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SCIENZA

Climate change: nuova ricerca dell'Università di Cambridge

Altri 4 gradi e moriremo tutti asfissiati

La capacità delle piante di assorbire l'anidride carbonica messa a rischio dal riscaldamento globale

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di Stefano Lamorgese
Le piante, lo studiamo a scuola, svolgono una funzione centrale nello stoccaggio dell'anidride carbonica dispersa nell'atmosfera. Sono veri e propri "pozzi" che permettono di ridurne la densità nell'aria che respiriamo. Se i grandi polmoni verdi del pianeta - l'Amazzonia, le foreste equatoriali africane e asiatiche, le foreste fredde che circondano l'Artico - smettessero di svolgere questo importantissimo compito, tutta la vita aerobica sulla Terra sarebbe a rischio. Anche la vita umana.

La soglia critica
In questa prospettiva una ricerca condotta dal dottor Andrew Friend, ricercatore del dipartimento di Geografia dell'Università di Cambridge, indica una soglia critica oltre la quale le piante si satureranno di carbonio e non riusciranno più a drenarlo dall'atmosfera: 4°C. Se la temperatura media del pianeta salirà di altri 4 gradi, dice Friend, la quantità di CO2 nell'atmosfera crescerebbe a dismisura e, nel medio termine, l'aria non sarebbe più respirabile.

Il problema: un cane che si morde la coda
L'aumento costante e marcato delle temperature dell'atmosfera registrato negli ultimi decenni, unitamente alle frequenti siccità che colpiscono le aree coperte da vegetazione, ha ridotto il tempo di permanenza del carbonio negli organismi vegetali. Ciò significa che una parte dell'anidride carbonica che "dovrebbe" rimanere conservata al loro interno viene rilasciata in atmosfera. 

E, poiché la CO2 è il più diffuso gas "climalterante", ecco che il cerchio si chiude, stringendoci alla gola: le stesse piante, costrette a far funzionare i meccanismi di scambio gassoso peggio di quanto potrebbero proprio a causa delle temperature elevate, contribuiscono sempre di meno ad alleviare gli effetti delle alte concentrazioni di CO2.

Il caso limite studiato dal gruppo di Friend, che fa parte dell'Inter-Sectoral Impact Model Intercomparison Project (ISI-MIP), è l'ondata di calore che colpì l'Europa nel 2003. Le temperature di quella torrida estate superarono la media di più di 6°C, bruciando in pochi mesi ciò che la natura aveva assorbito in quattro anni di vita vegetale.

Il metodo di studio
"Questo lavoro (visibile qui, ndr) mette insieme tutte le più recenti acquisizioni scientifiche sul cambiamento climatico e le sue conseguenze sulla vegetazione globale" spiega Friend. 
Il team dell'ISI-MIP, coordinato dall'Università tedesca di Potsdam, ha utilizzato sette modelli globali di analisi della vita vegetale: anche lo "Hybrid" - il modello che Friend ha affinato negli ultimi quindici anni - e l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change). Sono stati utilizzati supercomputer - tra i quali anche il "Darwin" dell'Università di Cambridge - con straordinarie capacità di calcolo per ottenere simulazioni degli scenari futuri.

Tutta la superficie terrestre è stata suddivisa in porzioni di 2500 km2. Sono stati poi inseriti i dati climatici registrati fino a oggi per cercare di capire che cosa potrebbe accadere - ogni 30 minuti - fino fino all'anno 2099.

La maggior parte delle simulazioni concordano sul fatto che la questione-chiave è il tempo di permanenza del carbonio negli organismi vegetali. Il riscaldamento globale lo fa diminuire drasticamente, fino addirittura a invertire lo scambio "virtuoso". 

Secondo il dottor Friend questa ricerca dovrebbe aiutare la politica: "Per fare politica è necessario comprendere l'impatto delle decisioni che si prendono", dice.
Speriamo che serva a qualcosa...