Il capogruppo dei pellegrini si chiama Antonio. Per la sedicesima volta si sono incamminati da Camposampiero. Partenza alle cinque del mattino. Alle dieci avevano già percorso quella ventina di chilometri che separano il Santuario del noce da Padova.
È l'itinerario dell'ultimo viaggio di Antonio morente. Stanco, aveva predicato la Quaresima fra i rami di un noce. Non fece in tempo a raggiungere l'amata chiesetta di Santa Maria, che adesso è inglobata nella basilica, proprio accanto all'Arca con le spoglie del frate. Mancò alle porte della città nel romitorio delle suore clarisse dell'Arcella. Era il pomeriggio del 13 Giugno 1231. Aveva trentasei anni.
"O santinho è de Lisboa!", rivendicano i Portoghesi, perché era nato lì, si chiamava Fernando, ma è anche di Padova, dove passò lo scorcio estremo di una vita spesa con i poveri: tre anni scarsi, una cometa ardente, appassionata. Di famiglia nobile, ricco, colto, conosceva bene l'arroganza del potere e l'affrontava senza soggezione. Diceva: "Niente è difficile per chi ama, confidando nel Dio della speranza".
Agostiniano prima, come Papa Leone, poi folgorato dalla radicalità evangelica del contemporaneo Francesco d'Assisi. Camminatore di Cristo, lo definisce il sacerdote poeta David Maria Turoldo. Neppure Antonio trovò una strada nel cuore del tiranno Ezzelino. Non lo convinse a liberare i prigionieri. Patì anche lui, il santo dei miracoli, l'umiliazione dell'umano fallimento.
I frati di Padova e il Vescovo Claudio rilanciano il tema del Giubileo con l'invito a farsi pellegrini nella speranza, a stare insieme dentro la corrente d'amore del Santo. Sorprende anche i lontani. Da otto secoli.
Abbiamo intervistato padre Antonio Ramina, rettore della Basilica del Santo, Padova
