriella Pescucci, Giuseppe Rotunno. ''Ero soltanto un giovane americano che si ritrovava a lavorare con un budget più grande di qualunque film che Fellini fosse mai riuscito a mettere insieme. Per me Fellini era un dio''. E qui arriva uno degli aneddoti più irresistibili: ''Avevo sistemato il mio ufficio dentro quello di Dante Ferretti. Un giorno non riuscivo a uscire perché stavano girando proprio davanti alla porta. C'era Marcello Mastroianni vestito da mago. Tutte le cineprese puntate verso di lui e verso la porta del mio ufficio. Ridevo da morire: Federico stava girando il suo film impedendomi di uscire. È stato uno dei momenti più belli della mia vita''.
