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MONDO

Aperta a Bonn l'ultima sessione di negoziato in vista del summit di Parigi

Conferenza sul clima. Il nodo dei finanziamenti sulla via di Parigi

Corsa contro il tempo per scrivere un documento comune in vista della riunione di Parigi per trovare un accordo mondiale che freni il riscaldamento del pianeta.  

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“Massima urgenza” è la parola d’ordine delle delegazioni di 195 paesi riunite a Bonn per fare il punto sul testo dell'accordo per porre fine al surriscaldamento del Pianeta. Mancano infatti solo sei settimane alla Conferenza sul Clima, Cop21, che si svolgerà a Parigi dal 30 novembre fino all'11 dicembre.

I copresidenti, l'algerino Ahmed Djoghlaf e l'americano Daniel Reifsnyder hanno sottolineato, iniziando i lavori, che "il tempo stringe” perché si tratta dell'ultima occasione per modificare il testo da inviare a Parigi.

La bozza in discussione
Sul tavolo adesso vi è un testo ridotto da 80 a 20 pagine, più leggibile e concreto, che sarà vagliato dai delegati nel corso di sessioni che dureranno ogni giorno fino alle 21 per cinque giorni. 
Nella bozza sono riconosciuti anche la perdite e i danni provocati dagli impatti climatici, fra le principali preoccupazioni dei paesi poveri, ma i dettagli sono lasciati al documento finale vincolante. A Copenaghen nel 2009, i paesi ricchi si sono impegnati a mobilitare 100 miliardi di dollari  (88 miliardi di euro) all'anno entro il 2020 per aiutare i paesi in via di sviluppo ad affrontare i disagi dei mutamenti del clima. Finora ne sono stati versati circa la metà. Fa discutere però l’uso di queste risorse. Secondo l’Ocse la parte dei finanziamenti concessi alle azioni di lotta contro gli impatti del riscaldamento climatico (il cosiddetto “adattamento”) rimane inchiodata al 16% nel 2013-2014, mentre le politiche destinate a ridurre le emissioni di gas a effetto serra (“la mitigazione” ) assorbono il 77% dei finanziamenti. Lo squilibrio non soddisfa i paesi più fragili che già soffrono le conseguenze del cambio climatico. Secondo il direttore della Banca africana di sviluppo, Akinwumi Adesina :“L’Africa contribuisce appena al 2% delle emessioni di gas a effetto serra nel mondo, ma il nostro continente è quello che soffre di più dell’impatto del cambiamento climatico ma la maggior parte degli aiuti per ridurre i gas a effetto serra tendono a beneficiare ai paesi asiatici come l’India e la Cina”. La questione dell’adattamento diventa quindi cruciale per la conferenza di Parigi. Una questione di solidarietà internazionale. 

Donazioni o prestiti?
Ma questi soldi sono contributi a fondo perduto o prestiti? Non c'è chiarezza neppure su questo punto. A Lima le banche di sviluppo hanno promesso fondi supplementari pari a 15 miliardi di euro all’anno da qui al 2020 a cui si sommano 61,8 miliardi che i paesi sviluppati hanno erogato nel 2014., secondo le stime dell’OCSE, le prime mai effettuate da un organismo internazionale dopo gli impegni presi nel 2009. A questi si aggiungono i 10 miliardi di dollari del Fondo Verde, il meccanismo finanziario creato durante i negoziati sul clima di Cancun del 2010 per promuovere azioni di adattamento e di abbattimento delle emissioni di gas serra nei Paesi in via di sviluppo, i contributi pubblici aggiuntivi annunciati da alcuni paesi sviluppati (tra cui Francia, Germania, Regno Unito) per un totale complessivo di cinque miliardi di dollari, e i loro effetti leva sul settore privato. 
A nome del gruppo del G77 (134 paesi emergenti e in via di sviluppo tra cui la Cina) il delegato sudafricano Nozipho Mxakato-Diseko, ha lamentato "lo squilibrio del testo attualmente sul tavolo” che "ignora completamente le proposte dei paesi del gruppo sui finanziamenti".
Secondo la rappresentante francese Laurence Tubiana, organizzatrice della Conferenza, il documento "manca di ambizione su tutti i punti", ma è ottimista: "Abbiamo tempo da oggi fino alla fine della settimana per correggere tutte le debolezze del testo".

COP 21 
La Conferenza sul clima che inizia il 30 novembre nella capitale francese dovrà segnare una tappa decisiva  per il futuro: tutti i paesi, fra cui i maggiori emettitori di gas a effetto serra – paesi sviluppati nonché paesi in sviluppo – si sono impegnati a trovare un accordo universale costrittivo sul clima. L’obiettivo è trovare un equilibrio tra una divisione degli impegni, a partire da un comune limite massimo consentito,  a un insieme di impegni nazionali non costrittivi che siano anche un volano per creare nuovi posti di lavoro e di ricchezza inventando nuovi modi di produzione e consumo.
 Tra i Paesi che presenzieranno alla conferenza sul clima naturalmente ci sono Paesi  più determinati tra i quali anche l’Italia mentre altri non hanno neanche presentato i propri piani e progetti. A Parigi ci saranno anche Usa e Cina che sembra abbiano trovato collaborazione nell’incontro di fine settembre tra il presidente Obama e il presidente cinese Xi Jinping, dopo la storica iniziativa congiunta annunciata a Pechino lo scorso anno, che il presidente americano spera inneschi uno sforzo multilaterale.
 Finora sono 146 gli Stati che hanno consegnato all'Onu il loro "contributo" per ridurre i gas a effetto serra (GES) in vista del 2025-2030. Ciò significa che circa il 75 per cento degli Stati – che rappresentano l’87 per cento delle emissioni globali di agenti nocivi per il clima – ha informato l’Onu dei loro propositi in tema di politiche ambientali. Occorre però ricordare che, secondo alcuni studi scientifici, le politiche annunciate finora non basteranno ad evitare una crescita delle temperature medie globali superiore ai 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo (obiettivo ufficiale della Cop 21). Le Nazioni Unite forniranno il prossimo primo novembre un rapporto di sintesi di tutti gli impegni ricevuti, il che dovrebbe permettere una valutazione globale dello sforzo anti cambiamenti climatici previsto a livello mondiale. 

Hollande ottimista 
 "A Parigi ci sarà l'accordo" sul clima. Lo ha affermato il presidente francese, Francois Hollande, intervenuto  in un evento organizzato dai sindacati nella capitale francese. "La questione - ha detto Hollande - è a che livello si farà l'intesa e se saremo in grado di rivederla in maniera periodica. E' proprio questo che è in ballo nei negoziati". Hollande ha motivato il suo ottimismo con il fatto che "gli Stati si sono impegnati e hanno portato dei contributi. Si tratta di una transizione ecologica e non di una costrizione, di una regolamentazione, di una nuova fiscalità. E l'accordo potrà essere "un 'atout' economico, un miglior vivere proteggendo il pianeta". 

La Casa Bianca schiera il grande capitale a sostegno della sua posizione sul clima
68 aziende fra le big mondiali firmano l''American Business Act on Climate Change Pledge', impegnandosi ad agire più aggressivamente contro l'inquinamento. Fra le aziende firmatarie ci sono Johnson & Johnson, Procter & Gamble, Nike e Ikea, che si vanno ad aggiungere alle originarie 13 firmatarie. Grandi assenti sono ExxonMobile e Chevron. Obama si augura con l'appoggio di aziende che hanno una capitalizzazione di mercato complessiva di 5.000 miliardi di dollari di facilitare il raggiungimento di un accordo globale a Parigi. L'appoggio delle aziende globali arriva mentre il clima continua a essere un tema che divide i repubblicani, inclusi i candidati alle elezioni, molti dei quali sono critici nei confronti di Obama e delle modalità che usa per aumentare il consenso sulla lotta al clima.  Le 81 aziende che hanno firmato l'impegno di Obama sul clima rappresentano il 30% delle 50 maggiori aziende americane, e contano su 9 milioni di dipendenti.